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(aggiorn.nov. 2010)

Dallo Scaffale al WEB

 

GIUSEPPE GAROFALO

L'EMPIA BILANCIA

TOSATORI DI MONETE 

                         E  DI  GIUSTIZIA

 

Presentazione di Ferdinando TERLIZZI

 

"Uno spaccato sulla Storia del Regno di Napoli ai margini di un processo al  direttore del Banco dello Spirito Santo del 1747,  accusato di tosare monete  – Chi tosava le monete era condannato a morte… chi tosava le leggi  veniva, spesso, elevato a grado di giureconsulto… - La strenua difesa dei suoi avvocati e i retroscena per scongiurare il “taglio della testa”. Le arringhe difensive e i documenti originali nel drammatico e arguto racconto uscito dalla  penna avvelenata del noto penalista sammaritano."  

 

     E' , da pochi giorni, in edicola,  per  i tipi di Tullio Pironti,  il terzo libro di Giuseppe Garofalo, noto penalista  del Foro di Santa Maria Capua Vetere, dall’attività professionale intensa, e  autore di due libri di successo, Teatro di Giustizia ( Pironti, 1996) e La Seconda Guerra Napoletana alla Camorra, ( Pironti, 2005).

In questa nuova opera ,  l’autore pone sotto gli occhi del lettore vizi antichi e difetti nuovi della bilancia della giustizia. Con linguaggio semplice si muove tra la legislazione antica e moderna con l’agilità e la disinvoltura di chi conosce i ferri del mestiere.    

      Frutto di accurate ricerche, l'opera rappresenta un a ricostruzione dell'andamento della giustizia nel regno di Napoli, con un  quadro inedito e curioso che, tuttavia, non si distacca molto dai mali che oggi affliggono i palazzi di giustizia.

   I tribunali, per esempio,  erano gestiti a “costo zero”, si dovevano mantenere a spese degli imputati e dei giudici. Un intero capitolo è dedicato alle attività del boia ( curioso il particolare del rifiuto del boia di non tagliare la testa ad una “scartellata”, accusata di veneficio,   perché portava jella); “a Napoli - dice Giuseppe Garofalo – la giustizia si reggeva su 2 forche fisse. Una in Piazza Mercato, dove i rei si impiccavano per il collo e l’altra a Castelcapuano, dove  si impiccavano per la borsa”. Un  altro capitolo è dedicato al manuale del perfetto “inquisitore”. 

 

     Nella sinossi Garofalo spiega. “Due regole: per comprendere un delitto occorre conoscere il delinquente e il suo mondo. Per comprendere un processo occorre conoscere il giudice e il suo mondo”. L’Autore si è sforzato di applicare entrambe le regole. Il libro “L’Empia Bilancia – Tosatori di monete e di giustizia”  non è la revisione di un processo, ma solo il tentativo, per quanto possibile, di rivisitare l’uso della bilancia della Giustizia. Il lettore, per sua esperienza o conoscenza, rileverà se pesi, pesatori, tosatori e bilancia oggi in uso siano cambiati, e come, o siano sostanzialmente rimasti quali erano, malgrado il decorso di quasi tre secoli. Nel libro si parla anche del regime carcerario del  Regno di Napoli, dei pentiti dell’epoca, delle chiamate di correità e del doppio binario processuale.

   

      “La scelta del processo Starace – dice Giuseppe Garofalo “è dovuta, oltre che alla sua risonanza, al particolare momento della sua celebrazione (1744 - 1754). Erano gli anni in cui sulla giustizia soffiava un vento di discredito e contestazione. Lo aveva sollevato qualche anno prima il napoletano Giuseppe Aurelio Di Gennaro con la Repubblica Jurisconsultorum. Lo aveva seguito Ludovico Antonio Muratori con De’ Difetti della Giurisprudenza. Poi gli aveva dato fiato ancora Di Gennaro con Delle Viziose Maniere del Difendere le Cause nel Foro. Avevano tentato di smorzarlo i napoletani Giuseppe Pasquale Cirillo e Francesco Rapolla, entrambi titolari della cattedra di diritto all’università e il primo anche segretario della Giunta per la compilazione del Codice. Tentativi risultati vani: giudici, avvocati, dottori, giuristi, scrivani, erano finiti tutti a pezzi, accusati di non «maneggiare rettamente le bilance della giustizia». A Castelcapuano si erano salvati i portieri, ma solo perché non se ne era parlato”.

 

     Ecco in breve il fatto.

 Gaspare Starace, cassiere maggiore del Banco dello Spirito Santo di Napoli, fu arrestato e processato dalla Gran Corte della Vicaria e dalla Real Camera di S. Chiara per spaccio di zecchini tosati (scarsi di peso), uso di bilancia e pesi truccati, abusivo esercizio di finanziamento, reati punibili con la pena di morte. La descrizione delle fasi e dei tempi dell’annoso processo ha richiesto il richiamo della legislazione sulle monete, sui banchi, di eventi storici, giudiziari e di cronaca collegati a coloro che, a vario titolo, si occuparono o ebbero a che fare con la vicenda giudiziaria.  

     Un elenco nutrito: il re Carlo di Borbone, il capo del governo Gioacchino Montealegre, il ministro della Giustizia Don Bernardo Tanucci, i giudici, i testimoni, gli investigatori, gli avvocati, i carcerieri. Una folla di personaggi che si mosse per il Palazzo e per Castelcapuano, secolare teatro di giustizia napoletana, in un sistema legislativo-giudiziario che di frequente l’autore confronta con quello attuale traendone conclusioni che il lettore giudicherà se giuste o non. Il racconto della vicenda giudiziaria si snoda con un crescendo emotivo. Si avvia con una descrizione distaccata dei personaggi, dell’ambiente, degli usi giudiziari, per giungere a descrizioni di situazioni altamente drammatiche.

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NOTIZIE UTILI PER LA LETTURA

 del libro “L’Empia Bilancia” di Giuseppe Garofalo 

Tullio Pironti editore

   

Sintesi dell’ordinamento giudiziario  

 

Regio Sacro Consiglio: Supremo Tribunale napoletano composto da quattro Ruote, ventiquattro consiglieri, un giudice di primo grado della città di Napoli e un giudice d’Appello delle sentenze emesse dalla Gran Corte della Vicaria. Gran Corte della Vicaria: quattro Ruote, due civili e due criminali, un avvocato fiscale e un avvocato dei poveri per ciascuna Ruota criminale. Giudice di primo grado della Provincia di Terra di Lavoro e giudice d’Appello delle sentenze emesse dai dodici Tribunali provinciali. Era responsabile del mantenimento dell’ordine pubblico in città.

 

Regia Camera della Sommaria: dieci presidenti togati, cinque presidenti non togati detti «idioti», quattro avvocati fiscali (due togati e due no), quindici «razionali» e una schiera di scrivani. Tribunale del Fisco: giudicava sulle concessioni feudali, sulle pubbliche entrate, sulle cause del Fisco e degli appaltatori dei pubblici servizi.

Commissario di campagna: giudice itinerante con uffici in circa venti località. Competente entro i confini della Provincia di Terra di Lavoro, esclusa la città di Napoli, per i reati attinenti all’ordine pubblico e alla sicurezza della collettività: furti, su strada e in campagna, incendi dolosi di case, boschi, seminati e deposito di vettovaglie e raccolto, delinquenza organizzata e comitive di armati non inferiori a quattro, sequestro di persona a fine di estorsione, rapimenti di donne residenti in campagna, e perciò meno difese, atti di pirateria in mare.

 

Real Camera di Santa Chiara: composta dal presidente del Sacro Consiglio e dai quattro presidenti delle quattro Ruote del Sacro Consiglio. Suprema magistratura giudiziaria, politica, amministrativa e di consulta del re.

 

Supremo magistrato del Commercio: un presidente, nove consiglieri, tre nobili, tre togati e tre negozianti. Giudicava le cause che riguardavano il commercio, le arti e i mestieri.

 

Tribunale misto: due componenti laici, nominati dal re e due ecclesiastici nominati dal papa; un presidente nominato dal papa in una terna di nomi fornita dal re. Era competente a giudicare le controversie giurisdizionali nascenti dal Trattato di Accomodamento tra la Santa Sede e la Corte di Napoli, in particolare sull’immunità

personale, locale, reale.

 

Udienza (Tribunale) provinciale: una in ciascuna delle dodici Province del Regno. Composta da: un presidente, due uditori, l’avvocato fiscale e l’avvocato dei poveri.

   

Il Banco dello Spirito Santo

 

Fondato nel 1591, era il ramo finanziario della Reale arciconfraternita dei Bianchi dello Spirito Santo, un’opera pia, il cui scopo era la protezione e l’assistenza alle ragazze pericolanti, quelle, cioè, che per motivi familiari e ambientali erano esposte al rischio di finire nella prostituzione.

 

L’amministrazione

 

Il Banco era amministrato da sette governatori: un patrizio, iscritto alla confraternita da almeno dieci anni, un magistrato o avvocato, quattro cittadini «honesti seu probi», un delegato della Corporazione dei mercanti. Tra i sette governatori, ogni due mesi si

eleggeva il governatore «mensario», il cui compito era di stare nel Banco tutti i giorni per controllare la regolare gestione e adottare eventuali provvedimenti d’urgenza. I governatori erano assistiti da un segretario e un «razionale». Il segretario redigeva i verbali delle deliberazioni e ne curava l’esecuzione. Provvedeva a eseguire gli ordini provenienti dalla Corte. Il «razionale» adempiva ai compiti che oggi sono del direttore generale di una banca. Come in tutti i Banchi c’era un delegato nominato dal re, scelto tra gli alti magistrati, che faceva da intermediario tra il Banco e la Corte.

 

L’organizzazione operativa

 

1) Il «pandettario» era responsabile della «pandetta» che riportava il nome del cliente e il numero del foglio del «Libro maggiore» in cui figurava il conto.

 2) Un funzionario detto «libro maggiore». Prendeva il nome dall’omonimo libro della cui tenuta era incaricato e in cui erano segnati i movimenti del conto di ciascun cliente. 3) Il cassiere che provvedeva all’incasso e ai pagamenti. Esisteva la «cassa maggiore», gestita dal «cassiere maggiore», e una o più casse piccole, gestite da altri impiegati. 4) Un funzionario detto «fedista» incaricato di redigere le «fedi di credito» e curare la tenuta del registro. 5) Un funzionario della tenuta di un registro detto «copia polizze » in cui si segnavano gli ordini di pagamento o polizze per ritirare denaro da un conto. 6) Un funzionario responsabile dell’archivio. Oltre che alla tenuta delle carte, controllava la corrispondenza tra un registro e l’altro. Un controllo incrociato. Rilasciava ai clienti, che ne facevano richiesta, quello che oggi è il saldo periodico.

Monete

 I conti erano tenuti in: ducati, tarì, carlini, grani e cavalli.

Il ducato: = cinque tarì o dieci carlini

Il tarì: = due carlini

Il carlino: = dieci grana

Il grana: = due tornesi

Il tornese: = sei cavalli

Oncia d’oro: = sei ducati

Zecchino veneziano: = carlini ventisei al cambio

 

Pesi

 

Cantàro = cento rotoli (kg. 89)

Rotolo: = trentatré once (gr. 890)

Libbra: = dodici once

Oncia: = venti trappesi

Trappeso: = venti acini