(aggiorn.aprile 2002)

TURPILOQUIO E CASSAZIONE

Riflessioni sociologiche e meta-giuridiche in margine alla recente pronunzia della Suprema Corte

Coerente con lo spirito della sua linea editoriale, Giustiziaoggi non può mancare di dare attenzione ad una sentenza ( del maggio u.s.), con cui la Corte di Cassazione, riformando una pronuncia dei Giudici di Perugia, ha ritenuto non sussistente alcuna rilevanza di reato (nella specie: ingiuria) in un crudo fraseggio utilizzato da un automobilista all'indirizzo di un altro utente della strada. L'espressione - di seguito riportata puntata, per un certo imbarazzo ( che, pure, non dovremmo avvertire dopo la recente autorevole assoluzione sancita dalla Suprema Corte) - era consistita in un veemente invito ( rivolto all'antagonista automontato) a "non rompere i C.": il riferimento è testuale e la sola maiuscola dell'iniziale puntata rappresenta una nostra...rispettosa scelta di tipo maschilista! A fugare il sospetto di una qualche prevenzione verso le decisioni della Corte, vale ricordare come, in altre occasioni, la nostra Testata - differenziandosi dalla maggioranza dei commentatori, quasi tutti fortemente critici in nome di un ipertrofico senso del diritto di cronaca, - non ha esitato a plaudire ad una coraggiosa pronuncia, innovativa rispetto alla precedente Giurisprudenza: è il caso della sentenza che,circa un anno fa', sanzionò la sussistenza del reato di diffamazione a mezzo stampa anche a carico del giornalista che riporta espressioni offensive di un intervistato riferite ad un terzo (cfr. in questa Rivista: pag.12 / aggiornamento settembre 2001- "Virgolette e responsabilità" a firma della Dott.ssa Manuela Romano). Nel caso del turpiloquio...assolto, invece, dobbiamo - con tutta umiltà e sottovoce - gridare il nostro totale dissenso dall'orientamento seguito dai Giudici di legittimità. Ciò che, a nostro sommesso avviso, suscita la maggiore perplessità è la motivazione della sentenza, secondo cui, a rendere priva di connotazioni penali la cruda esortazione, sarebbe " l'uso ormai consueto di simili espressioni anche nel linguaggio televisivo, specie tra i giovani" (sic !). A ben riflettere, con simile affermazione - oltre ad autorizzare i giovani (studenti e perchè no, anche magistrati ed avvocati !) all'uso di un linguaggio sempre più disinvolto - la Corte ha mostrato di incorrere in un infortunio ermeneutico, finendo con l'oggettivizzare (ci si passi l'orribile neologismo) l'accettazione di vere e proprie parolacce e volgarità nel linguaggio corrente.

E' vero,infatti, che talune espressioni (si pensi - ad esempio - al vocabolo "casino") hanno finito con il perdere il loro significato originale, trasformandosi nel significato traslato (come: confusione, folla, schiamazzo,traffico ecc.), ma è altrettanto vero - e non doveva,forse essere trascurato dai Magistrati di legittimità - che le dette espressioni volgari vanno sempre lette non oggettivamente, ma collocandole nel contesto in cui esse vengono profferite. Or bene, così come è innegabile che la parola "casino" potrà essere accettata se usata (da sola) nel senso sopra ricordato, certamente non potrà essere tollerata - non solo sotto l'aspetto del bon ton o della pura e semplice educazione - allorchè sia utilizzata per affermare, con riferimento ad una signora che," il suo abbigliamento ricorda quello usato nei c." Ciò che va, dunque, sempre preso in esame, è il contorno che si accompagna alla frase e l'intento che muove il soggetto che la pronunzia, che sarà diverso a seconda che si collochi in un ambito dell'amicizia, dell'ironia o dell'ira. In proposito, ci soccorre il ricordo dell' "ovatio", con cui il popolo dell'antica Roma, accogliendo il Condottiero vittorioso che rientrava nell'Urbe con il suo carico di oro, lo apostrofava con affettuosi - quanto irripetibili - epiteti: si trattava di una consuetudine il cui retaggio si ritrova nell'odierno uso amichevole di espressioni, di per sè ingiuriose, che tale significato, tuttavia, perdono se rivolte a persona amica, senza alcun intento offensivo, ma addirittura per sottolineare connotati positivi ("Ti trovo in grande forma, pezzo di f." - "Il mio collaboratore è un giovane intraprendente : è un gran figlio di p."). Assai poco condivisibile,poi, è la funzione di scriminante attribuita, dalla sentenza in commento, al linguaggio televisivo, che sembra avere adottato il turpiloquio anche nel corso di trasmissioni di largo ascolto. Ci sentiamo di affermare, invece, che questo è un motivo in più per stigmatizzare una scelta che rende gli autori televisivi responsabili, specie verso le giovani generazioni, e non una ragione per giustificare l'uso di un linguaggio infarcito di turpiloqui , che resta un modello da non imitare. Sarebbe fin troppo facile, a questo punto, il riferimento alla recente performance verbale di un politico ( di solito, molto contenuto nelle sue esternazioni) che, di certo, non è stato influenzato dal lessico televisivo!