Abstract dal Libro“…La (ragna)tela di Penelope”

 

 “ULISSE”,ovvero: l’odissea del carico pendente

Definire assurda questa storia può apparire addirittura eufemistico per le conseguenze che essa  ha comportato, ed ancora comporta, nella vita del protagonista che (omettendone l’identità per ovvi motivi di  privacy) può, a buon diritto, chiamarsi “Ulisse”, dal momento che la sua odissea dura da decenni e il suo nome   figura tuttora sulla copertina di un polveroso fascicolo  e, quel che è peggio, nel casellario giudiziario.

   Quasi trenta anni or sono,dunque - e precisamente nel giugno del 1990– Ulisse, poco più che ventenne (all’epoca, come tuttora, incensurato) finisce sotto processo per essere stato sorpreso nell’atto di un (tentato) acquisto di merce rubata, di cui, per vero, ignorava l’illecita provenienza.

  Il giudizio che lo vede coinvolto quale coimputato con altri soggetti, si trascina  dinanzi al tribunale per ventitre anni, finchè,dopo innumerevoli rinvii, con sentenza dell’8 maggio 2013- i giudici di primo grado dichiarano la prescrizione del reato. La pronuncia - sia pure ben oltre la  “durata ragionevole” del processo prevista dalla Carta Costituzionale (art.111, come modificato dalla L.23.11.99 n.2) nei limiti fissati dall’Unione Europea - sembra aver concluso la triste avventura del giovane che spera di veder finalmente cancellato il “carico pendente” che lo aveva afflitto per oltre un ventennio.

    Ma così non è, dal momento che la Procura Generale propone appello, sostenendo la non applicabilità della prescrizione, peraltro correttamente concessa alla stregua della certa  e documentata incensuratezza dell’imputato.

  Sta di fatto che, a distanza di cinque anni dalla proposizione del gravame(e dopo complessivi ventotto anni dal reato ascritto, commesso o tentato)il dibattimento di quell’appello non si svolge e il giovane si trova ancora  con il “carico pendente”  che, tra le altre conseguenze, gli impedisce  il ricorso al credito, indispensabile per il suo lavoro di onesto imprenditore : ciò pur dopo avere, undici mesi or sono, inutilmente avanzato (a mezzo del proprio difensore,estensore di queste note), una richiesta di rinunzia all’appello, nell’auspicata applicazione dell’art.589 del codice di rito, alla stregua delle ineludibili evidenze processuali. 

  Quale, dunque, il rimedio esperibile, dopo decenni di stalloprocessuale?

    In proposito è il caso di ricordare che il ricorso al risarcimento (peraltro, irrisorio) previsto dalla Legge Pinto per la lunga durata del  processo  è consentito - com’è noto - solamente  al termine del giudizio e non mentreil giudizio stesso  (con  l’imputazione ad esso collegata) si trascina, senza concludersi, per decenni: nel caso di specie, quasi trenta…

Tornando al processo oggetto della narrazione, per completezza, vale aggiungere che, nei giorni scorsi (siamo nel febbraio del corrente anno), a distanza di circa un anno dall’infruttuosa richiesta di rinunzia all’appello risalente al marzo del 2018, al giovane, tutt’ora imputato, è stato notificato avviso di fissazione dell’udienza dinanzi alla Corte di Appello per il giorno 28 febbraio 2019.

Pur in presenza di una palese nullità per omessa notifica del detto avviso al sottoscritto difensore, alla detta udienza chi scrive si presenta, sanando, con ciò stesso, la nullità, allo scopo di rendere finalmente possibile l’epilogo della triste vicenda. Ma neppure questo sembra bastare, essendo emerso - dall’esame delle altre notifiche - che ad un  altro imputato non risultava effettuato regolare avviso: la Corte, a questo punto, preso atto di tale carenza, ha disposto il  rinvio al 3 luglio 2019, data dopo la quale - secondo la comune esperienza - occorrerà attendere altre udienze (e quindi mesi, se non anni…) per pervenire  alla sentenza di  prevedibile conferma della prescrizione del reato e finalmente alla caduta del carico pendente  che affligge il giovane incensurato (oggi ultracinquantenne) dal 1990! 

   Lungi da ogni polemica, ma con il solo intento  di suggerire un modus procedendi (da trasfondere, ove possibile, in un codice di autoregolamentazione dell’ufficio o in una norma del codice di rito), viene da pensare se, al fine di evitare l’allungamento dei processi , anche dopo che gli stessi sono stati finalmente fissati e per porre un argine al lavoro della Penelope giudiziaria, non sia opportuno disporre la verifica della regolarità delle notifiche alle parti ed agli avvocati, non già in udienza, ma in un tempo adeguatamente anteriore rispetto all’udienza stessa,sì da consentire la tempestiva rinnovazione delle                                                                                                               notifiche carenti o - in caso di impossibilità - il rinvio d’ufficio dell’udienza, evitando, così, l’inutile presenza delle parti e  dei difensori e il dispendio di tempo sottratto a proficuo lavoro.

   Analoga tempestiva verifica, peraltro, ben dovrebbe effettuarsi nel processo civile di appello, con riferimento alla mancata acquisizione del fascicolo di  primo grado, la cui constatazione (solo) nell’udienza comporta ripetuti rinvii ed inevitabili disagi per le parti e i loro difensori, inutilmente presenti ad un’udienza praticamente priva di trattazione !

   Purtroppo, quelle sopra enunciate, al pari della (re)introduzione del cancelliere nell’udienza civile, che sollevi l’avvocato dal ruolo di amanuense,cui si sobbarca  da anni, sotto la dettatura (talora imperiosa) del magistrato, risultano iniziative ignorate dai capi degli uffici giudiziari e,ancor più, dal legislatore di ieri e di oggi! 

    A fronte di ciò, dunque, un avvocato avverte  l’inutilità del proprio ruolo e, guardando  con preoccupazione alla recente riforma che prevede l’allungamento della prescrizione  quale rimedio (…) per la mala-giustizia, non può che archiviare nel più recondito dei cassetti della mente  le esperienze vissute  al servizio di Temi per oltre cinquant’ anni  nei tribunali  e nelle corti di appello della Penisola…