(aggiornamento  ottobre 2002)

EUTANASIA

una diversa concezione del diritto alla vita

 di MARIO ROMANO 

Non vogliamo lasciarci andare  a    dissacrazioni  o addirittura  a  sgarbi polemici, oggi molto di moda tra i così detti "opinionisti", non possiamo -  tuttavia - fare a meno di ossefvare come,  per i nostri mass media, negli ultimi tempi l'argomentoGiustizia sembri circoscritto alla "RIforma CIrami" ed ai Processi "Imi-Sir" e "Cogne",  intorno ai quali si infittisce il tormentone delle interviste a giudici, avvocati  e psicologi (ormai, in  pianta stabile in certi studi televisivi...), con accompagnamento di immancabile descrizione di  scene sanguinarie o di straziante sofferenza. Telegiornali e servizi "speciali" si trasformano, sempre più spesso, in uno spettacolo da grang guignòl, in cui  telecamere e cronisti si attardano a  mostrare e narrare particolari eccessivi, se non addirittura morbosi, che riguardano i crimini più efferati. Un tale  desolante  panorama porta a chiedersi se questi campioni della comunicazione di massa del terzo millennio sanno che  Maestri multimediali dell'antica civilissima Grecia -  come Eschilo o Sofocle - non indulgevano  mai nella rievocazione  e descrizione visiva di scene di violenza sanguinaria, affidandone il  racconto al solo sottofondo del Coro,  pur essendo le loro opere delle tragedie! Ma, tant'è. Di  fronte ad un simile quadro si avverte, con amarezza, la scarsa attenzione riservata da Tv e stampa ad  un'  importante riforma  legislativa   di cui  si  sta  discutendo in questi giorni  nella Commissione ministeriale  presieduta da Carlo Nordio, il cui tema  - incentrato sulla possibilità  di rivedere la figura del reato legato alla  eutanasia - può,  senz'altro, ritenersi di portata epocale nella civiltà giuridica del nostro Paese, non meno di  quello legato alla legge di depenalizzazione dell'aborto. La premessa di ordine  etico-filofofico   da  cui  muove il nuovo disegno di legge è  quella di identificare  la  vita  non più comeun dovere dell'uomo, ma piuttosto come una  libertà e, quindi, un diritto  del quale - in  casi ben circoscritti - possa essere consentito disporre.IN particolare, l'ipotesi  presa in  esame è quella del malato così detto terminale, cioè  in quello  stadio  irreversibile segnato da  un arco temporale  più o meno lungo di sofferenza e degrado psico- fisico, durante il quale  il soggetto si trova nell'assoluta incapacità di disporre della propria esistenza o di chiedere ad  altri di disporne, facendo cessare l'accanimento terapeutico e, con esso, il  protrarsi di uno straziante calvario.Per tali casi, dunque,  in sede di  progetto di  riforma , si sta prendendo in considerazione , con l'opportuna cautela, la possibilità di consentire alla persona , in  un periodo di vita in cui si trovi ancora nella pienezza delle proprie capacità psico-fisiche e intellettuali, di redigere e depositare (presso un Notaio, come per ogni atto di "ultime" volontà)  un vero e  proprio  "Testamento biologico", con cui si diano le disposizioni da  valere  al momento dello stadio terminale  di un'eventuale  malattia ,  allo scopo di  pervenire  ad una morte dignitosa, senza che  la persona a ciò delegata possa  incorrere in sanzioni penali  di  cui agli articoli 579 e 580 c.p.

 

A suggerire un  qualche favore  ad una possibile depenalizzazione potrebbe valere  notare come, in taluni Paesi dell'Europa (come ad esempio l'Olanda) si è già proceduto alla legalizzazione dell'eutanasia , resa  possibile sia pure in casi ben delimitati e dopo il parere scientifico di due sanitari, e negli U.S.A., da oltre dieci anni, con  l'approvazione del "Self determination Act" (del 1991) è in vigore il così detto principio di "autodeterminazione", che conferisce al  malato terminale la facoltà di sottrarsi all'accanimento terapeutico. In Italia - com'è di ogni evidenza - il tema è estremamente delicato e scottante  su di esso è in atto, in  Commissione ( e, in particolare nella sotto-commissione presieduta dal Professor Fabrizio Ramacci, Direttore dell'Istituto di DIritto penale della Sapienza di Roma), un intenso dibattito che vede una contrapposizione alquanto netta tra i sostenitori della riforma - che  mirerebbero ad una depenalizzazione di  tipo generale (olandese) o attenuata (statunitense) - e  gli assertori  della intangibilità  della vita, i quali si richiamano ad una posizione etica a sfondo religioso da cui - come ha ribadito il Professor Mauro Cozzoli, Docente di Teologia morale nella Pontifica Università Lateranense - anche l'etica giuridica non dovrebbe discostarsi. Si è , dunque, in presenza di un dibattito che è tempo di  affrontare - fin da oggi - con il massimo di approfondimento e di serenità, tenendo nel debito conto   la laicità  della norma  giuridica e dello Stato da cui essa promana, senza - tuttavia  - travolgere i valori etico-spirituali (in senso lato), grazie ai quali l'esistenza umana si  affranca dal grossolano materialismo. La discussione - come si vede - involge la concezione stessa della vita di fronte alla legge, per occuparci della quale, francamente - come avvocati -  ci rifiutiamo di pensare che si  debba attendere che il tema sia ritenuto meritevole di entrare  nel palinsesto di un "talk show" televisivo, immancabilmente realizzato con  giuristi, politici e sacerdoti, in ibrida   compresenza con attricette  vistosamente scosciate e offerto con  la  collaudata tecnica di "vendita" del "Porta-a- porta"  ! Al contrario, crediamo fermamente che l'avvocatura, anche attraverso la  stampa -  ed in special modo quella  forense - debba, per tempo,  stimolare  un sereno ed aperto confrontosu temi di  grande spessore socio-giuridico  ,  com'è appunto quello  della riforma dell'eutanasia. E', dunque, in tale ottica  che  vorremmo fosse intesa questa nostra...provocazione,  alla quale - confidiamo - possano seguire le opinioni libere degli OPeratori del Diritto,  tanto più autorevoli quanto più lontane da condizionamenti di natura politica, alla stessa maniera di quanto si  registrò con  i consensi larghissimi e trasversali per la riforma del "divorzio"  e dell' "aborto" , nei più  vasti strati  della società  e della stessa avvocatura italiana.