+

 

 
 

DIRETTORE RESPONSABILE: MARIO ROMANO

 
 

   Sito Internet  :  www.giustiziaoggi.it -  e-mail:avvromanomario@libero.it

                                            Tel.   e  Fax: 0823. 844686

 
        

   ( aggiorn. ott. 2010 )

PERSONAGGI "SCOMODI"

a cura di Mario ROMANO

 2 / MACHIAVELLI

 

L'arte della politica del nobile fiorentino  e

la scienza  "machiavellica"di Bodin !

 

                Nella visione del Machiavelli,il processo di formazione e di consolidamento dello stato moderno è accompagnato da un’intensa riflessione teorica che abbandona gradualmente il quadro teorico medievale - caratterizzato dalla visione delle "due città" e dal permanente problema del rapporto fra potere politico e potere religioso - per volgersi alle grandi  questioni politiche della modernità: l’origine e il fondamento della sovranità, il rapporto fra diritto naturale e diritto positivo, la natura e i limiti dell'obbligo politico, la pace, la guerra e le relazioni tra stati sovrani.                                               Seguendo il tracciato di questa discussione nell’epoca che va dall’Umanesimo all'elaborazione del giusnaturalismo seicentesco,si  passa attraverso la lacerante esperienza della Riforma, della Controriforma e delle guerre di religione.Attorno alla metà del Quattrocento, consumata la visione universalistica medievale, il dibattito politico nell'Umanesimo italiano si concentra dapprima sul repubblicanesimo, in particolare all'interno della città-stato italiana. Ma il declino di questa, il peso crescente di sistemi autocratici nel centro-nord e il riemergere dello stato feudale-monarchico al sud spostano l'attenzione sul principe. La descrizione del principe ideale, delle sue virtù e della sua educazione e formazione è retta da un ideale pacifista, che prescrive al principe di essere giusto e moderato, di ispirarsi a prudenza e liberalitas, di circondarsi di saggi consiglieri e mantenere la pace. Così per esempio è tratteggiato il sovrano ideale nei trattati di Platina (1421-1481), Francesco Patrizi (1412-1494) e Giovanni Pontano (1426-1503): il successo di un principe nella sua opera di governo dipende perciò dalle virtù civili di cui è in possesso. L'ottica di questi scrittori, attenta soprattutto ai segni esteriori del potere, alla majestas del principe e al cerimoniale è quella della corte, intesa più come palcoscenico e nucleo di relazioni pubbliche che come centro della decisione politica.                                                                                      Originale è invece la laicità della prospettiva: la storia è opera di forze terrene, e le virtù mondane del principe, interamente secolarizzate, sono valutate solo per i loro effetti pratici. L'attenzione alla figura del principe, con i suoi risvolti etici e le sue virtù peculiari prepara la riflessione di Machiavelli che fa dell'individualità, della personalità di chi regge lo stato, il fattore determinante della politica.Niccolò Machiavelli inaugura una rivoluzione metodologica, oltre che culturale, che investe in pari misura la teoria politica, la storiografia e la filosofia della storia. Il mondo umano e l'agire politico sono da lui analizzati in una prospettiva di rigorosa immanenza. La comprensione storica diviene base per l'azione, per un'arte della politica che trasformi consapevolmente la realtà; e la scienza della politica, che dalla storia trae alimento, trova nel riscontro fattuale della sua utilità, nell’efficacia dei mezzi da essa indicati in vista di fini concretamente perseguibili, la sua ineludibile verifica. Sottratta alla tradizionale funzione edificante di magistero per la vita la storia viene ora posta al servizio della politica, nella sua autonomia e con il suo realismo e le sue necessità. Per comprendere le dinamiche che regolano i fenomeni politici, sostiene Machiavelli, occorre attenersi alla "verità effettuale della cosa", quale essa è, vista frontalmente e senza imbellettamenti; e l'agire politico va descritto e analizzato qual è, con gli interessi, le necessità e le asprezze che lo dominano, e non per come vorremmo che fosse. Machiavelli stesso dichiara di aver tratto i materiali della sua riflessione teorica dalla "perenne lezione" della storia e dalla "lunga esperienza delle cose moderne" accumulata nei quindici anni trascorsi "a studio all'arte dello stato".Il progetto di una scienza della politica poggia in Machiavelli su un'antropologia naturalistica: l’immutabilità della natura umana, la relativa costanza dei desideri, delle passioni e dei comportamenti in ogni tempo e latitudine, consentono di ridurre a unità le mutevoli vicende storiche, di scoprirne le costanti, le ricorrenze. Il mondo, nota Machiavelli, è sempre stato "ad uno medesimo modo", e gli uomini camminano per lo più lungo le vie già battute da altri.Il sentimento della precarietà delle istituzioni e in genere dell'instabilità e della mutevolezza delle cose umane, che Machiavelli trae dai continui rivolgimenti nell'Europa, nell’Italia e nella Firenze del tempo, mitiga però il suo naturalismo mentre il concetto di fortuna introduce una variabile di imprevedibilità. L'antropologia di Machiavelli vede libertà e necessità, volontà soggettiva e determinazione oggettiva intrecciarsi inscindibilmente, e la sua scienza della politica sfuma perciò spesso in una psicologia dell'agire politico: "La prima condizione per governare l'uomo è quella di capire l'uomo". Il concetto di necessità non implica una visione deterministica, semmai indica ciò che è obiettivamente dato indipendentemente dalla volontà e dal raggio d'azione di un uomo, di un gruppo sociale, di uno stato. La libertà si esercita in un contesto di interdipendenze, è limitata dalle circostanze e dall'azione altrui, è circoscritta da elementi in tutto o in parte indipendenti dalla nostra volontà. Machiavelli designa con fortuna l'insieme degli eventi non prevedibili o determinabili dalla volontà, con virtù ciò che rientra nell'agire umano libero e consapevole, nella previdente intuizione delle possibilità che si schiudono all'azione. Non siamo né interamente arbitri delle nostre azioni né interamente in balìa delle circostanze. La necessità va addomesticata, la fortuna sfidata; le occasioni vanno colte e modellate, le circostanze piegate attivamente a proprio favore. La nostra azione può indirizzarsi con successo là dove asseconda il corso delle cose. La nozione di virtù compendia risorse diverse, che, riunite, di norma attraggono la fortuna: tra esse, la capacità di interpretare uomini e situazioni, l’ingegno creativo, la razionalità, il coraggio, il realismo, la prontezza. In politica chi è irresoluto finisce travolto dagli eventi, mentre chi ha virtù sa prendere decisioni tempestive, mutando rotta e atteggiamenti non appena le circostanze lo richiedano.Machiavelli instaura un coerente nesso strumentale tra virtù e conseguimento del fine: la virtù consiste perciò nell'adozione di mezzi idonei a conseguire il fine. Anche il premio della virtù politica è interamente mondano: la gloria, l’onore, il successo di un progetto. Così Machiavelli ribalta molti aspetti del concetto umanistico di virtù e i dettami del senso comune. La virtù politica del principe è l'arte di conservare lo stato "corroborato di buone leggi, di buone armi e di buoni esempi". Occorreranno a tale scopo astuzia e fermezza destrezza e coraggio: l’istintiva animalità della volpe e del leone. Prudenza e giustizia, fortezza e temperanza, magnanimità e liberalità varranno se conformi a tale scopo, non più come virtù in se stesse, e andranno praticate solo se non verranno a ledere l'immagine di forza, di potenza, di ferrea determinazione del principe. Al principe perciò, converrà essere temuto più che amato, e farsi simulatore e dissimulatore: il sovrano non è, secondo Machiavelli, tenuto a essere giusto, grande o magnanimo, ma a conservare il potere.Machiavelli non pone dunque il problema della sovranità legittima: unico titolo per la legittimazione del potere è il possesso di fatto. Lo stato è anzitutto autorità, titolarità dell'imperio e del governo, potere monopolistico di comando e di coercizione. Come virtù e fortuna, anche forza e consenso svolgono ruoli tra loro complementari. Senza la forza le occasioni storiche si vanificano e la virtù resta inoperante. Senza la forza il consenso può essere rovesciato. Senza il consenso la forza delle armi, utile in principio, si rivela nel tempo edificata su un fondo argilloso.La preferibilità di una forma istituzionale va valutata per la sua stabilità e non per astratti criteri di giustizia. Tutte le istituzioni - secondo Machiavelli sono destinate a perire, in un alternarsi di ordine e disordine, decadenza e sviluppo poiché la vita degli stati segue un ritmo ciclico in cui nascita, gioventù, maturità, decadenza e morte si susseguono inesorabili. Tre grandi processi, variamente abbinati tra loro, provocano la fine degli stati: i fenomeni degenerativi propri di ciascuna forma istituzionale (la monarchia degenera in tirannide, l’aristocrazia in oligarchia, la democrazia in anarchia); l’alternarsi ciclico delle tre forme istituzionali; la conquista a opera di stati più forti. Introducendo gli opportuni bilanciamenti, le costituzioni miste dovrebbero poter ritardare congiuntamente i tre processi. Ammaestrato a un prudente relativismo storico, Machiavelli non esprime ricette assolute: normalmente più stabile e duraturo è lo stato misto a base popolare e a struttura sociale gerarchica, fortemente centralizzato nel sistema di decisione politica e altrettanto disciplinato nel sistema di accesso al governo. Sparta e la repubblica romana, dove questa mediazione equilibratrice trovò felice attuazione, dimostrano che la libertà si esercita solo entro un sistema istituzionale che sappia mediare ed equilibrare, con opportuni pesi e contrappesi, le spinte opposte dei gruppi sociali, in particolare quelle dell’aristocrazia e dei ceti popolari urbani. Se questo sapiente equilibrio viene meno, subentrano le lotte di fazione, i sentimenti collettivi alimentati dalle virtù civiche si disgregano e lo stato va incontro alla rovina. II pericolo per lo stato non è dunque negli antagonismi, ma nell'incapacità di mediarli.La virtù civile è tutt'altro che naturale: essa è un'opera d'arte, un delicato e fragile artificio. Le collettività umane sono esposte al male dell'individualismo, della faziosità, dell'ambizione: in questo corpo così vulnerabile, come un medico, l'uomo di stato dovrà saper cogliere i sintomi di crisi e adottare le opportune terapie.Momento rilevante per innervare e materiare le virtù civili nella vita collettiva di uno stato è l'istituzione religiosa, che Machiavelli identifica con una forza interamente secolarizzata che, come ha notato Chabod, ascende dall'alto, saviamente ammaestrando gli animi e raffermandoli nell'adempimento dei loro doveri civili". Coerente con la sua concezione che ripone nel vivere politico la più alta missione dell'attività umana, Machiavelli ritiene che il paganesimo ha assolto un'alta funzione civile nel mondo greco-romano, là dove invece il cristianesimo insinua la rassegnazione, scoraggia gli spiriti attivi a vantaggio della contemplazione e dell'umiltà.La visione delle relazioni interstatali è in Machiavelli altamente conflittuale: la competizione ostile è la condizione naturale della convivenza tra stati. La guerra c’è, ineluttabile: deprecarla non serve. Serve combatterla quando necessario, conoscendo le leggi specifiche che la governano. La forza militare assicura il mantenimento del potere all'interno e l'esistenza e la grandezza dello stato all'esterno.Tutti gli stati si fondano su buone leggi e buone armi: "Non può essere buone leggi dove non sono buone arme, e dove sono buone arme conviene sieno buone leggi".Se nessuna forza militare può surrogare la debolezza politica e civile di uno stato, inversamente non ci sono solide istituzioni se non ci sono forti eserciti. Addebitando la crisi italiana anche alla debolezza militare, Machiavelli; coglie una delle cause di questa debolezza nel declino dell’esercito e dell'arte della guerra feudali.Il suo rifiuto delle truppe professionali mercenarie prefigura perciò un rinnovamento parallelo delle virtù militari e delle virtù civili. Quel rinnovamento cui tende tutta l'opera del grande umanista italiano.                                                                            

 LA FONDAZIONE DELLA SOVRANITÀ in BODIN

Mentre in Italia il sogno di Machiavelli di una unificazione politica guidata da un principe illuminato non giungerà mai a compimento, nello stesso periodo è vivo in Francia, dove l'unità politica è già una realtà, il dibattito sulla fondazione della sovranità. Nella Francia della seconda metà del Cinquecento, travagliata dai conflitti religiosi, si esprimono, intatti, forti resistenze all'affermazione dello stato centralizzato, sia da parte dei ceti feudali che degli ugonotti, che vedono nell'autorità dello stato una grave minaccia per le proprie autonomie. Così, per esempio, nelle teorizzazioni dei "monarcomachi" (Iunius Brutus, Vindiciae contra tyrannos, 1579) si sostiene il diritto di resistenza al re tiranno, cioè al re che non rispetta il patto (feudale) sancito nel diritto consuetudinario e che tenta di imporre la propria autorità alle rappresentanze dei ceti.Nel vivo dibattito teorico aperto dalla crisi delle guerre di religione, emerge la figura di Jean Bodin (1529-1596), consigliere di Enrico III e noto esponente del partito dei politiques: schierati su posizioni monarchico-moderate, i politiques invocano nel re il garante dell'ordine, della concordia e dell'unità politica dello stato, al di sopra delle fazioni religiose. II capolavoro di Bodin, i Six livres de la Republique (Sei libri dello stato) uscito nel 1576, a quattro anni dalla strage di San Bartolomeo, contiene la teorizzazione più consapevole del processo di formazione dello stato europeo centralizzato e burocratico. Quella che in Machiavelli era ancora un’ "arte", diviene in Bodin una vera e propria scienza delle istituzioni, dei poteri e delle funzioni dello stato, alla quale concorrono la storia, la filosofia, la giurisprudenza e una metodologia rigorosa. Con essa Bodin abbandona la teoria della sovranità per diritto divino e la concezione patrimonialistica e dinastica del potere monarchico, imprime al pensiero politico una svolta di portata pari a quella di Machiavelli, prelude alla teoria hobbesiana dell'impersonalità dello Stato.Bodin teorizza l'incontrastata autorità del potere civile, fonte e garanzia del bene supremo dell'ordine: con questo, egli suggerisce la via d'uscita politica alla crisi di gestazione dello stato assoluto. La sovranità, potere indivisibile, inalienabile, incomunicabile e perpetuo, non limitato o condizionato da altre autorità o poteri, è prerogativa esclusiva dello stato. La sovranità costituisce il principio giuridico che giustifica la centralizzazione monopolistica del potere statale, l’unicità delle fonti del diritto civile, l’autonomia della sfera pubblica rispetto a quella privata e l'indipendenza della sfera politica da quella religiosa.Per stato - secondo Bodin - si intende l'unione di un popolo sotto una signoria sovrana "il governo legittimo che si esercita con potere sovrano su diverse famiglie e su tutto ciò che esse hanno in comune fra loro", mentre "per sovranità si intende quel potere assoluto e perpetuo che è proprio dello stato" e che assicura la coesione tra le sue varie membra. Vertice unico e supremo nella scala gerarchica dei poteri terreni, responsabile dei suoi atti davanti a Dio ma non agli uomini, il potere sovrano è legibus solutus, non limitato da leggi positive; esso è continuo e perpetuo, inalienabile e irrevocabile.La preesistenza allo stato di una comunità nazionale o di una società civile è radicalmente esclusa da Bodin, in quanto incompatibile con la dottrina della sovranità: solo un sovrano comune istituisce una comunità politica. La cittadinanza si definisce come soggezione a un potere sovrano: cittadino è un "suddito libero che dipende dalla sovranità altrui". La comunanza di consuetudini, di leggi, di lingua, di religione, di radici territoriali, di interessi, non fa di un uomo un cittadino e di un gruppo una comunità statale; reciprocamente, i sudditi possono essere "diversi per lingua, legge, religione, consuetudine, origine". Il vincolo politico è autonomo e superiore a ogni altro vincolo. Tutti gli istituti della società civile - ordini, associazioni religiose, corporazioni, municipalità, società commerciali - devono i loro poteri, privilegi e diritti alla volontà sovrana.Potere assoluto non vuol dire tuttavia potere illimitato e arbitrario. II potere sovrano è sottoposto intanto alla summa potestas di Dio, da cui dipendono le immutabili leggi divine e naturali, con i loro diritti e obbligazioni. Proprio il dovere di onorare i patti, le convenzioni e i giuramenti nei riguardi dei sudditi e di altri sovrani, impone il rispetto delle leges imperii, relative alla struttura e all’assetto fondamentale del regno, "connesse alla corona e a questa inscindibilmente unite". Tra queste leggi, che oggi diremmo "costituzionali", Bodin pone l'inalienabilità del territorio dello stato e il sistema di divisione della società in ordini. Distinguendo sfera pubblica e sfera privata, Bodin circoscrive alla prima le competenze invalicabili del sovrano. La sfera pubblica rispetterà le norme relative ai rapporti di proprietà, ai rapporti economici tra privati cittadini e ai rapporti tra i sudditi e lo stato, e riconoscerà l’autonomia della sfera privata con i suoi inviolabili diritti. Ogni famiglia, corpo o collegio "è un diritto di comunità legittima sottostante al potere sovrano". Non costituisce invece un limite all'azione del sovrano il diritto consuetudinario: là dove esso vige, è per libera e revocabile volontà del sovrano, che esplicitamente lo trasforma in una legge dello stato. II rispetto delle leggi costituzionali può venir meno solo in circostanze eccezionali, ove il supremo interesse collettivo richieda decisioni contrarie alle leggi e agli impegni assunti. La sopravvivenza dello stato non è per Bodin mera legge della forza, non deborda mai dal supremo interesse comune. Così, egli vincola l'azione del sovrano a obblighi generici quali la giustizia, la sicurezza e la salute pubbliche, la promozione delle virtù civili, morali e religiose dei sudditi, ma evita sapientemente di determinare le normative specifiche e gli obblighi concreti cui essa è sottoposta.Prerogativa peculiare del potere sovrano è la funzione legislativa. Dettando, applicando e interpretando le leggi per tutta la comunità, il sovrano esercita unitariamente e incondizionatamente il potere legislativo, esecutivo e giudiziario. II sovrano ha anche altre prerogative: decreta la guerra e la pace con gli stati stranieri; detiene il monopolio del prelievo fiscale, dell'emissione di moneta e della forza militare; nomina i magistrati; è corte inappellabile; concede prerogative, privilegi e dispense su particolari materie. II potere sovrano è indivisibile: se non lo fosse, lo stato perderebbe la sua unità e subentrerebbe l’anarchia. Indivisibilità del potere non vuol però dire sua inarticolazione. In uno stato ben ordinato alcune prerogative, come l'amministrazione della giustizia o le funzioni di culto, possono venir demandate ad altri, per motivi di funzionalità o di opportunità, avendo cura che tali cariche siano rigorosamente distinte l'una dall'altra. Soprattutto, la titolarità della sovranità può distinguersi dal suo effettivo esercizio.                                                                     

 Bodin introduce così una capitale distinzione giuridica e politica tra stato e governo: gli affari di stato concernono la salvaguardia e l’esercizio della sovranità e delle sue prerogative, mentre il governo è la gestione amministrativa degli affari correnti. La forma di uno stato dipende da chi ne è sovrano", quella del governo dall'apparato che esercita il potere esecutivo.Bodin cerca non un impossibile stato perfetto, ma uno stato ben ordinato, e accorda la sua preferenza a un regime monarchico legittimo, temperato da un governo popolare. La monarchie royale, questo il termine con cui Bodin identifica tale regime, assicura, a suo parere, un grado di giustizia e di moralità superiore a ogni altra forma istituzionale, e garantisce l'obbligazione reciproca tra sovrano e cittadini: l’uno accorda giustizia e protezione, i secondi obbedienza e fedeltà.La distinzione della monarchia legittima dalla tirannia e dal dispotismo si muove entro coordinate tradizionali: sia il despota che il tiranno sono signori delle persone e dei beni dei sudditi, ma il primo ne ha il titolo mentre il secondo, usurpatore di diritti non suoi, no. Sovranità non mediata dalla legge, la monarchia signorile o dispotica è una forma arcaica di potere personale conforme alla natura primitiva dell'uomo: essa si esercita dove manca una proprietà privata dei sudditi distinta da quella del sovrano. La tirannide è per essenza illegale, non tanto per il suo esercizio, quanto per la presa illegale del potere: il tiranno è un suddito ribelle, reo di lesa maestà. Circa il diritto di resistenza al tiranno Bodin attua un prudente compromesso tra formalismo giuridico e realismo politico. Se si tratta di un tiranno ex defectu tituli (senza il titolo per esercitare il potere), la resistenza attiva è doverosa, perché esiste un detentore legittimo della sovranità da restaurare al potere; se invece si tratta di un tiranno ex defectu exercitii (che esercita il potere con la violenza), la resistenza è inammissibile perché dal punto di vista giuridico chi agisce da tiranno è pur sempre il sovrano legittimo.