(aggiorn. febbr. 2004 )

COSTITUZIONE CHIUSA  E  APERTA 

di 

ENRICO  ROMANO *

La conflittualità tra mondo   politico    e mondo giudiziario, estrinsecata  mediante reciproci attacchi ed aggressioni verbali o gestuali,   è, ormai, una costante  della vita  italiana, che assume forme esasperate nelle occasioni di manifestazioni ufficiali. E' il  caso della  annuale "Inaugurazione dell'anno giudiziario" che si  è andata , via via, cristallizzando come una "cerimonia" dal sapore polveroso e ripetitivo: l'esasperato rispetto di  un'antica  tradizione, fatta di    Ermellini e Dati      statistici, lascia , troppo spesso,  sullo sfondo  i veri problemi del "Servizio Giustizia" e dei rimedi  inutilmente attesi dal cittadino, anche nei più elementari bisogni della civile  convivenza ! In questa  palestra di discorsi   autoreferenziali,  si tocca con mano una realtà  a dir poco stridente con i principi democratici  e pluralistici da tutti osannati e cioè  che l'Anno Giudiziario (e quindi la Giustizia) sembra  "appartenere"  solamente ai Giudici, tant'è che non  è  previsto alcun intervento da parte della Classe forense, se non limitato ad un semplice rituale  indirizzo di saluto. Così stando le cose, assume un valore  tutt'altro che  di semplice  provocazione la proposta lanciata,  nella  recente Assemblea generale della  Stampa Nazionale Forense (Roma, 7 febbraio  2004) ,  da  alcuni Avvocati-Giornalisti (Romolo Reboa, direttore di "InGiustizia,La parola al Popolo" e Mario Romano, direttore di "GIustiziaoggi") ,  volta  all'indizione di  una  Inaugurazione  dell'anno giudiziario a cura  dell' Associazione della Stampa Forense (A.STA.F.) che -  quale Voce dell'Avvocatura Italiana - potrebbe chiamare a   protagonisti gli Avvocati ed  aprire un confronto costruttivo e propositivo  all'interno dell' Avvocatura e tra quest'ultima ed  il mondo giudiziario e politico, con la finalità  di  far emergere, a più voci,  le varie discrasie ed i  possibili rimedi alle piaghe  che affliggono il corpo  della Giustizia. Condizione per il possibile successo di un  tale  progetto  non potrà che essere  il ritorno di Avvocati e Magistrati  alla pienezza del proprio ruolo con   mutuo ed incondizionato  rispetto reciproco  delle funzioni e riconoscimento dell'essenzialità  di entrambe per il buon funzionamento del "meccanismo processuale". Si tratta, tuttavia, di una prospettiva  irta di difficoltà, anche  e sopratutto  per quel  perdurante scontro  di cui sopra si è  fatto cenno. E a proposito  dei comportamenti  conflittuali, ci ritorna alla mente che, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario dello scorso anno 2003, assistemmo  alla silenziosa sfilata dei Magistrati che si presentarono  a quell'importante  appuntamento, stringendo  tra le mani la Carta costituzionale, invitando , con  tale  eloquente   gesto, le  forze  politiche a  (ri) leggere  quel sacro Testo ed evitare di  violarne i dettami nel varo di  leggi (come la   Schifani-Maccanico o la Cirami) 

 Se, dunque,   in quell'occasione,  il richiamo  alla Costituzione repubblicana si è rivelato pertinente,  non si comprende il clamore e  la concitata  reazione  del mondo giudiziario di fronte al  progetto di legge  di riforma che,  in attuazione  di  un preciso  programma di governo, l'Esecutivo ha proposto ed il Parlamento si  accinge  ad  approvare, secondo le ineludibili regole della nostra Democrazia. Sentirsi vulnerati nella  propria funzione  da un Ddl,  fino a lanciare ,da tribune  ufficiali e  di alta rappresentatività,     accuse pesantissime ,  per vero  immediatamente ridimensionate dai massimi Organi  magistratuali , non solo può  acuire il clima di confligenza tra Organi dello stato, ma  può gettare disorietamento nella pubblica opinione .Accanto  ad un'evidente preoccupazione,  si affaccia prepotentemente  un senso di stupore, nel   constatare che  - aprendo e (ri)leggendo   la Carta  Costituzionale - ci viene ricordato che una  precisa norma  (l'art.98),  al  precipuo scopo  di salvaguardare e rafforzare il  fondamentale  principio dell'indipendenza o  terzietà del Giudice,  espressamente prevede e prefigura l'emanazione di  apposite  leggi con cui si stabilisca il  divieto  di iscrizione  a partiti politici (e  - a  fortiori - di esercizio di  attività politica all'interno dei  partiti stessi - n.d.r.) per  gli appartenenti agli Organi della Magiastratura e  dell'Ordine  Pubblico,  quale Arma  dei Carabinieri e Polizia  di  Stato e per i MIlitari di carriera in  servizio.  Or bene,  mentre risulta che tale  divieto è stato abolito  e/o attenuato  (con l'introduzione delle Leggi  11.07.78 n.382  e 01.04.81  n. 121) rispettivamente per i Militari  e per la  Polizia (smilitarizzata) , non  risulta che sia mai stata  caducata  per la  Magistratura, sicchè  un'eventuale nuova disciplina andrebbe  letta  nel senso di  una attuazione del principio  costituzionale di suprema  garanzia.

E allora ? lo sciopero preannunciato da uno  dei Poteri dello Stato  pone  seri interrogativi circa  la possibilità  (astratta)  di un dipendente pubblico - per la parte in  cui tale  è  il Magistrato - di  far  ricorso a tale iniziativa democratica di  lotta  o  di  protesta, ma , per  altro verso, suscita non poche  perplessità e preoccupazioni  se si  pensa al  Corpo statale di cui la Magistratura è  parte :  ci sembra,  allora, si  sentire il  grido di dolore di Menenio Agrippa che assiste alla  guerra  tra  le membra  e  le  invita accoratamente a riprendere ciascuna  il  proprio ruolo in armonica  sinergia!                              * Caporedattore Giustiziaoggi.it