L’episodio che segue è il racconto di contenuto innegabilmente autobiografico, in cui - tuttavia - il protagonista non è né il sottoscritto in veste di difensore, né il giudice, né l’imputato.

In una fredda serata di dicembre del 2002, si presentò nel mio studio un mio assiduo cliente (della cui azienda, a anni, curavo la contrattualistica aziendale) il quale, visibilmente preoccupato, mi chiese di recarmi con lui, nei giorni successivi, a Grosseto per assumere la difesa del figlio in un processo per direttissima dinanzi al tribunale di quella città, nel quale il giovane era imputato di furto aggravato.

Il ragazzo (all’epoca poco più che ventenne) svolgeva attività di guardia giurata e nel corso di un normale giro notturno, era stato arrestato perchè sorpreso a rubare danaro contante ed oggetti di un

certo valore nell’ufficio di un’azienda da lui “vigilata”.

Accettato l’incarico, l’indomani, giunto di buon’ora a Grosseto insieme al papà dell’imputato, chiesi di parlare con il titolare dell’azienda che aveva subito il furto: un signore di circa

sessant’anni, accigliato ed apparentemente poco socievole.

Dopo esserci presentati ed aver avuto contezza del’ l’entità del furto - di cui era stata recuperata la parte in danaro (circa € 400,00) e non gli oggetti che (come si apprese successivamente) erano stati , dal giovane, nascosti in un cespuglio - offrimmo di risarcire il danno, chiedendogli di indicarci la cifra. Con sommo stupore, nonostante il notevole valore delle cose trafugate (tra cui alcuni oggetti d’oro), l’uomo limitò la sua richiesta a soli 100 € , somma che il mio cliente gli versò prontamente , allo scopo di ottenere, nel processo, l’attenuante prevista dall’art.62 n.6 c.p.

Durante lo svolgimento del successivo processo, dunque, la predetta parte lesa si astenne dal costituirsi parte civile e, alla mia domanda, puntualmente rispose di “essere stato integralmente

risarcito prima del giudizio”.

Dopo una mia breve arringa difensiva, la sentenza - com’era auspicabile, anche a fronte della incensuratezza del ragazzo – fu estremamente mite, con contestuale ordine di scarcerazione dell’imputato “se non detenuto per altra causa”.

A questo punto si verificò una cosa del tutto inaspettata: raggiungendoci sulle scale del palazzo di giustizia, il titolare dell’azienda derubata volle insistentemente restituire al mio cliente gli € 100

precedentemente consegnatigli, dichiarando grande solidarietà per l’angoscia vissuta dal genitore dal quale non voleva alcun risarcimento: aveva, infatti, accettato quello precedentemente offertogli unicamente perché, come parte lesa, avrebbe dovuto deporre sotto giuramento e “non intendeva dire il falso”.

Lo confesso: quello sopra riferito è stato uno dei più grandi insegnamenti di galantomismo al quale ho assistito nel corso della mia lunga carriera forense, il cui ricordo, a distanza di anni, mi emoziona e mi fa sperare che quel comportamento (autentico, quanto incredibile) possa divenire contagioso e “virale” ,al posto delle fake news che imperversano in questi nostri tempi…digitali !