(agg.febbraio 2001)

SOCIETA' TRA AVVOCATI

 Incertezze sui profili fiscali e previdenziali

di Maurizio de Tilla

Il D.Lgs. 2 febbraio 2001 n.96  disciplina - al titolo  II, art.16 e segg. - l'esercizio della professione forense in forma societaria, precisando che la società tra avvocati è regolamentata dalle norme   dello stesso titolo II della legge e, "ove non diversamente  disposto, dalle  norme che regolano  la società in nome collettivo  di cui al capo III del titolo V  del codice civile". Infatti, la società tra legali si modella, in parte, sul tipo della società in nome collettivo, cui si avvicina per struttura ed  organizzazione societaria , rilevanza dell'elemento personale  e regime di responsabilità dei soci. Invero,  va rilevato che l'attività svolta dalle società tra  avvocati è comunque un'attività di tipo  professionale - secondo quanto chiarito nella relazione governativa -ed è caratterizzata dalla prestazione di servizi in tutto e per tutto   analoghi a quelli espletati dal libero professionista singolo. Conseguentemente, come precisato dal Governo nella propria relazione, nell'ambito dei tipi societari  previsti dall'ordinamento, possono essere utilizzati solamente quelli che consentono l'applicazione  delle stesse norme  che disciplinano l'esercizio  della professione e in primo luogo  il possesso di un titolo abilitante  da parte dei soci ed un regime  di responsabilità  simile a quelli cui è soggetto il professionista individuale. Ne discende che  la  società, quale  società  tra  professionisti, deve essere i8nformata ai principi  della  personalità della prestazione e  del diritto del cliente di scegliere il proprio difensore,  della responsabilità personale dell'avvocato e della soggezione della società ad  un concorrente regime  di  responsabilità, nonchè  deve essere costituita  da soci che siano esclusivamente avvocati. Inoltre  occorre rilevare che la società è conferitaria dell'incaricoprofessionale, a prescindere dal socio che ne cura la relativa attività,  la  quale  ultima, unitamente  ai proventi, è imputabile alla  società  medesima. In sostanza,  accanto all'associazione professionale prevista dalla L.23 novembre  1939 n.1815, sorge una nuova figura, che costituisce un'entità giuridica  distinta da quella  dei singoli  soci che la compongono:  la  società, infatti, è iscritta all'albo, riceve l'incarico professionale, percepisce  il compenso, risponde con il suo  patrimonio. Ciò posto , devesi evidenziare  che con il D.lgs.96/2001 il  legislatore non ha affrontato il problema della  disciplina   

normativa  applicabile sotto i profili  fiscale e previdenziale a tale tipologia societaria ,  limitandosi ad un generico rinvio  "alle società in nome collettivo  di cui  ...al codice civile " . Si  tratta ora, in via interpretativa, di stabilire se tale rinvio debba essere inteso in modo specifico e  assoluto alle  società in nome collettivo riportaste nel libro V  del codice civile, così concludendo che si applichi alle società tra professionisti  tutta  la disciplina, anche fiscale, applicabile alle società  in  nome collettivo  o se, al contrario, il legislatore abbia voluto limitare l'equiparazione ai soli fini della disciplina  civilistica e non anche a quelli fiscali. La soluzione del problema  rileva  anche  ai  fini  previdenziali,  tenuto  conto  che la  contribuzione previdenziale  è strettamente connessa all'aspetto fiscale e, in particolare , al reddito netto  ed al volume d'affare prodotto ai fini professionali.  La qualificazione del reddito prodotto dalla società tra legali,  se reddito d'impresa o reddito da lavoro autonomo, alla  luce  della  diversa disciplina  fiscale che  consente  la determinazione delle due tipologie di reddito, assume,  pertanto,  una fondamentale rilevanza anche  e soprattutto ai fini previdenziali. In sede di prima interpretazione della legge, la dottrina si èespressa  in maniera non univoca, giacchè da una parte si è affermato che il richiamo alla regolamentazione  delle società in nome collettivo implica anche l'applicabilità alle società tra professionisti  della relativa disciplina fiscale, mentre  altri autori  hanno ritenuto che il reddito prodotto dalle società  tra legali rappresenta reddito da  lavoro autonomo e,pertanto, il  professionista resta soggetto ad imposizione fiscale secondo il criterio di cassa. Secondo quest'ultima tesi, autorevolmente  prospettata tra gli  altri dal Prof.  Moschetti dell'Unione Triveneta dei Consigli degli Ordini degli Avvocati e da  ritenersi assolutamente preferibile, il richiamo che il decreto in questione fa alla disciplina delle società in nome collettivo è residuale, utile ai soli  fini civilistici, non già ai fini del trattamento fiscale.  Ne  consegue che sotto il profilo fiscale la società tra legali non può essere assimilata  alla società  in nome collettivo che, in base all'art.6 del D.P.R.917/1986, produce redditi d'impresa.