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E' sempre difficile
occuparsi di un personaggio "scomodo" come, nella visione dei più, è
considerato l'Anarchico Errico Malatesta.
La sua
vicinanza di
concittadino, tuttavia, rende l 'impresa meno ardua, nella
prospettiva di farne rivivere la figura, colmando
una certa lacuna della memoria, un po' sbiadita, come la lapide
marmorea apposta sul modesto piazzale a lui dedicato, nei
pressi del ben più importante Corso De Carolis della città di S.Maria
Capua Vetere,dove egli nacque nel 1853.
Per la verità, la pubblicistica accademica e
divulgativa sembra aver sistematicamente sottovalutato il ruolo del principale
rivoluzionario italiano e, insieme all'anarchismo, lo ha
progressivamente eliminato dalla storiografia ufficiale, relegandolo
in una rappresentazione agiografica di agitatore e uomo d'azione. In realtà egli - come è possibile
verificare ripercorrendo la sua opera
ed i suoi scritti - fu anche , e sopratutto, il teorico e il pensatore che ha contribuito alla
definizione dell'anarchismo nei confronti dell'individualismo, del
riformismo e del sindacalismo, tendenze
"autoritarie e borghesi".
La sua visione
etico-politica emerge in tutto il suo spessore allorchè egli scrive che "l'Anarchia, al
pari del Socialismo , ha quale punto di partenza e fondamento
l'eguaglianza di condizioni; ha per faro la solidarietà e per metodo
la libertà".
Ed ancora :"...incominciando
a gustare un po' di libertà, si finisce col volerla tutta"!
Vale , a questo punto, ricordare che il
nostro, formatosi alla scuola di Bakunin e di Cafiero,
aderì - nel 1872 - a soli diciannove anni, alla
Internazionale Socialista e, ancor prima di diventare uno dei capi
riconosciuti del movimento anarchico italiano, ebbe a subire vari
processi, finendo anche in carcere per la sua attività di pensiero
estrinsecatasi, fin dagli anni giovanili, nella pubblicazione di
riviste a sfondo socio-politico, come "La questione
sociale", edita a Firenze nel biennio 1883-1884.
Costretto all'esilio,
tornò in Italia nel 1894 per partecipare ai moti di Lunigiana
(nel 1894) ed a quelli di Milano (nel 1898).
Condannato al confino,
riuscì a fuggire, riparando dapprima in Spagna e quindi in
Inghilterra, da dove tornò in Italia, nel 1913 a Milano (dove fondò
il quotidiano "La Volontà"), e quindi a
Roma, dove morì nel 1932.
E' doveroso segnalare che lo studio del pensiero e
della vita di Errico Malatesta ha recentemente trovato un autorevole
cultore in Gianpiero Berti che, nel suo libro ha offerto
all'attenzione dei lettori, sia pure in chiave solo parzialmente sistematica, l'evoluzione storica
del grande anarchico, inquadrandone simmetricamente il ruolo di uomo d'azione
con quello di protagonista del dibattito teorico del movimento anarchico internazionale,
dalla prima formulazione del "comunismo anarchico" al Congresso di Firenze del 1876,
fino all' ultima riflessione sul pensiero di
Pietro Kropotkin pubblicata sulla rivista "Studi Sociali" di
Montevideo nel 1931.
Un'approfondita esegesi dei testi malatestiani, dunque
-e in particolare
dei suoi scritti apparsi su Umanità Nova e su
Pensiero e Volontà, (in ristampa
anastatica , realizzata , nel 1935, senza,peraltro il
necessario confronto con gli
originali a stampa e con eventuali autografi di Malatesta) -
potrà fornire la chiave di lettura per
una serena comprensione della figura del Malatesta-Pensatore.
E tuttavia, siffatta analisi, non potrà prescindere da una sorta di
individuazione di
gerarchia delle fonti, dal momento che la produzione di
Malatesta risulta estremamente differenziata, costituita com'è
anche da da
scritti d'occasione.
Si
tratta, infatti, di una massa, all'interno della quale
vanno identificati i testi in ragione del contenuto (teorici, strategici,
tattici), ed enucleate le strutture comunicative più
adatte a rendere comprensibile il contenuto per coloro a cui Malatesta si
rivolgeva.
Risulta, così, evidente, già
prima facie, la notevole diversità tra gli scritti di Malatesta destinati a dibattiti approfonditi,
(come quelli elaborati per relazioni congressuali,illustrazione del programma
) e gli scritti di
divulgazione, gli articoli più o meno occasionali, fatti di
terminologie e linguaggio di maggiore libertà espressiva.
Il travaglio che accompagnò la stesura del Programma Anarchico -al quale
Malatesta lavorò fin dal Congresso di
Firenze - emerge dalla "premessa" che pone in evidenza la sua
ideale continuità con il programma della Prima
Internazionale.
Il Programma,tuttavia, raggiunge
la sua sistemazione efinitiva in coincidenza con il Congresso dell'U.A.I. del 1920. Questa data è colma di significato:
essa rappresenta, infatti,
non solo la principale assise anarchica del tempo che adotta il
programma di Malatesta, ma dimostra anche che quel Programma
costituisce la sintesi di un dibattito
sviluppatosi sulla base delle esperienze di tanti militanti, della
evoluzione del movimento di classe, del fallimento della pratica
elettorale ed autoritaria e ne consacra il legame con l'organizzazione comunista anarchica.
E'
innegabile che il
Programma ha continuato ad essere un riferimento per molti militanti per
i quali Errico Malatesta ha assunto un ruolo particolare di
intellettuale, ossia quello di interprete di una riflessione collettiva.
La scelta del Programma
Anarchico è indubbiamente una scelta politica prima ancora che di
indagine scientifica.
Dalla
sua riflessione è possibile ricavare, infatti, la soluzione di
alcune contraddizioni del pensiero di Malatesta,come ad esempio
quella sulla
questione dell'unità di classe, allorchè afferma,in
molte occasioni, che l'unione di tutti i lavoratori è impossibile da ottenere, in
numerosi articoli dello stesso periodo si pronuncia più o
meno apertamente per l'unità sindacale. A ben vedere, è
questa una contraddizione,
che può essere sciolta se si pensa che, nel Programma, si afferma che
l'unità dei lavoratori non è un presupposto necessario della
rivoluzione, mentre negli articoli a cui si è fatto cenno, Malatesta
punta ad obiettivi più immediati: la presenza di un maggior numero
di militanti anarchici nella CGdL , per sottrarla al controllo dei
dirigenti riformisti, l'alleanza delle strutture sindacali per
combattere il fascismo.
In quest'ottica, il Programma Anarchico è
, dunque, illuminante anche su altre questioni, quali Il rapporto tra anarchia e
storia, ad esempio, laddove si enuncia il seguente concetto:
"la più gran parte dei mali che affliggono gli uomini dipende dalla
cattiva organizzazione sociale". E' questo un concetto
che
rappresenta indubbiamente una situazione che è il prodotto di un'evoluzione
storica: "solo ad un dato punto dello sviluppo delle forze produttive
-scrive Berti nel suo ottimo saggio - i mali di cui soffrono gli uomini finiscono per essere effetto di
cause naturali e divengono effetto di cause sociali; è a tale punto
di sviluppo che si presenta la possibilità dell'anarchia; è a tale
punto di sviluppo che nasce l'esigenza di un movimento anarchico
specifico. L'evoluzione storica, sociale, che porta all'affermazione
dell'anarchia era d'altra parte ben presente a Malatesta, come
liberazione dalla condizione di natura".
Or bene, l'etica è il riferimento
di tutta l'azione e la riflessione di Malatesta, ed anche il
Programma Anarchico risente di questa impostazione. L'uso di questo
concetto è però difficoltoso, in quanto nell'accezione comune
rimanda ad un sistema di valori dati a priori, quindi trascendente.
L'etica per Malatesta è, invece, immanente alla vita associata degli
uomini: basta leggere "L'Anarchia" per comprendere come il
principio
di solidarietà non esista da qualche parte indipendentemente, ma si
sia sviluppato e affermato come risultato dell'evoluzione naturale,
della lotta degli uomini per sopravvivere.
Per
il
Programma Anarchico è chiaro che l' organizzazione
della società (dell'epoca, ma forse anche quella odierna
n.d.r.) impedisce agli uomini di impegnarsi per il
conseguimento della felicità: di qui la necessità di lottare per eliminare
gli ostacoli materiali che si oppongono al raggiungimento della
felicità, la cui premessa è la libertà.
Solo l'uomo libero , infatti, - afferma Malatesta - può scegliere, e quindi scegliere
la via che porta all'eliminazione della sofferenza, del male; ma la
maggior parte dell'umanità non è libera, l'oppressione economica, lo
sfruttamento che i capitalisti operano grazie alla proprietà
privata dei mezzi di produzione e di scambio sulla massa dei
lavoratori, è la causa principale dell'abiezione morale e materiale
degli sfruttati.
L'espropriazione dei
proprietari è la premessa indispensabile della liberazione
dell'individuo. L'etica quindi non è un riferimento a cui tende
l'anarchia, ma si forma di pari passo col processo di liberazione
degli uomini. Non vi è etica senza libertà, Malatesta non separa
etica e politica: la prima riguarda il comportamento del singolo, la
seconda il comportamento della collettività; ma poichè la
collettività è l'insieme dei singoli, la felicità della collettività
è data dalla somma della felicità dei singoli. Quindi l'etica
presuppone un percorso di liberazione; essa presuppone
l'abolizione della proprietà privata e dello sfruttamento dell'uomo
sull'uomo; non solo: il miglioramento economico delle
condizioni dei lavoratori è il presupposto della crescita morale dei
lavoratori stessi. Secondo questa interpretazione, quindi il
comportamento etico dei membri della società è il portato delle
condizioni storiche concrete in cui si dà il processo di
liberazione, il comportamento etico dei lavoratori e conseguenza delle lotte
rivendicative del movimento operaio, accompagnate dall'azione di
propaganda, di agitazione e di organizzazione svolta
dall'avanguardia rivoluzionaria. L'etica, quindi, secondo Malatesta
- è il prodotto della
prassi rivoluzionaria, per questo è così importante che i
rivoluzionari adoperino mezzi coerenti con i fini, perchè sono
proprio i mezzi, il metodo, la prassi che svolge una funzione
educativa, che forma l'abitudine, l'ethos appunto.
Concludendo, secondo l'utopica (ed eretica...) concezione
Malatestiana, l'azione trasformatrice della società
trasforma anche i soggetti agenti e crea quei momenti collettivi che
sono le cellule della nuova società. E' questo legame tra società presente e società futura, la mediazione della prassi
rivoluzionaria che rende concreto il programma di Malatesta. Isolare
un etica a priori da cui far derivare la scelta anarchica, spogliare
l'anarchismo e l'anarchia da ogni legame con la realtà sociale in
cui si trova ad operare e trasformarlo in una generica aspirazione
umana, togliergli, in altre parole, le determinazioni concrete, lo
trasformano in un ideale astratto ed impotente. E' questo il percorso del movimento anarchico
dall'avvento del fascismo, che ha subito
un'indubbia accelerazione dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Di certo,
Il movimento anarchico - tuttora presente nel tessuto della moderna
società post-industriale - è ben lontano da quello dei tempi di
Malatesta, e questo per due ragioni: da una parte il movimento dei
lavoratori è riuscito a migliorare le condizioni di vita degli
sfruttati, e in secondo luogo perchè si è rivelata falsa
l'affermazione del Programma Anarchico secondo cui la lotta
economica sarebbe stata impotente a produrre il miglioramento delle
condizioni dei lavoratori.
Ancora oggi, dunque, la storia dei popoli attinge a piene mani
al pensiero di un uomo la cui visione del mondo, adeguatamente
rapportata al periodo storico dei primi decenni del novecento
in cui visse, ne fa un eroe di un Socialismo Perfetto, e
perciò stesso irrealizzabile, in una società in continua
trasformazione, dove anche gli stessi ceti sociali sfuggono alle
definizioni concettuali tipiche del secolo scorso !
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