DIRETTORE RESPONSABILE: MARIO ROMANO

 
 

 

 

LA PAROLA 

DEI MAESTRI 

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 Con quella dedicata a "Castel Capuano", prende il via la rubrica curata da Maria Antonietta Stecchi de Bellis, fedele custode delle memorie dei Grandi Maestri dell'eloquenza , dei  quali  la sua prosa viva ed appassionata esalta la palpitante attualità.   

 GiustiziaOggi è lieta di pubblicare   queste pagine, frutto del fervido lavoro della Scrittrice , che si ringrazia per la preziosa collaborazione.

                                             E. Romano - Caporedattore

 

 

 
 

         a cura di  

Maria Antonietta Stecchi de Bellis 

 
 

                                

          

             "CASTEL   CAPUANO"                                             

  La Scuola Giuridica Napoletana – disse Gennaro Marciano nel suo discorso “Da Mario Pagano ad Enrico Pessina”,affermò e mantenne un predominio intellettuale riconosciuto  e proclamato da tutte le nazioni più civili del mondo.  

Alfredo de Marsico,in quel gioiello di pensiero e di letteratura che è il suo libro dal titolo “Voci e volti di ieri”,apparso nel 1948 nella Biblioteca di Cultura Moderna della Gius.Laterza e Figli ed ormai introvabile,gli avrebbe dedicato alcune pagine dal titolo “L’ultimo dei classici.Gennaro Marciano”.

    Alimentò questa supremazia scientifica ,direi quasi questo imperialismo giuridico,una lunga dinastia di sovrani del pensiero.Essi,pur percorrendo ciascuno propri orizzonti,trovarono una loro armoniosa fusione nelle dottrine fondamentali dell’ideologia del Vico,e dettero bagliori che confluirono in una fiamma sola,che divampò veemente.Era la grande Scuola storica da cui uscirono gli artefici della legislazione penale napoletana del 1819,universalmente riconosciuta come uno dei momenti legislativi più cospicui del tempo ed alla quale,riferendosi il Dupin nel 1832 scriveva.” Non v’è miglioramento che si discuta presso di noi alla Camera dei Pari ,che già non  esista in Napoli fin dal 1819 e,per giunta,su basi estese e più sicure.                                                                                                       Era la grande Scuola giuridica napoletana che lo studio del diritto illuminava con la fiaccola della filosofia ,della storia,della letteratura,di tutte le scienze affini,la grande Scuola che il culto del diritto ricongiungeva a quello della Patria e si riannodava perciò alle condizioni sociali e politiche delle nostre regioni del Mezzogiorno.E ciascuno di quei Maestri portava nel suo apostolato l’anima del cospiratore,la fede dell’esule,la virtù del sacrificio,la rivolta per l’arbitrio,l’anelito alla libertà.

Parole e pensieri che i giovani dovrebbero conoscere e leggere,specialmente i giovani di questo nostro Mezzogiorno,per sentire,attraverso quelle memorie,l’orgoglio di una insuperata ed ineguagliabile prerogativa.Ma,forse,tutti gli operatori del diritto dovrebbero tornarvi,perché,tra le incertezze ed i pericoli del loro lavoro,possano sentire che attingendo al pensiero dei maestri si fa luce .

 I secoli che si sono avvicendati tra le mura di Castelcapuano –ricordiamo un brano del discorso pronunziato da Alfredo de Marsico in occasione di una sua visita ai cantieri per l’erigendo nuovo Palazzo di Giustizia nel Centro Direzionale di Napoli –   vi hanno lasciato le tracce e di là hanno diffuso le espressioni,viventi ancora,dell’idea del diritto,dello sviluppo raggiunto dalla coscienza morale degli uomini attraverso il tempo.Noi possiamo raffigurarci la storia,al chiudersi di un’epoca ed all’aprirsi di un’altra,come il precipitare di una fiumana attraverso le dighe e gli ostacoli E nel suo scorrere,la storia dell’uomo trova gli approdi presso i quali sostare e dai quali riprendere il cammino. E altrove: Napoli ha avuto nella esplicazione di questo compito,un posto di sovrana eminenza.Da Napoli sono partite le aquile della teologia e della filosofia,alleate nel dettare i canoni ed i principi per la convivenza civile nella pace e nella legalità.Da Napoli Tommaso D’Aquino propagò i dogmi della Scolastica ,e più tardi,Giambattista Vico gettava le fondamenta della filosofia della storia con la quale,studiando ed esplorando le vicende del genere umano,non solo indicava nel linguaggio il patrimonio essenziale di ogni popolo civile,ma disegnava quel sistema dei corsi e dei ricorsi attraverso i quali la Storia pronunzia le sue leggi  e ne addita la realizzazione.

Quando Don Pedro di Toledo- ha scritto Giovanni Porzio –    riunì in Castel Capuano i tribunali sparsi per la città,e trasformò,in parte,la reggia che aveva visto il  fasto,gl’intrighi ed i delitti  degli Svevi,degli Angioini e degli Aragonesi e vi adunò i giudici che interpretavano tutta quella enorme legislazione compilata  dalle varie signorìe succedutesi,non pensava,forse,che chiudeva nel grandioso scenario dove si riassumono i costumi e le voci dei tempi,lo sfondo vario e drammatico della nostra vita e della nostra storia.Fra quelle mura,che videro le cupe sembianze dei dominatori,e dove risuonava ancora l’eco delle loro fiere voci,si forgiarono le idee che dovevano distruggere quei domini e mandarne in frantumi le ultime vestigia.E,poi,la decadenza,che veniva dalla Spagna,fondendosi con la nostra ed insieme,segnando infamie,abiezioni,miserie,attraversate da guizzi di rivolte,da lampi di ribellioni,perché non era addirittura incadaverita l’anima popolare che,nel mondo antico,fu pure fervida di vita alta e civile e,nell’età di mezzo,precorse le nuove civiltà comunali.Castel Capuano,allora,brulicava d’intriganti,di spie,di scrivani falsari,di nobili prepotenti ,di tristi per natura e per necessità.E comparvero i primi guappi foggiati dalla smania spagnola per i duelli e le risse,i primi camorristi coniati dalle feste,dal gioco,dall’ozio,che la mancanza delle industrie e del lavoro favoriva,ma pur da un imperioso bisogno di proteggere,di opporsi ai soprusi intollerabili

  Ma Castel Capuano – tra il campanile e la torre –le due cime dominanti dell’epoca – si leva con rilievo imperiale.

  Giovanni Porzio,attraversa le vaste sale del Castello e,nei suoi “Ricordi di Castel Capuano”, scrive ancora: Passava Pessina,la bella persona eretta,cortese e paterna,tra un affettuosa deferenza.In un crocchio,Nicola Amore discuteva con scoppi di voce imperiosa,richiamando l’attenzione di tutti. Io pensavo ,che tutto quel movimento era il lontano riflesso dell’ultimo e grande periodo forense,quando,oltre i giureconsulti,i grandi oratori ebbero un dominio inespugnabile. Quando Alessandro Dumas scriveva articoli e articoli sui nostri dibattimenti penali.L’autore de “ Il Conte di Montecristo”,insieme ad una sua giovane amica in abiti maschili, era sempre notato nel corso delle udienze.Prendeva appunti,si appassionava ai dibattiti si mescolava alla folla,ne divideva le emozioni.Allora dominava Leopoldo Tarantini.E,come il pubblico,il grande romanziere era rapito dall’eloquenza dell’insuperato oratore.”Lo amai subito “ – è la voce accorata di Pasquale Stanislao Mancini per la morte di Leopoldo Tarantini – come mio compagno della prima gioventù nella vita letteraria,forense e politica.Egli ha onorato Napoli e l’Italia.

Gaetano Manfredi piangeva in un angolo della camera ardente.

 

 
   
   
 

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