Nella visione del Machiavelli,il
processo di formazione e di
consolidamento dello stato moderno è
accompagnato da un’intensa riflessione
teorica che abbandona gradualmente il
quadro teorico medievale -
caratterizzato dalla visione delle "due
città" e dal permanente problema del
rapporto fra potere politico e potere
religioso - per volgersi alle grandi
questioni politiche della modernità:
l’origine e il fondamento della
sovranità, il rapporto fra diritto
naturale e diritto positivo,
la natura e i limiti dell'obbligo
politico, la pace, la guerra e le
relazioni tra stati sovrani.
Seguendo il tracciato di questa
discussione nell’epoca che va
dall’Umanesimo all'elaborazione del
giusnaturalismo seicentesco,si
passa attraverso la lacerante esperienza
della Riforma, della Controriforma e
delle guerre di religione.Attorno alla
metà del Quattrocento, consumata la
visione universalistica medievale, il
dibattito politico nell'Umanesimo
italiano si concentra
dapprima sul repubblicanesimo, in
particolare all'interno della
città-stato italiana. Ma il declino di
questa, il peso crescente di sistemi
autocratici nel centro-nord e il
riemergere dello stato
feudale-monarchico al sud spostano
l'attenzione sul principe.
La descrizione del principe ideale,
delle sue virtù e della sua educazione e
formazione è retta da un ideale
pacifista, che prescrive al principe di
essere giusto e moderato, di ispirarsi a
prudenza e liberalitas, di
circondarsi di saggi consiglieri e
mantenere la pace. Così per esempio è
tratteggiato il sovrano ideale nei
trattati di Platina (1421-1481),
Francesco Patrizi (1412-1494) e Giovanni
Pontano (1426-1503): il successo di un
principe nella sua opera di governo
dipende perciò dalle virtù civili di cui
è in possesso. L'ottica di questi
scrittori, attenta soprattutto ai segni
esteriori del potere, alla majestas
del principe e al cerimoniale è
quella della corte, intesa più come
palcoscenico e nucleo di relazioni
pubbliche che come centro della
decisione politica.
Originale è invece la laicità della
prospettiva: la storia è opera di forze
terrene, e le virtù mondane del
principe, interamente secolarizzate,
sono valutate solo per i loro effetti
pratici. L'attenzione alla figura del
principe, con i suoi risvolti etici e le
sue virtù peculiari prepara la
riflessione di Machiavelli che fa
dell'individualità, della personalità di
chi regge lo stato, il fattore
determinante della politica.Niccolò
Machiavelli inaugura una rivoluzione
metodologica, oltre che culturale, che
investe in pari misura la teoria
politica, la storiografia e la filosofia
della storia. Il mondo umano e l'agire
politico sono da lui analizzati in una
prospettiva di rigorosa immanenza. La
comprensione storica diviene base per
l'azione, per un'arte della politica che
trasformi consapevolmente la realtà; e
la scienza della politica, che dalla
storia trae alimento, trova nel
riscontro fattuale della sua utilità,
nell’efficacia dei mezzi da essa
indicati in vista di fini concretamente
perseguibili, la sua ineludibile
verifica. Sottratta alla tradizionale
funzione edificante di magistero per la
vita la storia viene ora posta al
servizio della politica, nella sua
autonomia e con il suo realismo e le sue
necessità. Per comprendere le dinamiche
che regolano i fenomeni politici,
sostiene Machiavelli, occorre attenersi
alla "verità effettuale della cosa",
quale essa è, vista frontalmente e senza
imbellettamenti; e l'agire politico va
descritto e analizzato qual è, con gli
interessi, le necessità e le asprezze
che lo dominano, e non per come vorremmo
che fosse. Machiavelli stesso dichiara
di aver tratto i materiali della sua
riflessione teorica dalla "perenne
lezione" della storia e dalla "lunga
esperienza delle cose moderne"
accumulata nei quindici anni trascorsi
"a studio all'arte dello stato".Il
progetto di una scienza della politica
poggia in Machiavelli su un'antropologia
naturalistica: l’immutabilità della
natura umana, la relativa costanza dei
desideri, delle passioni e dei
comportamenti in ogni tempo e
latitudine, consentono di ridurre a
unità le mutevoli vicende storiche, di
scoprirne le costanti, le ricorrenze. Il
mondo, nota Machiavelli, è sempre stato
"ad uno medesimo modo", e gli uomini
camminano per lo più lungo le vie già
battute da altri.Il sentimento della
precarietà delle istituzioni e in genere
dell'instabilità e della mutevolezza
delle cose umane, che Machiavelli trae
dai continui rivolgimenti nell'Europa,
nell’Italia e nella Firenze del tempo,
mitiga però il suo naturalismo mentre il
concetto di fortuna
introduce una variabile di
imprevedibilità. L'antropologia di
Machiavelli vede libertà e necessità,
volontà soggettiva e determinazione
oggettiva intrecciarsi inscindibilmente,
e la sua scienza della politica sfuma
perciò spesso in una psicologia
dell'agire politico: "La prima
condizione per governare l'uomo è quella
di capire l'uomo". Il concetto di
necessità non implica una visione
deterministica, semmai indica ciò che è
obiettivamente dato indipendentemente
dalla volontà e dal raggio d'azione di
un uomo, di un gruppo sociale, di uno
stato. La libertà si esercita in un
contesto di interdipendenze, è limitata
dalle circostanze e dall'azione altrui,
è circoscritta da elementi in tutto o in
parte indipendenti dalla nostra volontà.
Machiavelli designa con fortuna
l'insieme degli eventi non prevedibili o
determinabili dalla volontà, con
virtù ciò che rientra nell'agire
umano libero e consapevole, nella
previdente intuizione delle possibilità
che si schiudono all'azione. Non siamo
né interamente arbitri delle nostre
azioni né interamente in balìa delle
circostanze. La necessità va
addomesticata, la fortuna sfidata; le
occasioni vanno colte e modellate, le
circostanze piegate attivamente a
proprio favore. La nostra azione può
indirizzarsi con successo là dove
asseconda il corso delle cose. La
nozione di virtù compendia risorse
diverse, che, riunite, di norma
attraggono la fortuna: tra esse, la
capacità di interpretare uomini e
situazioni, l’ingegno creativo, la
razionalità, il coraggio, il realismo,
la prontezza. In politica chi è
irresoluto finisce travolto dagli
eventi, mentre chi ha virtù sa prendere
decisioni tempestive, mutando rotta e
atteggiamenti non appena le circostanze
lo richiedano.Machiavelli instaura un
coerente nesso strumentale tra virtù e
conseguimento del fine: la virtù
consiste perciò nell'adozione di mezzi
idonei a conseguire il fine. Anche il
premio della virtù politica è
interamente mondano: la gloria, l’onore,
il successo di un progetto. Così
Machiavelli ribalta molti aspetti del
concetto umanistico di virtù e i dettami
del senso comune. La virtù politica del
principe è l'arte di conservare lo stato
"corroborato di buone leggi, di buone
armi e di buoni esempi". Occorreranno a
tale scopo astuzia e fermezza destrezza
e coraggio: l’istintiva animalità della
volpe e del leone. Prudenza e giustizia,
fortezza e temperanza, magnanimità e
liberalità varranno se conformi a tale
scopo, non più come virtù in se stesse,
e andranno praticate solo se non
verranno a ledere l'immagine di forza,
di potenza, di ferrea determinazione del
principe. Al principe perciò, converrà
essere temuto più che amato, e farsi
simulatore e dissimulatore: il sovrano
non è, secondo Machiavelli, tenuto a
essere giusto, grande o magnanimo, ma a
conservare il potere.Machiavelli non
pone dunque il problema della sovranità
legittima: unico titolo per la
legittimazione del potere è il possesso
di fatto. Lo stato è anzitutto autorità,
titolarità dell'imperio e del governo,
potere monopolistico di comando e di
coercizione. Come virtù e fortuna, anche
forza e consenso svolgono ruoli tra loro
complementari. Senza la forza le
occasioni storiche si vanificano e la
virtù resta inoperante. Senza la forza
il consenso può essere rovesciato. Senza
il consenso la forza delle armi, utile
in principio, si rivela nel tempo
edificata su un fondo argilloso.La
preferibilità di una forma istituzionale
va valutata per la sua stabilità e non
per astratti criteri di giustizia. Tutte
le istituzioni - secondo Machiavelli
sono destinate a perire, in un
alternarsi di ordine e disordine,
decadenza e sviluppo poiché la vita
degli stati segue un ritmo ciclico in
cui nascita, gioventù, maturità,
decadenza e morte si susseguono
inesorabili. Tre grandi processi,
variamente abbinati tra loro, provocano
la fine degli stati: i fenomeni
degenerativi propri di ciascuna forma
istituzionale (la monarchia degenera in
tirannide, l’aristocrazia in oligarchia,
la democrazia in anarchia); l’alternarsi
ciclico delle tre forme istituzionali;
la conquista a opera di stati più forti.
Introducendo gli opportuni
bilanciamenti, le costituzioni miste
dovrebbero poter ritardare
congiuntamente i tre processi.
Ammaestrato a un prudente relativismo
storico, Machiavelli non esprime ricette
assolute: normalmente più stabile e
duraturo è lo stato misto a base
popolare e a struttura sociale
gerarchica, fortemente centralizzato nel
sistema di decisione politica e
altrettanto disciplinato nel sistema di
accesso al governo. Sparta e la
repubblica romana, dove questa
mediazione equilibratrice trovò felice
attuazione, dimostrano che la libertà si
esercita solo entro un sistema
istituzionale che sappia mediare ed
equilibrare, con opportuni pesi e
contrappesi, le spinte opposte dei
gruppi sociali, in particolare quelle
dell’aristocrazia e dei ceti popolari
urbani. Se questo sapiente equilibrio
viene meno, subentrano le lotte di
fazione, i sentimenti collettivi
alimentati dalle virtù civiche si
disgregano e lo stato va incontro alla
rovina. II pericolo per lo stato non è
dunque negli antagonismi, ma
nell'incapacità di mediarli.La virtù
civile è tutt'altro che naturale: essa è
un'opera d'arte, un delicato e fragile
artificio. Le collettività umane sono
esposte al male dell'individualismo,
della faziosità, dell'ambizione: in
questo corpo così vulnerabile, come un
medico, l'uomo di stato dovrà saper
cogliere i sintomi di crisi e adottare
le opportune terapie.Momento rilevante
per innervare e materiare le virtù
civili nella vita collettiva di uno
stato è l'istituzione religiosa, che
Machiavelli identifica con una forza
interamente secolarizzata che, come ha
notato Chabod, ascende dall'alto,
saviamente ammaestrando gli animi e
raffermandoli nell'adempimento dei loro
doveri civili". Coerente con la sua
concezione che ripone nel vivere
politico la più alta missione
dell'attività umana, Machiavelli ritiene
che il paganesimo ha assolto un'alta
funzione civile nel mondo greco-romano,
là dove invece il cristianesimo insinua
la rassegnazione, scoraggia gli spiriti
attivi a vantaggio della contemplazione
e dell'umiltà.La visione delle relazioni
interstatali è in Machiavelli altamente
conflittuale: la competizione ostile è
la condizione naturale della convivenza
tra stati. La guerra c’è, ineluttabile:
deprecarla non serve. Serve combatterla
quando necessario, conoscendo le leggi
specifiche che la governano. La forza
militare assicura il mantenimento del
potere all'interno e l'esistenza e la
grandezza dello stato all'esterno.Tutti
gli stati si fondano su buone leggi e
buone armi: "Non può essere buone leggi
dove non sono buone arme, e dove sono
buone arme conviene sieno buone
leggi".Se nessuna forza militare può
surrogare la debolezza politica e civile
di uno stato, inversamente non ci sono
solide istituzioni se non ci sono forti
eserciti. Addebitando la crisi italiana
anche alla debolezza militare,
Machiavelli; coglie una delle cause di
questa debolezza nel declino
dell’esercito e dell'arte della guerra
feudali.Il suo rifiuto delle truppe
professionali mercenarie prefigura
perciò un rinnovamento parallelo delle
virtù militari e delle virtù civili.
Quel rinnovamento cui tende tutta
l'opera del grande umanista italiano.
LA
FONDAZIONE DELLA SOVRANITÀ in BODIN
Mentre in Italia il sogno di Machiavelli
di una unificazione politica guidata da
un principe illuminato non
giungerà mai a compimento, nello stesso
periodo è vivo in Francia, dove l'unità
politica è già una realtà, il dibattito
sulla fondazione della sovranità. Nella
Francia della seconda metà del
Cinquecento, travagliata dai conflitti
religiosi, si esprimono, intatti, forti
resistenze all'affermazione dello stato
centralizzato, sia da parte dei ceti
feudali che degli ugonotti, che vedono
nell'autorità dello stato una grave
minaccia per le proprie autonomie. Così,
per esempio, nelle teorizzazioni dei "monarcomachi"
(Iunius Brutus, Vindiciae contra
tyrannos, 1579) si sostiene il
diritto di resistenza al re tiranno,
cioè al re che non rispetta il patto
(feudale) sancito nel diritto
consuetudinario e che tenta di imporre
la propria autorità alle rappresentanze
dei ceti.Nel vivo dibattito teorico
aperto dalla crisi delle guerre di
religione, emerge la figura di Jean
Bodin (1529-1596), consigliere di
Enrico III e noto esponente del partito
dei politiques: schierati su
posizioni monarchico-moderate, i
politiques invocano nel re il
garante dell'ordine, della concordia e
dell'unità politica dello stato, al di
sopra delle fazioni religiose. II
capolavoro di Bodin, i Six livres de
la Republique (Sei libri dello stato)
uscito nel 1576, a quattro anni
dalla strage di San Bartolomeo, contiene
la teorizzazione più consapevole del
processo di formazione dello stato
europeo centralizzato e burocratico.
Quella che in Machiavelli era ancora un’
"arte", diviene in Bodin una vera e
propria scienza delle istituzioni, dei
poteri e delle funzioni dello stato,
alla quale concorrono la storia, la
filosofia, la giurisprudenza e una
metodologia rigorosa. Con essa Bodin
abbandona la teoria della sovranità per
diritto divino e la concezione
patrimonialistica e dinastica del potere
monarchico, imprime al pensiero politico
una svolta di portata pari a quella di
Machiavelli, prelude alla teoria
hobbesiana dell'impersonalità dello
Stato.Bodin teorizza l'incontrastata
autorità del potere civile, fonte e
garanzia del bene supremo dell'ordine:
con questo, egli suggerisce la via
d'uscita politica alla crisi di
gestazione dello stato assoluto. La
sovranità, potere indivisibile,
inalienabile, incomunicabile e perpetuo,
non limitato o condizionato da altre
autorità o poteri, è prerogativa
esclusiva dello stato. La sovranità
costituisce il principio giuridico che
giustifica la centralizzazione
monopolistica del potere statale,
l’unicità delle fonti del diritto
civile, l’autonomia della sfera pubblica
rispetto a quella privata e
l'indipendenza della sfera politica da
quella religiosa.Per stato - secondo
Bodin - si intende l'unione di un popolo
sotto una signoria sovrana "il
governo legittimo che si esercita con
potere sovrano su diverse famiglie e su
tutto ciò che esse hanno in comune fra
loro",
mentre "per sovranità si intende quel
potere assoluto e perpetuo che è proprio
dello stato" e che assicura la coesione
tra le sue varie membra. Vertice unico e
supremo nella scala gerarchica dei
poteri terreni, responsabile dei suoi
atti davanti a Dio ma non agli uomini,
il potere sovrano è legibus
solutus, non limitato da leggi
positive; esso è continuo e perpetuo,
inalienabile e irrevocabile.La
preesistenza allo stato di una comunità
nazionale o di una società civile è
radicalmente esclusa da Bodin, in quanto
incompatibile con la dottrina della
sovranità: solo un sovrano comune
istituisce una comunità politica. La
cittadinanza si definisce come
soggezione a un potere sovrano:
cittadino è un "suddito libero che
dipende dalla sovranità altrui". La
comunanza di consuetudini, di leggi, di
lingua, di religione, di radici
territoriali, di interessi, non fa di un
uomo un cittadino e di un gruppo una
comunità statale; reciprocamente, i
sudditi possono essere "diversi per
lingua, legge, religione, consuetudine,
origine". Il vincolo politico è autonomo
e superiore a ogni altro vincolo. Tutti
gli istituti della società civile -
ordini, associazioni religiose,
corporazioni, municipalità, società
commerciali - devono i loro poteri,
privilegi e diritti alla volontà
sovrana.Potere assoluto non vuol dire
tuttavia potere illimitato e arbitrario.
II potere sovrano è sottoposto intanto
alla summa potestas di Dio, da
cui dipendono le immutabili leggi divine
e naturali, con i loro diritti e
obbligazioni. Proprio il dovere di
onorare i patti, le convenzioni e i
giuramenti nei riguardi dei sudditi e di
altri sovrani, impone il rispetto delle
leges imperii, relative alla
struttura e all’assetto fondamentale del
regno, "connesse alla corona e a questa
inscindibilmente unite". Tra queste
leggi, che oggi diremmo
"costituzionali", Bodin pone
l'inalienabilità del territorio dello
stato e il sistema di divisione della
società in ordini. Distinguendo sfera
pubblica e sfera privata, Bodin
circoscrive alla prima le competenze
invalicabili del sovrano. La sfera
pubblica rispetterà le norme relative ai
rapporti di proprietà, ai rapporti
economici tra privati cittadini e ai
rapporti tra i sudditi e lo stato, e
riconoscerà l’autonomia della sfera
privata con i suoi inviolabili diritti.
Ogni famiglia, corpo o collegio "è un
diritto di comunità legittima
sottostante al potere sovrano". Non
costituisce invece un limite all'azione
del sovrano il diritto consuetudinario:
là dove esso vige, è per libera e
revocabile volontà del sovrano, che
esplicitamente lo trasforma in una legge
dello stato. II rispetto delle leggi
costituzionali può venir meno solo in
circostanze eccezionali, ove il supremo
interesse collettivo richieda decisioni
contrarie alle leggi e agli impegni
assunti. La sopravvivenza dello stato
non è per Bodin mera legge della forza,
non deborda mai dal supremo interesse
comune. Così, egli vincola l'azione del
sovrano a obblighi generici quali la
giustizia, la sicurezza e la salute
pubbliche, la promozione delle virtù
civili, morali e religiose dei sudditi,
ma evita sapientemente di determinare le
normative specifiche e gli obblighi
concreti cui essa è
sottoposta.Prerogativa peculiare del
potere sovrano è la funzione
legislativa. Dettando, applicando e
interpretando le leggi per tutta la
comunità, il sovrano esercita
unitariamente e incondizionatamente il
potere legislativo, esecutivo e
giudiziario. II sovrano ha anche altre
prerogative: decreta la guerra e la pace
con gli stati stranieri; detiene il
monopolio del prelievo fiscale,
dell'emissione di moneta e della forza
militare; nomina i magistrati; è corte
inappellabile; concede prerogative,
privilegi e dispense su particolari
materie. II potere sovrano è
indivisibile: se non lo fosse, lo
stato perderebbe la sua unità e
subentrerebbe l’anarchia. Indivisibilità
del potere non vuol però dire sua
inarticolazione. In uno stato ben
ordinato alcune prerogative, come
l'amministrazione della giustizia o le
funzioni di culto, possono venir
demandate ad altri, per motivi di
funzionalità o di opportunità, avendo
cura che tali cariche siano
rigorosamente distinte l'una dall'altra.
Soprattutto, la titolarità della
sovranità può distinguersi dal suo
effettivo esercizio.
Bodin
introduce così una capitale distinzione
giuridica e politica tra stato e
governo: gli affari di stato concernono
la salvaguardia e l’esercizio della
sovranità e delle sue prerogative,
mentre il governo è la gestione
amministrativa degli affari correnti. La
forma di uno stato dipende da chi ne è
sovrano", quella del governo
dall'apparato che esercita il potere
esecutivo.Bodin cerca non un impossibile
stato perfetto, ma uno stato ben
ordinato, e accorda la sua preferenza a
un regime monarchico legittimo,
temperato da un governo popolare. La
monarchie royale, questo il termine
con cui Bodin identifica tale regime,
assicura, a suo parere, un grado di
giustizia e di moralità superiore a ogni
altra forma istituzionale, e garantisce
l'obbligazione reciproca tra sovrano e
cittadini: l’uno accorda giustizia e
protezione, i secondi obbedienza e
fedeltà.La distinzione della monarchia
legittima dalla tirannia e dal
dispotismo si muove entro coordinate
tradizionali: sia il despota che il
tiranno sono signori delle persone e dei
beni dei sudditi, ma il primo ne ha il
titolo mentre il secondo, usurpatore di
diritti non suoi, no. Sovranità non
mediata dalla legge, la monarchia
signorile o dispotica è una forma
arcaica di potere personale conforme
alla natura primitiva dell'uomo: essa si
esercita dove manca una proprietà
privata dei sudditi distinta da quella
del sovrano. La tirannide è per essenza
illegale, non tanto per il suo
esercizio, quanto per la presa illegale
del potere: il tiranno è un suddito
ribelle, reo di lesa maestà. Circa il
diritto di resistenza al tiranno Bodin
attua un prudente compromesso tra
formalismo giuridico e realismo
politico. Se si tratta di un tiranno
ex defectu tituli (senza il titolo
per esercitare il potere), la resistenza
attiva è doverosa, perché esiste un
detentore legittimo della sovranità da
restaurare al potere; se invece si
tratta di un tiranno ex defectu
exercitii (che esercita il potere
con la violenza), la resistenza è
inammissibile perché dal punto di vista
giuridico chi agisce da tiranno è pur
sempre il sovrano legittimo.