(aggiorn. maggio 2004)

LA PAROLA DEI MAESTRI/3

Con quella dedicata a  Genuzio Bentini prosegue la rubrica curata da Maria Antonietta Stecchi de Bellis.  

GENUZIO BENTINI

" Io sono un napoletano di Forlì

     e me ne vanto  "          

di Maria Antonietta Stecchi de Bellis 

La prima arringa di Genuzio Bentini,di cui abbiamo notizia, riguarda l’accusa di parte civile in un clamoroso processo svoltosi al Tribunale di Bologna il 4 agosto 1914: il processo Calda-Bergeret- Resto del Carlino. Chiusasi con la sentenza del 15 dicembre di quell’anno,la vicenda giudiziaria travolse un giovane uomo politico che sembrava destinato a grande successo.Sarebbe affascinante seguirne ed esporne i fatti ma,dovendo dedicare questa nostra pagina al ricordo di una grande Figura del Foro italiano,forse dai più  dimenticata,ci limitiamo a qualche cenno.Durante la campagna elettorale dell’ottobre 1913 e precisamente il 19 ottobre,sette giorni prima delle elezioni, Il Resto del Carlino,noto quotidiano dell’Emilia-Romagna,pubblicava nella sua cronaca un articolo senza firma intitolato Una questione d’indegnità.Calda deve ritirarsi.Chiediamo un giury d’onore. L’avv.prof.Alberto Calda era il candidato politico del partito socialista del secondo collegio di Bologna ed aveva a competitori il prof.Alessandro Ghigi e il cav.Alfonso Marescalchi. Calda , accusato di calunnia e di altre  azioni illecite,produsse querela contro il direttore del giornale Ettore Marroni- Bergeret come pseudonimo – e contro il responsabile della stessa testata.Il dibattimento fu movimentatissimo con un’accesa battaglia oratoria.Calda,già assolto in primo grado,fu poi condannato .Un processo ricordato e commentato,al tempo,in un volume pubblicato dall’avvocato Vincenzo Tazzari,del collegio di difesa.Ma torniamo a Genuzio Bentini e leggiamo le prime parole di quella sua memorabile arringa: Illustrissimi signori del Tribunale. Abolisco l’esordio.E’ un lusso che non può permettersi chi,dopo quindici udienze,martellate dalla canicola e dagli incidenti,ha fretta e bisogno di dire il proprio pensiero,di contrapporlo,permettetemi la parola,di urtarlo contro il pensiero altrui.Incomincio dunque e ascolto ancora l’accesa invocazione di un contraddittore alla buona fede.Potrei obbiettare una formula e dire che in tema di diffamazione la buona fede si discute ancora in dottrina e si disconosce troppo nella giurisprudenza,ma io ho in odio le formule. Moderno,certamente – se così possiamo dire – questo stile, ammesso che quando l’arte è veramente arte si possa parlare  di moderno e di antico. Imitando il buon architetto che si studia di apporre al suo edificio una bella fronte,onde allettare gli sguardi del passeggero e invogliarlo ad entrare,io pure dovendo dare quest’oggi cominciamento all’edificio dell’Eloquenza, porrò in fronte a questa prima Lezione una verità, che tutti vi rapisca nel desiderio di possedere quest’arte sovra ogni altra ammirabile,l’arte di dar persona al pensiero e calore alla voce,l’arte d’insignorirsi del cuore e di forzare la volontà, arte nobilissima e potentissima, l’arte della parola. Era questa l’introduzione al corso sulla necessità dell’Eloquenza,pronunciata da Vincenzo Monti dalla sua Cattedra il 19 novembre 1803. Io sono , dunque , un napoletano di Forlì e me ne vanto. 

Così Genuzio Bentini,che avrebbe affidato alle sue indimenticabili Confessioni le emozioni più profonde, il suo generoso ed appassionato sentimento di ammirazione e di solidarietà per questo nostro Sud.Al Nord – egli scriveva –la lactea ubertas di Quintiliano ed al Sud il lumen orationis di Cicerone. Io preferisco il fiume al latte,si comprende…E fu sempre così...Quando l’uomo del Nord balbettava ancora la sua barbarie,nell’Ellade, nella Magna Grecia, nell’Africa latina,la parola era già eloquenza e vibrava delle sue immortali armonie. E Roma le raccoglieva,e Roma locuta est,per la bocca di Catone e di Cesare,d’Ortensio e di Cicerone. Genuzio Bentini nacque a Forlì il 28 giugno del 1874. Si spense il 15 agosto 1943. Le sue avvincenti arringhe, le sue conferenze, i suoi scritti - che meriterebbero una ristampa organica – sono tra le pagine ormai introvabili di antichi numeri della gloriosa  rivista.  L’Eloquenza o in edizioni altrettanto rare del Giornale La Toga. Ma qui vogliamo subito ricordare una memoria forense di particolare interesse storico ed una conferenza che assume proprio oggi il significato di un drammatico messaggio,oltre al libro  Le macchie sulla toga edito dall’editore Alberto Morano di Napoli nel 1927 i cui titoli – sono:L’Avvocatura – La psicologia dell’avvocato – professione dell’avvocato – La psicologia professionale – morfologia dell’avvocato – la preparazione – il posto nel mondo – avvocati d’Italia. Questo libro finisce con queste parole: La vita chiama e l’avvocatura risponde e più straziante è il grido,più eloquente ha da essere la parola che lo raccoglie. I motivi aggiunti di ricorso per Olindo Fabbri,condannato a morte per concorso nel delitto di omicidio a scopo di furto,furono presentati alla Corte di Cassazione del Regno – Sezione Prima –l’11marzo  1933da Genuzio Bentini e da un altro grande avvocato del tempo, Gennaro Escobedo.La pena di morte,già abolita in diversi Paesi del mondo,era stata ripristinata in Italia.Ma – si legge in apertura del ricorso – poiché nel caso del ricorrente Fabbri la sua colpabilità non soltanto è incerta,e la sua opera non fu posta a servizio del delitto,e comunque sarebbe minima e secondaria,inoltre in gravi violazioni ed in difetto e contraddizione di motivi è incorsa la sentenza che lo ha condannato,noi non dubitiamo menomamente che la giustizia,della quale quotidianamente la Corte Suprema dà così luminosi esempi, varrà a riparare l’errore tremendo La conferenza dal titolo.Caino fu pronunziata da Genuzio Bentini l’8 febbraio del 1925 nel Castello Sforzesco di Milano. E’ l’ideale di tutto il mondo che ucciderà Caino. Ma quando? Chi lo sa? E’ un orologio che non si mette avanti o indietro con la punta di un dito. Ma anche l’utopia è un colpo mortale per Caino. Amaro, ma vero, anche oggi, dopo tre quarti e più di secolo.