1861 -2011
FATTI E MISFATTI
del
RISORGIMENTO (*)
Ciò che la Storia (ufficiale) Non
dice
di
ENRICO POSILLICO

Nel 1958 fu costituito con
decreto del Consiglio dei Ministri il “ Comitato promotore
delle celebrazioni per il centenario dell’Unità d’Italia” con
il compito specifico di programmare gli eventi e le iniziative
per il triennio 1959-1961. Del comitato venne chiamato a farne
parte il dottore Michele Vocino, già direttore generale del
Ministero della Marina, poi Consigliere di Stato ed ,infine,
deputato della Democrazia Cristiana nella 1° legislatura
repubblicana, ma soprattutto gran conoscitore della storia e dei
problemi del
Mezzogiorno.
Il
Il dottor Vocino accettò con entusiasmo l’incarico convinto che
in questo modo avrebbe avuto l’opportunità di riscattare
l’immagine completamente negativa del Regno delle due Sicilie
che, al contrario di quanto ci è stato tramandato dai libri di
storia, era lo stato per alcuni aspetti più evoluto e, senza
ombra di dubbio, il più ricco finanziariamente. I tempi però
non erano maturi e il solo pensiero di poter recare ombra ai
“mostri sacri” del risorgimento sia pur con una blanda revisione
storica faceva gridare allo scandalo i parrucconi paludati di
allora per cui il Vocino, deluso, si dimise dall’incarico.
Io non sono uno storico ma solo
un appassionato di storia; questo non è il comitato promotore
per la celebrazione dei 150 dell’Unità d’Italia né so se 50 anni
sono stati sufficienti perché si sia disposti ad accettare delle
verità anche scomode. Sono comunque convinto che specie voi
giovani dovete aver coscienza di quello che eravamo soprattutto
per contrastare chi continua a ritenere pretestuosamente il
Mezzogiorno un peso per il resto dell’Italia laddove invece era
e potrebbe essere ancora una sicura risorsa per il vero sviluppo
del Paese.
Ma
Veniamo ai fatti. Ho già detto che al momento dell’annessione
lo Stato delle due Sicilie era lo stato più ricco fra tutti gli
stati italiani. L’insieme della riserva aurea di tutti gli
stati italiani ammontava a 640,7 milioni di lire; di questi ben
445,2 milioni appartenevano al Regno delle due Sicilie
(calcolando rivalutazione ed interessi legali pari a duecento
miliardi di euro attuali). Le tre regioni più ricche ed
industrializzate di oggi : il Piemonte che con la Liguria e la
Sardegna costituiva l’allora regno di Sardegna con pressappoco
lo stesso numero di abitanti (nove milioni ) e la stessa
estensione (100.000 kmq) del regno delle due Sicilie, aveva una
riserva di 27 milioni di lire; la Lombardia 8,1 milioni; il
Veneto 12,7. L’industria si era sviluppata con ritmi altrove
impensabili impiegando fino ad 1.600.000 addetti contro il
milione e poco più di tutto il resto d’Italia. L’incremento fu
tale che alla Rassegna Internazionale di Parigi del 1856 fu
assegnato al Regno delle due Sicilie il premio di terzo paese
nel mondo per sviluppo industriale, dopo Inghilterra e
Francia.
Il
più grande centro siderurgico d’Italia era il Reale Opificio
Meccanico e Politecnico di Pietrarsa che impiegava mille operai
contro i circa 480 dell’Ansaldo di Genova. Oltre alle officine
di Pietrarsa vi erano nel Regno la Zino ed Henry con 600 operai
e la Guppy, la seconda fabbrica d’Italia nel ramo. L’Opificio
Reale di Pietrarsa era l’unico in Italia in grado di fabbricare
motrici navali. All’interno dell’Opificio era stata istituita
una apposita scuola per macchinisti per cui le Due Sicilie
erano l’unico stato della penisola a non doversi avvalere di
macchinisti inglesi per la loro conduzione. A Pietrarsa
venivano costruite locomotive, ritenute le migliori d’Europa, e
vagoni ed era la sola a possedere la tecnologia avanzata per
realizzare i binari ferroviari. Dopo l’unità le commesse per i
binari furono affidate ad industrie francesi.
In
Calabria, nei pressi di Serra San Bruno , sorgeva lo
stabilimento di Mongiana con 762 unità dove si produceva ghisa e
ferro malleabile di ottima qualità. Da Mongiana uscì il ferro
forgiato per produrre le catene, dal peso di circa 150
tonnellate, dei due ponti in ferro sul Garigliano e sul Calore,
primi in Italia. Altre ferriere vennero realizzate a Bivongi e
a Pazzano in provincia di Reggio Calabria.
Altro
fiore all’occhiello dell’industria delle Due Sicilie è la
cantieristica navale, nettamente in testa tra gli stati italiani
al momento dell’Unità . Il primo vascello a vapore del
Mediterraneo fu costruito nelle Due Sicilie nel cantiere di
Stanislao Filosa al Ponte di Vigliena, e fu anche il primo
dell’Europa Continentale ed il primo al mondo a Navigare in mare
aperto e non su acque interne. Il cantiere di Castellammare di
Stabia con 1800 operai era il primo del Mediterraneo per
grandezza.
La
Flotta mercantile del Regno delle due Sicilie era la prima in
Italia e la seconda in Europa dopo gli Inglesi e così quella
di guerra, terza nel mondo dopo quella inglese e
francese.
Il traffico navale era tale che il governo borbonico fu
costretto a promulgare, primo in Italia, il Codice Marittimo ed
a creare dal niente una rete di fari con sistema lenticolare
lungo tutta la costa. Il famoso ordine “facite ammuina” non è
mai esistito come non sono mai esistiti i due presunti estensori
tale ammiraglio Giuseppe di Brocchitto e un certo Mario
Giuseppe Bigiarelli, maresciallo. Il fatto certo è che ,
riconoscendone la superiorità ed efficienza, la Marina italiana
adottò divise, gradi e regolamenti di quella napoletana.
Altre industrie di rilievo nel Regno erano
quelle cotoniere che impegnavano migliaia di lavoratori e
lavoratrici soprattutto in Campania.
Le
industrie manifatturiere come l’industria della seta con
l’opificio di San Leucio , conosciuto in tutta Europa non solo
per il livello tecnologico e per la produzione che veniva
largamente esportata, ma anche per il suo regolamento del 1789
che anticipava di quasi un secolo le prime leggi sul lavoro in
Inghilterra (previdenza, assistenza, asili nido, case ai
lavoratori).
L’industria
della carta attrezzata con modalità e strutture per quei tempi
all’avanguardia e con una forte esportazione all’estero.
-L’industria
estrattiva con le miniere di zolfo della Sicilia che copriva il
90% della produzione mondiale.
Gli operai lavoravano otto ore al giorno e guadagnavano abbastanza
per sostenere decorosamente le loro famiglie e, primi in Italia,
era prevista una ritenuta del 2% sullo stipendio che
consentiva loro di usufruire di una pensione statale al termine
della loro attività lavorativa. In Inghilterra i lavoratori non
godevano di nessuna tutela con turni di lavoro dai dodici alle
diciotto ore al giorno impiegando bambini anche al di sotto dei
dieci anni.
Disoccupazione ed emigrazione erano pressochè assenti. L’emigrazione, prima
dell’Unità era sconosciuta nell’Italia meridionale ed
appannaggio del Veneto e delle altre regioni
settentrionali.
I
contadini meridionali, la classe economicamente più debole,
aveva di che vivere decorosamente ed anche chi non era
proprietario di un piccolo appezzamento di terra godeva del
diritto dell’uso civico lavorando le terre demaniali ricavandone
il necessario per se e la sua famiglia senza avere la necessità
di emigrare. Ancora dopo 16 anni dall’unità d’Italia su quasi
110mila emigranti dall’Italia, solo 7mila erano meridionali. Le
malattie da carenza alimentare come la pellagra, lo scorbuto, il
rachitismo ed il cretinismo ipotiroideo erano sconosciute nel
Sud ed appannaggio delle classi povere del Nord nutrite a base
di polenta. Con l’Unità d’Italia le terre demaniali
vennero confiscate e vendute all’asta ai grossi proprietari
terrieri incrementando così il latifondo e privando i contadini
dei mezzi di sussistenza . E’ iniziata
così l’emigrazione di massa del popolo meridionale raggiungendo
in un secolo la spaventosa cifra di 13 milioni di
emigranti.
Il tasso di mortalità infantile nel Regno era
il più basso d’Europa con la maggiore percentuale di medici per
abitanti con 9000 medici che prestavano servizio nei numerosi
ospedali ed ospizi tra gli altri l’Albergo dei poveri a Napoli e
quello a Palermo che erano gli edifici più grandi del
mondo adibiti ad assistenza dei poveri.
Le ferrovie , create nel 1820 ed ignote in Italia, fecero la prima
apparizione in Italia nel 1839 a Napoli con il tratto Napoli-Portici, proseguita poi fino a Castellammare. Nel 1842
cominciò quella per Capua e poi l’altra per Nola, Sarno e
Sansevero.
Nel 1837 arrivò l’illuminazione a gas in città e nel 1852 il
telegrafo elettrico , primissimi in Italia.
Il teatro San Carlo, primo al mondo, fu costruito in soli 270
giorni e la stessa corrente culturale fece nascere l’Officina
dei Papiri, il Museo Archeologico, l’Orto Botanico,
l’Osservatorio Astronomico e, primo al mondo, l’Osservatorio
Sismologico Vesuviano e la Biblioteca Nazionale.
Gli
sportelli bancari erano diffusi capillarmente in ogni paese e
villaggio e prime nel mondo, le banche del Regno furono
autorizzate dal governo ad emettere i polizzini sulle fedi di
credito, ossia, i primi assegni bancari della storia economica.
Per inciso, la prima Cattedra di Economia nel mondo fu istituita
nel Regno delle due Sicilie nel 1754 ed affidata ad Antonio
Genovesi.
Il
numerario della Banca di Napoli al 27 agosto 1860 era di
191.316,39 ducati. Con l’avvento della dittatura di Garibaldi
al 27 settembre erano ridotti a 7.900,115 ducati ed al 2 aprile
successivo, con la venuta di Vittorio Emanuele II, a meno di
6.ooo ducati.
Un
cavallo di forza della presunta arretratezza del Sud
pre-unitario sono i dati sull’analfabetismo delle popolazioni
meridionali. Il fatto inoppugnabile è che prima del 1860 non
esistono in tutt’Italia statistiche attendibili sui dati
dell’alfabetizzazione. I primi dati certi si riferiscono al 1870
dopo i dieci anni di chiusura di tutte le scuole imposti dal
governo sabaudo, per problemi organizzativi e per precisa scelta
politica. Il dato dell’80% di analfabeti riportato da
alcuni in riferimento al periodo pre-unitario era un dato
nazionale che valeva anche per il Regno Sardo ed il Lombardo-Veneto e non un’esclusività delle “provincie
meridionali” e , per dirlo con i termini usati dal Barone
Ricasoli, il “civilissimo” Granducato di Toscana non era diverso
dall’ ”incivile” Reame
Napoletano.
L’italiano
era parlato da una esigua minoranza di letterati: il 2,5% in
antitesi ai particolarismi dialettali che caratterizzavano la
vita e la comunicazione, per secoli solo verbale, di tutti gli
Stati
preunitari.
Di certo è che sin dal 1816 Un’apposita Commissione Suprema di
Pubblica Istruzione curava l’intera organizzazione scolastica.
In ogni Comune del Regno esistevano “scuole normali”
paragonabili alle scuole comunali, istituite anni dopo nel Regno
d’Italia, dove si insegnava il leggere, lo scrivere,
l’aritmetica pratica, il catechismo di religione, il catechismo
dei doveri comuni a tutti ed il catechismo dei doveri di ciascun
stato, ovvero quello che poi sarebbe diventata l’Educazione
Civica.
Non mancavano le istruzioni per l’agricoltura, per i campagnoli
e quelle per le varie arti e mestieri. In tutto
il Regno operavano 14 licei con 233 cattedre, compresi i
collegi.
L’Università
di Napoli era tra le più rinomate d’Europa e Napoli stessa era
la sede di congressi e convegni scientifici di rilevanza
europea.
Il
sistema fiscale in atto era il più blando non solo dell’Italia
ma di tutta l’Europa (esisteva una unica imposta diretta la
fondiaria e le imposte indirette sulle dogane, sui tabacchi, sul
sale, sul registro, sulla lotteria e sulle
poste)
Potrei
continuare ad elencare i primati e le opere del Regno delle due Sicilie ma vi annoierei più del dovuto. Ma a questo punto mi
obietterete, se le cose andavano così bene come è possibile che
Garibaldi con solo mille uomini sia riuscito a sconfiggere i
Borbone ed a conquistare il
Sud?
Qui entrano in gioco le ambizioni espansionistiche del Regno di
Sardegna, sull’orlo del tracollo finanziario dopo le disastrose
campagne della I guerra d’indipendenza, e le mire commerciali
di due grandi nazioni: L’Inghilterra e la
Francia.
“
O la guerra o la bancarotta” scrisse il deputato cavouriano
Pier Carlo Boggi nel 1859, in un libretto dal titolo “fra un
mese”. Il regno delle due Sicilie era il più ricco d’Italia, Il
Piemonte aveva nove decimi del debito di tutti gli stati
preunitari messi insieme. Con l’Unità il tutto sarebbe stato
unificato.
L’ Inghilterra, che dopo la
questione delle miniere di zolfo non aveva più buoni rapporti
con il Regno delle due Sicilie, mirava alla creazione di uno
stato unitario che, oltre ad essere a lei politicamente più
vicino e malleabile, avrebbe costituito un più ampio mercato
finanziario certamente più appetibile di uno Stato
protezionista, con barriere doganali e finanziariamente in
ascesa come il Regno delle due Sicilie. Per di più
le buone relazioni tra il Regno delle due Sicile e l’Impero
Russo facevano temere all’Inghilterra la possibilità
dell’ingombrante presenza della flotta russa nel Mediterraneo
che avrebbe potuto contare sui porti meridionali come base
d’appoggio.
La
Francia, dal canto suo, oltre ad avere le stesse mire
commerciali dell’Inghilterra, in più pensava che un forte Stato
sul mare potesse in qualche modo mitigare lo strapotere inglese
sul
Mediterraneo.
Da qui l’intesa tra i tre Stati tradotto con l’appoggio
politico e finanziario dell’Inghilterra e della Francia al Regno
di Sardegna a favore dell’Unità d’Italia, la campagna
denigratoria nei confronti del governo borbonico definito “la
negazione di Dio”, le manovre di corruzione degli alti gradi
dell’Esercito e della Marina Borbonica e gli accordi con i
Baroni e la mafia preparatori per lo sbarco dei Mille a Marsala (11 maggio
1860)
Veniamo ora alla lettera del Ministro Gladstone al primo
ministro inglese Aberdeen nella quale definiva il Governo del
Regno di Napoli come “la negazione di Dio” dopo aver visitato,
così riferisce nella lettera, le carceri napoletane . Nella
sua visita nel Regno delle due Sicilie Gladstone, per sua stessa
successiva ammissione, non ha mai visitato alcun carcere
napoletano preferendo godersi le comodità dell’ambasciata
britannica a Napoli e basando la sua famosa relazione su quanto
gli veniva riferito dai liberali e cospiratori napoletani. Le
condizioni delle carceri napoletane non erano certo peggiori
delle carceri londinesi o francesi o quelle di qualsiasi
nazione europea.
Al contrario, Luigi Settembrini ricorda i caffè
ed il cibo offertogli dai direttori carcerari nel periodo in cui
fu rinchiuso e lo stesso Francesco De Sanctis ebbe modo di
apprezzare il vitto carcerario nel quale era previsto più volte
addirittura la carne. Sul presunto rigore del sistema
giudiziario napoletano vale la pena di ricordare che dopo la
rivoluzione del 48 non furono eseguite condanne a morte nel
Regno delle due Sicilie, eccetto quello di Agesilao Milano
condannato per tentato regicidio così come avrebbero fatto
tutti i paesi del mondo in quelli anni e non solo in quelli
anni.
Delle 42 condanne a morte comminate dai tribunali,
Ferdinando II ne commuta 19 in ergastolo, 11 in 30 anni ai
ferri, 12 in pene minori. Negli stessi anni vennero graziati
dal Re 2713 condannati per reati politici e 7181 condannati per
reati comuni.
In
Una relazione compilata da un deputato piemontese nella quale si
confrontavano le esecuzioni capitali eseguite in Francia e
quelle eseguite in Piemonte nel solo anno 1853, il risultato
emerso fu di 45 esecuzioni eseguite in Francia e 28 in
Piemonte, dato che se rapportato alla popolazione, otto volte
superiore in Francia, è come se fossero state eseguite in
Piemonte in un solo anno 224 condanne a
morte.
Nella
stessa relazione si legge che le esecuzioni capitali eseguite
dal 1851 al 1855 nel regno di Sardegna sono state 113.
Sempre
A proposito della campagna di calunnie a danno dei Borbone, a
Ferdinando II fu appioppato il nomignolo di “re Bomba” per aver
autorizzato il bombardamento di Messina il 5 settembre
1848. Il bombardamento fu ordinato a copertura
dello sbarco dei soldati napoletani per la riconquista di
Messina nelle mani degli insorti separatisti che risposero al
fuoco con l’uso di 16 cannoniere.
Si trattò quindi di una operazione militare tra due
eserciti, certamente con meno vittime di quelle provocate dai
cinici e ostinati bombardamenti contro i civili negli assedi di
Capua e di Gaeta. Centinaia e centinaia di morti tra i civili,
morti senza nome e senza volti sacrificati nell’urgenza di
affrettare la resa di Francesco II per la convocazione del primo
Parlamento italiano.
Vittorio Emanuele II, il re galantuomo, per sedare i
moti di Genova del 1849 ordinò di bombardare le piazze dove si
radunavano gli insorti facendo più di 500 morti. Comportamento
analogo a Torino nel 1864 per coloro che protestavano per il
trasferimento della capitale a Firenze ed anni dopo nel 1898 a
Milano dove il generale Bava Beccaris usò i cannoni contro i
popolani che manifestavano per fame su ordine, buon sangue non
mente, del Re Umberto I , il Re buono , provocando 80 morti e
350 feriti. La
spedizione dei Mille non fu pertanto una eroica impresa
dettata dal desiderio di portare la libertà ai
fratelli meridionali, o perlomeno non solo, ma, attentamente
preparata e finanziata, fu il frutto dell’intesa, per le
ragioni spiegate prima, raggiunta tra Inghilterra, Francia e
Piemonte, anche se ufficialmente osteggiata dal governo
piemontese.
Si
spiegano così le manovre di appoggio e protezione allo sbarco
dei garibaldini da parte delle navi inglesi nella rada di
Marsala, la scarsa o nulla operatività della Marina Borbonica, i
cui alti gradi si erano tutti venduti ai piemontesi, e che si
limitò solo a qualche simbolica cannonata per salvare le
apparenze. La stessa Marsala era stata scelta
perché era una specie di enclave britannica risalente alla
donazione fatta da Ferdinando I alla famiglia Hamilton nel
periodo napoleonico.
I
Mille rimasero tali solo per poco.
Ad
essi si aggiunsero subito bande di picciotti messe a
disposizione dai capi mafia dei vari mandamenti o semplicemente
allettati dalla promessa della distribuzione di terre ed
avventurieri , in specie inglesi ed ungheresi in cerca di
facili guadagni. In quattro giorni il numero dei mille si era
già triplicato. Nei giorni successivi ci fu un continuo
andirivieni di navi che sbarcavano presunti disertori e
congedati dell’esercito piemontese che, al termine delle
operazioni militari, furono prontamente condonati e reintegrati
nell’esercito . Dal 26 giugno al 21 agosto sbarcarono in
Sicilia altri 21mila “volontari” piemontesi.
Da
come viene riportato dai testi scolastici sembrerebbe che i
Mille fossero rimasti numericamente tali da Quarto al Volturno.
Eppure dei Mille, o poco più, partiti da Quarto ne arrivarono
a Palermo 750.
Il primo scontro tra borbonici e garibaldini avvenne a
Calatafimi sulla strada di Palermo. Al comando dei
Napoletani c’era il generale Landi che, attestatosi ad Alcamo
con il grosso delle truppe (3.000 uomini), mandò incontro ai
garibaldini un solo battaglione (circa 500 uomini) al comando
del maggiore Sforza con l’ordine di limitarsi al “solo
avvistamento del nemico”. L’incontro con i garibaldini (1400
uomini rinforzati dai picciotti del barone di Sant’Anna) avvenne
il 15 maggio. Il maggiore Sforza, con il pieno appoggio dei
suoi uomini, assalì i garibaldini che nello scontro ebbero 30
morti ed incominciarono ad arretrare. Alla richiesta di
rinforzi per completare il successo, il generale Landi ordinò
la ritirata senza neanche avvertire lo Sforza il quale,
avendo esaurito le munizioni, fu costretto a riportare i suoi
verso il grosso delle truppe che si stava incredibilmente
allontanando. Al suono della tromba che squillava la
ritirata, i garibaldini, convinti che il segnale provenisse dal
loro trombettiere, si accingevano a loro volta a ritirarsi
quando si accorsero, prima increduli e con stupore poi con
grande gioia, che a ritirarsi erano le truppe borboniche.
Il giorno 17 il Landi si ritirò incomprensibilmente
a Palermo.
Le ragioni di questo comportamento si compresero in seguito
quando il Landi andò a riscuotere una fede di credito, a suo
dire avuta da Garibaldi, di 14.000 ducati d’oro, il prezzo
pattuito per il suo tradimento, e che tra l’altro risultò essere
stato falsificata (da 14 ducati a 14.000) con grande dolore del
Landi che, si disse, ne morì di
crepacuore.
A Landi subentrò il generale
Lanza.
Dopo alcuni scontri in cui morì Rosolino
Pilo e gran parte dei suoi picciotti sconfitti dalle truppe del
maggiore Beneventano del Bosco, Garibaldi nella notte tra il 26
e 27 maggio assalì Palermo entrando in città attraverso le porte
di Sant’Antonino e Termini presidiate, guarda caso, da solo 260
reclute mentre il Lanza teneva i suoi 16.000 uomini
tassativamente chiusi nei forti della città. Garibaldi entra in
città e si insedia a palazzo Pretorio dove fissa il quartier
generale.
All’alba del 30 le truppe borboniche del generale
Von Meckel, nel frattempo rientrate dopo aver sbaragliato la
colonna Orsini, attaccarono i garibaldini, sfondarono con i
cannoni porta Termini e si apprestarono ad assalire il palazzo
Pretorio dove si era insediato Garibaldi con il suo Quartier
Generale. A quel punto arrivarono i capitani di Stato
Maggiore Bellucci e Nicoletti con l’ordine di Lanza di
sospendere i combattimenti perché era stato fatto un armistizio
“inspiegabile e stranamente provvidenziale” per i garibaldini.
Armistizio prorogato, su richiesta del generale Lanza per
ulteriori tre giorni ed accordato, bontà sua, da Garibaldi con
l’impegno da parte borbonica di lasciare Palermo.
L'8 giugno le truppe duosiciliane lasciano la città.
Sono 24.000 uomini perfettamente equipaggiati e certamente in
grado di contrastare i garibaldini. La rabbia tra le truppe è
tale che un soldato dell’8° di linea, al passaggio a cavallo di
Lanza, uscì dalle file e disse: “ Eccellè, ‘o vii quante
simme. E ce n’avimma ì accussì?”; l’ineffabile comandante
gli rispose: “ Và via, ubriacò!
Seguirono i fatti di Milazzo dove il colonnello Beneventano
del Bosco, dopo aver sconfitto il Medici, si apprestò a
contrastare Garibaldi in persona. Il comandante della piazza di
Messina Clary alla richiesta di rinforzi rispose negativamente ,
lasciando inoperosi 22.000 uomini.
Il 20 luglio
vi fu una cruenta battaglia dove i borbonici, in rapporto di 5 a
1 a favore dei garibaldini, ebbero 120 morti ed i garibaldini
780; il mancato arrivo dei rinforzi costrinse i borbonici a
ritirarsi nel forte anche perché oggetto del bombardamento del
traditore Amilcare Anguissola dalla nave Veloce, ribattezzata
Tukory, dopo il tradimento di questo e della gran parte degli
ufficiali della Marina Borbonica. E’ opportuno ricordare che, al
contrario degli ufficiali, la stragrande maggioranza dei marinai
rimase fedele ai Borbone manifestando la sua fedeltà anche con
episodi di ammutinamento nei confronti degli ufficiali
traditori.
Il 24 luglio l’ineffabile Clary completò la sua opera
disfattista dichiarando impossibile la difesa di Messina e
concordando la resa delle truppe che avrebbero lasciato la
Sicilia tranne il presidio della cittadella; i soldati indignati
costrinsero il comandante a fuggire a
Napoli.
La sera
del 18 agosto Garibaldi attraversò con le sue truppe lo stretto
di Messina con la tacita collabora-zione della Marina Borbonica
come lui stesso ebbe a ricordare nelle sue “Memorie”.
Seguirono la resa del comandante di Reggio
Gallotti e di altri comandanti tanto che la truppa, esasperata
dal tradimento e dall’insipienza dei capi, fece giustizia
sommaria di uno di loro, il generale Briganti, il cui corpo
crivellato di colpi venne fatto a pezzi a Mileto dove, a cavallo
ed in borghese, incrociò, per sua sfortuna,un gruppo di soldati
lealisti.
Il
Il resto della campagna garibaldina ,culminata con l’ingresso a
Napoli di Garibaldi il 7 settembre 1860, fu una passeggiata
militare. Il re Francesco II aveva lasciato Napoli nella notte
tra il 5 ed il 6 per evitare a Napoli la sciagura di un
bombardamento e di una guerra all’interno della città.
Il
12 ottobre le truppe di Vittorio Emanuele, senza dichiarazione
formale di guerra e senza l’avallo di alcuna volontà popolare,
varcarono il Tronto ed invasero il Regno delle due Sicilie. Si
trattava di ben 46 battaglioni con 39.000 uomini che uniti alle
camicie rosse, diventate ormai 25.000, costituivano una forza
di 64.000 uomini contro circa 50.000
napoletani.
Inutili furono i successi dei napoletani nel
settembre 1860: a Caiazzo, Roccaromana,Pontelatone, sotto le
mura di Capua, dove i garibaldini avevano avuto la peggio.
Successivamente , nell’assedio della fortezza di Capua, le
camicie rosse passarono la mano all’esercito regolare piemontese
per la conduzione delle operazioni di
guerra.
Le vicende della battaglia del Volturno sono note.
Dopo una prima giornata favorevole ai napoletani, l’uso delle
riserve garibaldine equilibrò le sorti della battaglia che si
concluse il 2 ottobre 1860 con un nulla di fatto con gli
eserciti contrapposti nelle medesime posizioni di partenza.
Con l’appoggio dal mare delle navi passate ai
piemontesi le truppe dei generali Cialdini e Morozzo
sconfissero i borbonici sul Garigliano. Prive oramai di
copertura dal mare, arriva il disastro di Montesecco e Mola di
Gaeta (attuale Formia). Con l’epopea dell’assedio di Gaeta
dall’11 novembre 1860 al 14 febbraio 1861 si conclude
ufficialmente la conquista del Sud. Un epilogo di grande
dignità ed onore per gli eroici difensori da Francesco II , alla
regina Maria Sofia fino all’ultimo fantaccino; molto meno
dignità e molto meno onore per gli assedianti che massacrarono
con i loro cannoni rigati militari e civili anche durante e dopo
le trattative di
resa.
Il regno Così conquistato aveva bisogno di una parvenza di
legalità che legittimasse la forzata annessione. Si ricorse
così al plebiscito nella forma già collaudata nella cessione ai
francesi di Nizza e Savoia e nell’acquisizione al regno di
Sardegna delle regioni del Centro.
Il 21
ottobre fu il giorno dedicato al voto. Nei seggi vennero
disposte due urne contrassegnate con le scritte SI’ e NO in
lettere cubitali che contenevano una le schede già stampate per
chi voleva rispondere “sì” e l’altra per il “no”. Il cittadino
, sotto gli occhi di tutti, raccogliendo applausi in un caso e
rischiando bastonate o peggio nell’altro, doveva farsi
consegnare il certificato con la risposta e poi depositarla in
una terza urna, più grande, disposta in mezzo tra le altre due.
Escludendo, in questo modo la segretezza stupisce che in queste
circostanze ci siano stati dei voti
contrari.
Ai 40.000 soldati di Francesco II asserragliati a Gaeta non fu
certo concesso di votare. In compenso vennero ammessi a votare i
garibaldini ed un gran numero di stranieri che, già che c’erano,
si divertirono a votare più volte. La percentuale dei votanti fu
del 19% degli aventi
diritto.
A Napoli il risultato da esibire in quelle condizioni fu
imponente: un milione e 300.000 sì e 10.000 no. Con la
caduta delle ultime fortezze in mano ai soldati borbonici,
Messina e Civitella del Tronto, si compì la conquista del Sud ed
iniziò la spoliazione del Meridione.
Lo stabilimento siderurgico di Mongiana in Calabria, il più
grande d’Italia, fu svenduto ad un sarto garibaldino
pregiudicato per truffa allo Stato, e chiuso; le più grandi
officine meccaniche del Napoletano come Pietrarsa , furono
sacrificate in favore dell’Ansaldo di Genova e si sparò agli
operai che protestavano. La stessa fine fecero i cantieri navali
e gli opifici. Tutto quello che valeva qualcosa finì altrove. Ai
contadini, ai quali Garibaldi aveva promesso la distribuzione
delle terre, non solo non venne mantenuta la promessa e si
fucilò coloro che autonomamente credettero di potersene
appropriare (fatti di Bronte) ma si vendettero all’asta anche i
terreni demaniali e le proprietà della Chiesa togliendone l’uso
ai più poveri ed ingrassando latifondisti, speculatori e baroni.
Al sud, che aveva il sistema fiscale meno gravoso d’Italia, si
imposero tasse persino per pagare la guerra di conquista che
aveva subito. Così, a parità di popolazione, la Sicilia pagava
3,5 volte le tasse delle Venezie . Criterio inverso nei
finanziamenti. I 458 milioni per le bonifiche vennero ripartiti
455 al Nord e 3 al Sud. Stesso criterio per la ripartizione dei
fondi per il piano ferroviario, per l’istruzione e per tutti i
finanziamenti in genere. Criterio proseguito fino ai nostri
giorni. Dal 1860 al 1988 lo stato ha speso in Campania 200 volte
in meno che in Lombardia, 300 volte in meno che in Emilia, 400
volte in meno che in
Veneto.
Si procedette alla piemontesizzazione forzata di tutte le
istituzioni anche di quelle, ed erano la maggioranza, migliori
delle nuove. In tutte le commesse e le gare di appalto furono
favorite le imprese del Nord o le straniere, il più delle volte
senza neppure invitare le imprese del Sud. In tutti i gradi
dell’amministrazione pubblica furono inviati funzionari del Nord
destituendo gli ex funzionari della passata amministrazione con
l’accusa di essere filo-borbonici. Persino le balie
negli orfanatrofi pubblici del sud vennero fatte venire dal
Friuli. Evidentemente il latte delle meridionali era meno buono.
Gli
ufficiali ed i soldati che, mantenendo fede al loro giuramento,
avevano combattuto per i Borbone e per quella che
consideravano la loro vera Patria e che si erano rifiutati di
passare nell’esercito piemontese, furono rinchiusi nelle
fortezze di Fenestrelle ed in altri campi di concentramento
esposti al freddo ed alla fame e condannati a morire di stenti
:la durata media della vita a Fenestrelle in quelle condizioni
era di circa tre mesi.
Non meraviglia che, a fronte di tutte queste angherie e
soprusi , nascesse una resistenza armata , passata alla storia
come “brigantaggio” per aver ragione della quale ci vollero
oltre dieci anni di guerra , l’impiego di 120.000 soldati, il
ricorso a leggi speciali come la legge Pica che aboliva
qualsiasi garanzia costituzionale ed autorizzava la fucilazione
anche dei soli sospetti su giudizio dei militari, la distruzione
di 51 paesi (vale per tutti il ricordo di Casalduni e
Pontelandolfo, rasi al suolo con più di 900 morti tra fucilati,
persone arse vive nell’incendio delle loro case e donne uccise
dopo essere state stuprate. Il tutto in assenza di briganti e
per rappresaglia all’uccisione di 41 militari caduti in un
agguato. Peggio che alle fosse Ardeatine). La guerra di
repressione del brigantaggio, condotta con inaudita violenza ed
efferatezze da ambedue le parti, causò 266.370 morti tra i “briganti”
e 23.013 tra i militari piemontesi . L’esercito piemontese perse
più uomini nella repressione del cosiddetto “brigantaggio”
che nelle cosiddette “guerre di indipendenza”.
Garibaldi, otto anni dopo la sua impresa, scriveva che “
gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono
incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male.
Nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia
Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà
cagionato solo squallore e suscitato solo
odio”.
Con la perdita dei suoi uomini migliori, i più audaci uccisi gli
altri emigrati, e con la spoliazione delle sue ricchezze nasce
la Questione Meridionale.
Nel primo decennio del 900 (leggi speciali) e nel II
Dopoguerra (cassa per il Mezzogiorno) si vararono interventi per
colmare il baratro così creato. La persistenza della questione
Meridionale a 150 anni dall’unità fa pensare che se non si è
risolta , forse non la si vuole
risolvere.
La
Germania Ovest in 20 anni ha risolto il divario che la divideva
dalla Germania dell’Est rallentando volutamente la sua crescita
industriale e dirottando i finanziamenti all’Est.
Provate a
chiedere la stessa cosa agli industriali del Nord ed ai
leghisti. Finisco con la
citazione di due autorevoli meridionalisti che di certo non
possono essere accusati di simpatie
borboniche:
Luigi Settembrini , in una lezione successiva all’Unità,
agli studenti che gli chiedevano le ragioni per le tristi
condizioni in cui versava il Sud in rapporto al passato
benessere, rispose: “ Figli miei , bestemmiate la memoria di
Ferdinando II, perché è sua la colpa di questo”; allo stupore
degli allievi, aggiunse: “ Se egli ci avesse impiccato noi
altri, oggi non si sarebbe a questo: fu clemente e noi facemmo
peggio”.
L’altro autorevole personaggio è Francesco Saverio Nitti,
autore di Nord e Sud, che scrisse queste profetiche
parole: "Ora
l’industria si è formata e Lombardia, Liguria e Piemonte
potranno anche, fra breve, non ricordare le ragioni prime della
loro presente prosperità, le cui origini si sono volute vedere
non dove erano, nelle dogane, nella finanza, nella politica, ma
in una superiorità etnica che non è mai esistita".
E ancora è accaduto che chi più ha dato è parso anche uno
sfruttatore.
(*)
Abstract dalla Relazione tenuta dal Dott.Enrico
Posillico il 23 marzo 2011 al Convegno "Unità d'Italia,
prima e dopo" presso il Centro Polivalente "Paolo
Borsellino" in Pastorano (Caserta).