(aggiorn. Marzo 2005 )

 

 I DIRIGENTI REGIONALI ALLA LUCE DELLA NOVELLA DEL    DLGS    

165/2001 di   DANIELA MAIETTA

Com’è  noto  il d.lgs. n. 165/2001   ha riformulato tutta la disciplina della dirigenza, le cui norme rappresentano un “nodo” che vincola le amministrazioni degli enti locali (art. 13).Le Regioni, ai sensi dell’art. 27 bis, hanno l’obbligo di adeguare i rispettivi ordinamenti alla disciplina statale mediante un’operazione che avrebbe dovuto portare una forte assimilazione della disciplina della dirigenza degli enti locali a quella dello Stato e una certa neutralità dalla politica. Quest’ultimo punto, tuttavia, non può dirsi realizzato, perchè negli organismi territoriali l’elemento politico è ben identificabile. Negli enti locali la situazione è variegata rispetto a quella uniforme dello Stato centrale, in quanto la riforma ha avviato dei processi profondi di rinnovamento. Tre aspetti della riforma  - secondo l’opinione della prevalente  dottrina amministrativa -devono essere meglio implementati, e cioè:

-la retribuzione di risultato dei dirigenti;

- il sistema di valutazione dei dirigenti;l’effettività della rotazione degli incarichi. I problemi della dirigenza pubblica andrebbero affrontati e risolti partendo dalla diversificazione degli apparati pubblici, ma – purtroppo - le tendenze legislative vanno nella direzione opposta, almeno per quanto riguarda le scelte di principio, in quanto partono dal modello ideale di “dirigente pubblico”, plasmato sul “funzionario statale”.Si tratta di un’astratta ricostruzione giuridica, antica e poco realistica, frutto della convinzione legislativa e giurisprudenziale, in base alla quale il pubblico impiego regionale deve sempre rifarsi all’impiego statale e deve rispettare una ricostruzione concettuale unitaria. Nei diversi livelli di governo, le differenze tra i compiti delle figure dirigenziali si presentano come “verticali”( cioè tra amministrazioni di diversi comparti e talvolta anche di uno stesso comparto) e “orizzontali” (cioè tra le diverse figure dirigenziali presenti in una, in tante, o in tutte le amministrazioni). Punto di partenza per la rivalutazione dei rapporti tra politici e dirigenti    negli enti locali è la Legge n. 81/1993 sulla elezione diretta dei sindaci e dei presidenti della provincia. Per quanto riguarda le regioni, la riforma costituzionale , con legge costituzionale n. 1/1999 sulle modalità di elezione del Presidente della regione,

ha finito con l’incidere sull’assetto degli Enti frutto del nuovo sistema elettorale, ridisegnando i rapporti tra presidente e assessori.Al di là  riproduzione del modello statale, e delle numerose funzioni attribuite ai dirigenti,  l’opinione prevalente degli stessi dirigenti è che il loro ruolo sostanzialmente non sia mutato, che non vi sia un giusto equilibrio nel rapporto poteri-responsabilità dei dirigenti e degli organi politici. Quanto al regime giuridico dei dipendenti, esso è disciplinato dall’art. 2 che prevede che le linee fondamentali dell’organizzazione amministrativa siano dettate dalle disposizioni di legge, laddove i rapporti di lavoro dei dipendenti sono soggetti al codice civile e in particolare alle regole contrattuali. Sebbene possa apparire rinnovato, il potere dei dirigenti è ancora molto vincolato agli elementi del vecchio statuto pubblicistico, in quanto sottoposto a vincoli procedimentali ricalcati sui vecchi istituti di natura eminentemente pubblicistici. Lo stato giuridico del dirigente deriva da un mix di pubblico e privato: inizia con un procedimento concorsuale (pubblicistico) per l’accesso alla qualifica; procede con l’assunzione dei vincitori (mediante contratto di diritto privato) alle condizioni del CCNL relativo ai dirigenti di ciascun comparto; culmina con l’iscrizione nel ruolo unico. Le due dimensioni giuridiche si intrecciano inevitabilmente ma come affermato dalla Corte dei Conti (con sentenza 39/1999) lo stato giuridico si distingue tra momento che attiene alla disciplina del rapporto di servizio (riservato alla contrattazione) e momento del rapporto d’ufficio, che mira alla immedesimazione organica (regolata dal diritto pubblico). Le conseguenze della commistione rilevano nella valutazione degli atti e dei comportamenti dei dirigenti, al fine di verificarne la corretta funzione gestoria. Per concludere  ,l’equiparazione della dirigenza pubblica a quella privata voluta dal d.lgs. n. 165/2001 (sulla base del d.lgs. n. 29/1993) trova la sua fonte nella volontà di conferire alla gestione degli apparati “elasticità[1], tempestività, efficienza”,  per contrastare una attuazione in precedenza giustamente definita   “strabica” da qualche giurista, come il D’Orta..