(aggiorn.ottobre 2006 )

LE RIFORME , PROSPETTIVE IN AMBITO NAZIONALE ED EUROPEO

 SINTESI DELL'INTERVENTO  DELL’Avv.MARIO ROMANO (*)

                                                                                                                                                              

Sembra preistoria il così detto Patto di Lisbona, con cui agli inizi di questi anni duemila, i Paesi europei tracciarono una strategia volta a conferire il massimo rilievo in ambito sociale e giuridico a quello che venne definito il “terzo Polo”, ossia il Polo delle libere professioni , con connotazioni ben distinte dal Polo dell’Impresa e da quello del Lavo. Mentre volge al termine questo anno 2006, ci accorgiamo che mancano ormai  solo quattro anni al traguardo , fissato nel 2010,allora visto come un termine lontano e comunque più che sufficiente a colmare il divario che ci separava dal raggiungimento del knowledge workers, destinato – si disse a sovvenire ai bisogni dei professionisti specie di quelli più giovani, per parificarne la condizione sia sotto l’aspetto culturale che sotto quello più squisitamente economico.E’ a dir poco sconcertante, allora, constatare come, proprio per un preteso allineamento con malintesi parametri europei, in casa nostra si sia posto mano a riforme dal sapore punitivo che , esaltando una visione imprenditoriale tout court  del professionista il che contrasta con la natura stessa dell’attività di tipo intellettuale e scientifico, specie per quanto riguarda la attività forense, unica – tra le libere professioni – di  rilievo costituzionale, elemento essenziale per l’amministrazione della Giustizia.Lungi da noi  qualsivoglia intento polemico e tuttavia non  possiamo lasciare  senza commento la notizia  secondo cui, da  recentissimi e accreditati sondaggi, la classe forense  ( solitamente additata come quella degli evasori per antonomasia), è risultata tutt’altro che nelle prime posizioni, nella classifica la cui leadership (non certo apprezzabile) è appannaggio della classe medica e, più specificamente, degli odontoiatri.Lo diciamo, senza malevolenza verso  altre categorie professionali, ma al solo scopo di sfatare la legenda dell’avvocato-nababbo: gli avvocati – come ha detto un vivido Collega ai microfoni provocatori di un’intervistatrice, nel corso della recente manifestazione di piazza a Roma, sono ricchi ma solo di cultura e sapere giuridico che mettono a disposizione della società, sempre più bisognosa del loro intervento tecnico per l’affermazione dei diritti del cittadino, troppo spesso relegato   al rango di suddito, dalla arroganza di una certa parte di pubblici amministratori.

La “liberalizzazione”, allora diviene un pretesto per un silenzioso sovvertimento dell’equilibrio tra le classi, in cui –  in antitesi con quanto dovrebbe costituire il substrato filosofico di  nostri prodi governanti , si consente la prevalenza dell’odiato capitale a scapito delle risorse umane, con  buona pace di Marx e dei suoi griffati  seguaci, abilissimi– negli anni andati – nel gabbare le classi operaie e quelle degli   stessi professionisti, mettendosi , in maniche di camicia, alla testa di cortei e girotondi di proteste !Allo stato, dunque, dopo le recenti prese di posizione dei  Congressi Nazionali  Forensi, attraverso le chiare posizioni dei nostri massimi rappresentanti quali Guido Alpa, Michelina Grillo e Maurizio de Tilla,quest’ultimo anche nella sua autorevole veste di rappresentante dell’Avvocatura europea, non resta – in questa nostra assise (corroborata dalla autorevole voce dei Magistrati e dei Giornalisti ) che riaffermare,  superando deleterie distinzioni o primogeniture, la centralità delle professioni – e tra esse quella dell’Avvocatura - e chiedere al Legislatore interno ed a quello comunitario di rifuggire da semplificazioni mortificanti, adeguando le riforme in atto alle realtà ed alla tradizione di ciascun paese, per un reale miglioramento del livello di qualità delle prestazioni a beneficio dell’utente, non potendo sacrificare – in none di un malinteso europeismo – le identità nazionali. Oltre a ciò, va riaffermato l’impegno della stampa  (sia quella professionale che quella forense)  a diffondere nell’opinione pubblica i contorni reali di una riforma che si rivela solo apparentemente tesa ad assicurare un libero mercato o una libera concorrenza, mentre obbedisce a logiche settarie e preconcette, contrabbandando – è una mia personale opinione di cui  assumo in pieno la responsabilità – proposte di contenuto scopertamente demagogiche, come quella   che, anziché prevedere la riduzione dei costi del giudizio civile, ipotizza la creazione di un fondo (che in parte andrebbe a ricadere sulle spalle dell’avvocatura) per venire incontro alle classi più deboli e (sic!) ed alleggerire le spese del processo civile.