(aggiorn. luglio 2010 )

DALLO SCAFFALE AL WEB

Colmando una lacuna (dal momento che il testo che segue ci è stato graziosamente rimesso insieme ai "CAPRICCI di TEMI" di cui Giustiziaoggi ha pubblicato qualche brano nell'aggiornamento dello scorso aprile), rendiamo merito di un'altra fatica alla penna di Opico Erimanteo (*) che, con una sua attenta e colta traduzione, ha saputo riportare all'attenzione dei lettori gli eruditissimi fogli scritti nel 1661 da Giovan Pietro Pasquale, a commento di una lapide marmorea sita nel Duomo dell'antica Capua (odierna S.Maria Capua Vetere).Il libro - come si può ammirare dalla copertina (in alto a sinistra) era scritto in volgare (Prima fua chiesa e prima fua vescoual sede) e di esso Opico ci ha regalato una piacevolissima "trascrizione in italiano corrente" così come è da lui stesso definito il suo lavoro compendiato nel nuovo testo ((in alto a destra). Nella prefazione, Opico, definisce il traduttore - cioè, nel caso specifico, se stesso - "un traditore" e si spinge, in questo tradimento, a rendere più intellegibile la prosa del magno Autore, osservando come il suo volgare , talvolta, si riveli vacillante, poichè il Giovan Pietro era assai più padrone della lingua di Cicerone, dal momento che la storia _

- come lo stesso Giovan Pietro Pasquale avverte, con grande modestia - voleva essere "un breve e rozzo racconto", quasi un appunto, stimolato da una pressante richiesta di Padre Giovanni Rho, Provinciale della Compagnia di Gesù nel Regno di Napoli.Qui, mentre ringraziamo la generosità di Opico Erimanteo, non ci resta che invitare quanti hanno a cuore il passato e le sue memorie a ricercare il testo ( che potranno trovare nel Duomo di S.Maria Capua Vetere, chiedendolo al Parroco Don Antonio Pagano). Il direttore (*) pseudonimo utilizzato dall'Autore in tutte le sue opere letterarie (v. ante in questa rivista). Molti, tuttavia, dallo stile e dai riferimenti di vita professionale (specie in "Teseo, senza Arianna") non hanno avuto difficoltà a riconoscere l'ottimo Magistrato che ha attraversato il pianeta Giustizia - dalle lontane Preture lucane ai marmorei uffici della Suprema Corte - con autorevolezza culturale e serietà di comportamenti da vero principe del diritto, da non scambiare nè per barone, nè per conte.