(aggiorn. dicembre 2016)

CASSAZIONE & NUOVA SEMANTICA (*)

Noterelle in margine alla pronuncia della V sezione penale della S.C. n.50659 del 28.11.2016

Con la recente pronuncia in commento, la Corte di Cassazione, modificando l’orientamento seguito nove anni or sono (con la sentenza n.10248/2007) ha – di fatto – ripercorso un audace sentiero argomentativo cui era ispirata una sentenza del lontano aprile del 2002: con

quest’ultima, infatti, i Giudici di Piazza Cavour avevano ritenuto che non costituisse reato apostrofare una persona con l’espressione “non mi rompere i C.”, dove la maiuscola agli sferici attributi rappresenta una nostra scelta di tipo maschilista! Anche questa volta, come è dato cogliere nella sentenza  del 2002 (leggibile digitando l’ archivio 2002 di questa rivista: "Turpiloquio e Cassazione"), " gli Ermellini motivano l’assenza di connotazione diffamatoria nel termine “omosessuale” attribuito dal querelante all’indirizzo del querelato (eterosessuale) con la considerazione che”secondo i canoni del linguaggio corrente, il termine in questione assume un carattere di per se neutro (sic! n.d.r.),limitandosi ad attribuire una qualità personale al soggetto evocato ed è in tal senso entrato nell’uso comune”. Com’è noto, all’interno della semantica lessicale si ritrova un sottocampo denominato “desemantizzazione”, consistente nell’operazione volta a togliere ad una parola un significato per sostituirlo con uno differente, a seconda del contesto in cui è utilizzato o agli altri termini cui si accompagna: valgano quale esempio le espressione“ammazzare il tempo” o “casino infernale”

con cui certo non si allude né ad omicidi né a case di malaffare, diversamente da “ti ammazzo” o “vestita come una donna di casino”, di cui è sicuro il significato intrinsecamente minatorio e ingiurioso! Or bene, poiché nella motivazione si fa riferimento al linguaggio comune , all’uso corrente e alle qualità personali, è innegabile che in se stessa la parola “omosessuale” non evoca nulla di dispregiativo e tuttavia un tale (dis)valore non è facile negare allorchè il termine è utilizzato – come deve essere accaduto nella fattispecie in esame – con deliberati intenti denigratori nei confronti di una persona che si sa non avere tali preferenze sessuali. A questo punto viene da chiedersi quali siano gli elementi concreti che abbiano indotto a ritenere oggi “neutro” il significato del termine in oggetto, rispetto a quanto affermato nel 2007 ed ancora quale reazione avrebbe un magistrato di fronte a chi gli attribuisse una simile “qualità personale”. E’ evidente che la circostanza attiene al contesto (di tempo e di luogo) in cui avviene ed alla sensibilità individuale del destinatario: non è irrilevante sottolineare, infatti, che, nel giudizio culminato con la innovativa sentenza, il Procuratore generale aveva ritenuto sussistente la diffamazione e concluso per il rigetto del ricorso, facendo mostra di aderire, dunque, ad una ben diversa visione semantica, potendo ritenersi quella seguita dalla Corte tutt’altro che codificata, destinata - com’è - a possibili ed evolutivi ripensamenti.