DIRETTORE RESPONSABILE: MARIO ROMANO

 
 

   

      (aggiornamento 04.07.2002)

TURPILOQUIO E CASSAZIONE

Riflessioni sociologiche e  meta-giuridiche in margine alla recente pronunzia della Suprema Corte

     Coerente con  lo  spirito  della sua  linea editoriale, Giustiziaoggi  non può mancare di  dare attenzione ad una sentenza  ( del  maggio u.s.), con cui la Corte di Cassazione, riformando una pronuncia dei Giudici di Perugia,  ha ritenuto non sussistente alcuna rilevanza di reato (nella specie: ingiuria) in un crudo fraseggio utilizzato da  un  automobilista all'indirizzo di  un altro utente della strada.

     L'espressione - di seguito riportata  puntata, per  un certo imbarazzo ( che, pure, non dovremmo avvertire dopo la   recente autorevole assoluzione sancita dalla Suprema Corte)  - era consistita in un  veemente invito ( rivolto all'antagonista  automontato) a  "non rompere i C.": il riferimento è testuale e la sola maiuscola dell'iniziale puntata rappresenta  una nostra...rispettosa  scelta di tipo maschilista!

            A fugare il sospetto di  una qualche prevenzione verso le decisioni della Corte, vale ricordare come, in  altre occasioni, la nostra Testata - differenziandosi dalla maggioranza dei commentatori,  quasi tutti fortemente critici in  nome di un ipertrofico senso del diritto di cronaca, - non ha  esitato a plaudire ad una coraggiosa pronuncia, innovativa rispetto alla precedente Giurisprudenza: è il  caso della sentenza che,circa un anno fa', sanzionò  la sussistenza del reato di diffamazione a mezzo stampa  anche a carico del giornalista che riporta espressioni offensive di un intervistato riferite ad un terzo (cfrin  questa Rivista: pag.12 /  aggiornamento  settembre 2001- "Virgolette e responsabilità" a  firma della Dott.ssa Manuela  Romano).

       Nel caso del turpiloquio...assolto,  invece, dobbiamo - con tutta umiltà e sottovoce -  gridare il nostro totale dissenso dall'orientamento seguito dai Giudici di legittimità.

        Ciò che, a nostro sommesso avviso, suscita  la maggiore perplessità è la motivazione della sentenza, secondo cui, a rendere  priva di connotazioni  penali la  cruda esortazione, sarebbe " l'uso ormai consueto di simili espressioni anche nel linguaggio televisivo, specie tra i giovani" (sic !)

        A ben riflettere, con simile affermazione - oltre ad autorizzare  i giovani (studenti e perchè no, anche magistrati ed avvocati !) all'uso di un linguaggio sempre più disinvolto - la Corte  ha  mostrato di incorrere in un infortunio ermeneutico, finendo con  l'oggettivizzare (ci si passi l'orribile neologismo) l'accettazione di   vere e  proprie parolacce e volgarità nel linguaggio corrente.  E' vero,infatti, che  talune espressioni (si pensi -  ad esempio  - al vocabolo "casino")  hanno finito con il perdere il loro significato originale, trasformandosi  nel significato traslato (come: confusione, folla,  schiamazzo,traffico ecc.), ma  è  altrettanto vero - e non doveva,forse  essere trascurato dai Magistrati di legittimità - che le dette espressioni volgari vanno sempre lette non oggettivamente, ma collocandole nel contesto in cui esse vengono profferite.

        Or bene, così come è innegabile che la parola "casino"  potrà essere accettata se usata (da sola) nel senso sopra  ricordato, certamente non potrà  essere  tollerata  - non  solo sotto l'aspetto del bon ton o della  pura e semplice educazione  - allorchè sia   utilizzata per affermare, con riferimento ad una signora che," il suo abbigliamento ricorda  quello usato nei c.

        Ciò che va, dunque, sempre preso in esame,  è  il contorno che si accompagna alla frase e l'intento che muove il soggetto che la pronunzia, che sarà  diverso a seconda che si collochi in un ambito dell'amicizia, dell'ironia o dell'ira.

          In proposito, ci soccorre il ricordo dell' "ovatio", con cui il popolo dell'antica Roma, accogliendo il Condottiero vittorioso che rientrava nell'Urbe con  il suo carico di oro, lo apostrofava con affettuosi - quanto irripetibili -  epiteti: si trattava  di una consuetudine il cui retaggio  si ritrova nell'odierno uso amichevole di espressioni, di per sè  ingiuriose, che tale significato, tuttavia, perdono se  rivolte  a persona amica,  senza alcun intento offensivo,  ma addirittura per sottolineare connotati positivi ("Ti trovo  in grande forma, pezzo di  f." - "Il mio  collaboratore è un giovane intraprendente : è un  gran figlio di p.").  

       Assai poco condivisibile,poi, è la funzione  di scriminante   attribuita, dalla sentenza in commento, al  linguaggio  televisivo, che sembra avere adottato il turpiloquio anche  nel corso di trasmissioni di largo ascolto. 

 Ci sentiamo di affermare, invece, che  questo è un  motivo in più per  stigmatizzare  una scelta che rende gli autori televisivi  responsabili,  specie verso le giovani generazioni, e non  una ragione per giustificare l'uso di  un  linguaggio  infarcito di turpiloqui , che resta un modello da non imitare. 

Sarebbe  fin troppo facile, a questo punto, il riferimento alla recente performance  verbale di un politico ( di  solito,   molto contenuto nelle sue esternazioni) che, di certo, non  è  stato influenzato dal lessico televisivo! 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 

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