( aggiorn. dic. 2009 )

DIFESA DEGLI AVVOCATI SCRITTA DA UN PUBBLICO ACCUSATORE

Recensione (*) di CARLO PANZUTI

La forma del dialogo tra il Pubblico Ministero narrante - l'Autore - e il tirocinante Francesco è il mezzo espressivo scelto da Paolo Borgna per affrontare il tema dei rapporti tra i magistrati e gli avvocati, o meglio il ruolo degli avvocati nella società e nel processo visto da un appartenente all'ordine giudiziario.La struttura del lavoro è molto interessqante, perchètrae le mosse dqalla contestazione dei luoghi comuni correnti sulla figura dell'avvocato - la vulgata nel primo capitolo - per passare al ricordo di due tappe della storia moderna dell'avvocatura: i simboli Fulvio Croce e Giorgio Ambrosoli (capitolo secondo, "eroi").Il primo era presidente dell'Ordine degli Avvocati di Torino nel 1977 , all'epoca del processo storico alle brigate rosse, in uno dei periodi più critici e travagliati della giovane democrazia italiana.L'Autore descrive benissimo il ruolo dell'avvocato sempre diviso tra la strenua difesa dell'assistito e il rispetto delle norme e delle regole sostanziali e processuali. Tutti noi ricordiamo che furono proprio le B.R. ad esaltare l'importanza sociale della figura dell'avvocato perchè, rifiutando la difesa di fiducia e quella d'ufficio, ma dichiarando di voler personalmente assumerla, centrarono perfettamente il fulcro del nostro sistema , fondato sull'avvocato quale soggetto costituzionale necessario che tutela gli interessi di una parte nel pieno rispetto e, dunque, all'interno di un quadro normativo di riferimento (salvo discutere oggi quale esso sia alla luce di una visione allargata dei diritti fondamentali della persona)Da pochi giorni, l'11 luglio scorso, sono trascorsi vent'anni dalla tragica uccisione del secondo eroe borghese,l'Avv.Ambrosoli.Egli, nominato commissario liquidatore della Banca Privata Italiana , noto istituto di credito facente capo al finanziere Sindona intorno al quale ruotavano oltre trecento società matrioske, assunse la funzione e la condusse con lo scrupolo, la meticolosità e l'intransigenza propri di un servitore della legalità, rigido osservante delle regole e inflessibile su ogni aspetto della vicenda a lui affidata.

Quelli che oggi sogliono chiamarsi i poteri forti, gli enormi interessi economici e politici che gravitano intorno agli affari di Sindona, non ultimi i rapporti con la mafia, condurranno il giurista Ambrosoli a un destino predestinato.Egli, infatti, scoprì che la banca di cui era commissario deteneva la maggioranza di azioni di un noto gruppo: trovò, in altri termini il tesoro nascosto . di Sindona, al quale facevano capo i consorti del finanziere: colpì in sostanza il ventre pasciuto dell'impero economico del discusso siciliano e, sempre più consapevolmente, si avvicinò al giorno finale da cui, con lucida visione, sapeva di non poter fuggire.Nel febbraio 1975, quattro anni prima del fatidico 11 luglio, Ambrosoli scrive una lettera testamento alla moglie in cui prima ricorda i tempi della gioventù e degli ideali politici, poi ironizza che a quarantanni sta facendo politica per lo Stato assumendo quell'incarico gravoso di liquidatore e aggiunge:"qualunque cosa comunque, su sai cosa devi fare e sono certo che saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto (...). Abbiano coscienza dei loro doversi verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il paese,si chiami Italia o si chiami Europa". Nel terzo capitolo "la dialettica", l'Autore vuole smentire il luogo comune dell'avvocato antitesi del magistrato (giudice o pubblico ministero), come contrapposizione tra interessi privati e interessi pubblici. Entrambi partecipano alla funzione sociale di fare giustizia nel rispetto dei diritti e degli interessi molteplici che gravitano intorno a questo "nostro" mondo."il processo senza avvocato ci appare, oggi, come la testimonianza di un passato che non potrà più tornare".Brogna affida a una simile convinzione il compito di contrastare il larvato pensiero di quelli, anche magistrati, che vedono come un peso, quasi inutile, la presenza dell'avvocato nel processo, come se esso potesse essere risolto e affidato direttamente alle cure della tutela pubblica . (*)Abstract da Quaderni - Rivista dell'Ordine di Brindisi