FATTI E MISFATTI

DEL RISORGIMENTO (*)

Ciò che la Storia (ufficiale) Non dice

di

ENRICO POSILLICO

Nel 1958 fu costituito con decreto del Consiglio dei Ministri il “ Comitato promotore delle celebrazioni per il centenario dell’Unità d’Italia” con il compito specifico di programmare gli eventi e le iniziative per il triennio 1959-1961. Del comitato venne chiamato a farne parte il dottore Michele Vocino, già direttore generale del Ministero della Marina, poi Consigliere di Stato ed ,infine, deputato della Democrazia Cristiana nella 1° legislatura repubblicana, ma soprattutto gran conoscitore della storia e dei problemi del Mezzogiorno. Il Il dottor Vocino accettò con entusiasmo l’incarico convinto che in questo modo avrebbe avuto l’opportunità di riscattare l’immagine completamente negativa del Regno delle due Sicilie che, al contrario di quanto ci è stato tramandato dai libri di storia, era lo stato per alcuni aspetti più evoluto e, senza ombra di dubbio, il più ricco finanziariamente. I tempi però non erano maturi e il solo pensiero di poter recare ombra ai “mostri sacri” del risorgimento sia pur con una blanda revisione storica faceva gridare allo scandalo i parrucconi paludati di allora per cui il Vocino, deluso, si dimise dall’incarico. Io non sono uno storico ma solo un appassionato di storia; questo non è il comitato promotore per la celebrazione dei 150 dell’Unità d’Italia né so se 50 anni sono stati sufficienti perché si sia disposti ad accettare delle verità anche scomode. Sono comunque convinto che specie voi giovani dovete aver coscienza di quello che eravamo soprattutto per contrastare chi continua a ritenere pretestuosamente il Mezzogiorno un peso per il resto dell’Italia laddove invece era e potrebbe essere ancora una sicura risorsa per il vero sviluppo del Paese. Ma Veniamo ai fatti. Ho già detto che al momento dell’annessione lo Stato delle due Sicilie era lo stato più ricco fra tutti gli stati italiani. L’insieme della riserva aurea di tutti gli stati italiani ammontava a 640,7 milioni di lire; di questi ben 445,2 milioni appartenevano al Regno delle due Sicilie (calcolando rivalutazione ed interessi legali pari a duecento miliardi di euro attuali). Le tre regioni più ricche ed industrializzate di oggi : il Piemonte che con la Liguria e la Sardegna costituiva l’allora regno di Sardegna con pressappoco lo stesso numero di abitanti (nove milioni ) e la stessa estensione (100.000 kmq) del regno delle due Sicilie, aveva una riserva di 27 milioni di lire; la Lombardia 8,1 milioni; il Veneto 12,7. L’industria si era sviluppata con ritmi altrove impensabili impiegando fino ad 1.600.000 addetti contro il milione e poco più di tutto il resto d’Italia. L’incremento fu tale che alla Rassegna Internazionale di Parigi del 1856 fu assegnato al Regno delle due Sicilie il premio di terzo paese nel mondo per sviluppo industriale, dopo Inghilterra e Francia. Il più grande centro siderurgico d’Italia era il Reale Opificio Meccanico e Politecnico di Pietrarsa che impiegava mille operai contro i circa 480 dell’Ansaldo di Genova. Oltre alle officine di Pietrarsa vi erano nel Regno la Zino ed Henry con 600 operai e la Guppy, la seconda fabbrica d’Italia nel ramo. L’Opificio Reale di Pietrarsa era l’unico in Italia in grado di fabbricare motrici navali. All’interno dell’Opificio era stata istituita una apposita scuola per macchinisti per cui le Due Sicilie erano l’unico stato della penisola a non doversi avvalere di macchinisti inglesi per la loro conduzione. A Pietrarsa venivano costruite locomotive, ritenute le migliori d’Europa, e vagoni ed era la sola a possedere la tecnologia avanzata per realizzare i binari ferroviari. Dopo l’unità le commesse per i binari furono affidate ad industrie francesi.

In Calabria, nei pressi di Serra San Bruno , sorgeva lo stabilimento di Mongiana con 762 unità dove si produceva ghisa e ferro malleabile di ottima qualità. Da Mongiana uscì il ferro forgiato per produrre le catene, dal peso di circa 150 tonnellate, dei due ponti in ferro sul Garigliano e sul Calore, primi in Italia. Altre ferriere vennero realizzate a Bivongi e a Pazzano in provincia di Reggio Calabria.

Altro fiore all’occhiello dell’industria delle Due Sicilie è la cantieristica navale, nettamente in testa tra gli stati italiani al momento dell’Unità . Il primo vascello a vapore del Mediterraneo fu costruito nelle Due Sicilie nel cantiere di Stanislao Filosa al Ponte di Vigliena, e fu anche il primo dell’Europa Continentale ed il primo al mondo a Navigare in mare aperto e non su acque interne. Il cantiere di Castellammare di Stabia con 1800 operai era il primo del Mediterraneo per grandezza.

La Flotta mercantile del Regno delle due Sicilie era la prima in Italia e la seconda in Europa dopo gli Inglesi e così quella di guerra, terza nel mondo dopo quella inglese e francese. Il traffico navale era tale che il governo borbonico fu costretto a promulgare, primo in Italia, il Codice Marittimo ed a creare dal niente una rete di fari con sistema lenticolare lungo tutta la costa. Il famoso ordine “facite ammuina” non è mai esistito come non sono mai esistiti i due presunti estensori tale ammiraglio Giuseppe di Brocchitto e un certo Mario Giuseppe Bigiarelli, maresciallo. Il fatto certo è che , riconoscendone la superiorità ed efficienza, la Marina italiana adottò divise, gradi e regolamenti di quella napoletana. Altre industrie di rilievo nel Regno erano quelle cotoniere che impegnavano migliaia di lavoratori e lavoratrici soprattutto in Campania. Le industrie manifatturiere come l’industria della seta con l’opificio di San Leucio , conosciuto in tutta Europa non solo per il livello tecnologico e per la produzione che veniva largamente esportata, ma anche per il suo regolamento del 1789 che anticipava di quasi un secolo le prime leggi sul lavoro in Inghilterra (previdenza, assistenza, asili nido, case ai lavoratori). L’industria della carta attrezzata con modalità e strutture per quei tempi all’avanguardia e con una forte esportazione all’estero. -L’industria estrattiva con le miniere di zolfo della Sicilia che copriva il 90% della produzione mondiale.

Gli operai lavoravano otto ore al giorno e guadagnavano abbastanza per sostenere decorosamente le loro famiglie e, primi in Italia, era prevista una ritenuta del 2% sullo stipendio che consentiva loro di usufruire di una pensione statale al termine della loro attività lavorativa. In Inghilterra i lavoratori non godevano di nessuna tutela con turni di lavoro dai dodici alle diciotto ore al giorno impiegando bambini anche al di sotto dei dieci anni. Disoccupazione ed emigrazione erano pressochè assenti. L’emigrazione, prima dell’Unità era sconosciuta nell’Italia meridionale ed appannaggio del Veneto e delle altre regioni settentrionali.

I contadini meridionali, la classe economicamente più debole, aveva di che vivere decorosamente ed anche chi non era proprietario di un piccolo appezzamento di terra godeva del diritto dell’uso civico lavorando le terre demaniali ricavandone il necessario per se e la sua famiglia senza avere la necessità di emigrare. Ancora dopo 16 anni dall’unità d’Italia su quasi 110mila emigranti dall’Italia, solo 7mila erano meridionali. Le malattie da carenza alimentare come la pellagra, lo scorbuto, il rachitismo ed il cretinismo ipotiroideo erano sconosciute nel Sud ed appannaggio delle classi povere del Nord nutrite a base di polenta. Con l’Unità d’Italia le terre demaniali vennero confiscate e vendute all’asta ai grossi proprietari terrieri incrementando così il latifondo e privando i contadini dei mezzi di sussistenza . E’ iniziata così l’emigrazione di massa del popolo meridionale raggiungendo in un secolo la spaventosa cifra di 13 milioni di emigranti. Il tasso di mortalità infantile nel Regno era il più basso d’Europa con la maggiore percentuale di medici per abitanti con 9000 medici che prestavano servizio nei numerosi ospedali ed ospizi tra gli altri l’Albergo dei poveri a Napoli e quello a Palermo che erano gli edifici più grandi del mondo adibiti ad assistenza dei poveri. Le ferrovie , create nel 1820 ed ignote in Italia, fecero la prima apparizione in Italia nel 1839 a Napoli con il tratto Napoli-Portici, proseguita poi fino a Castellammare. Nel 1842 cominciò quella per Capua e poi l’altra per Nola, Sarno e Sansevero. Nel 1837 arrivò l’illuminazione a gas in città e nel 1852 il telegrafo elettrico , primissimi in Italia. Il teatro San Carlo, primo al mondo, fu costruito in soli 270 giorni e la stessa corrente culturale fece nascere l’Officina dei Papiri, il Museo Archeologico, l’Orto Botanico, l’Osservatorio Astronomico e, primo al mondo, l’Osservatorio Sismologico Vesuviano e la Biblioteca Nazionale.

Gli sportelli bancari erano diffusi capillarmente in ogni paese e villaggio e prime nel mondo, le banche del Regno furono autorizzate dal governo ad emettere i polizzini sulle fedi di credito, ossia, i primi assegni bancari della storia economica. Per inciso, la prima Cattedra di Economia nel mondo fu istituita nel Regno delle due Sicilie nel 1754 ed affidata ad Antonio Genovesi.

Il numerario della Banca di Napoli al 27 agosto 1860 era di 191.316,39 ducati. Con l’avvento della dittatura di Garibaldi al 27 settembre erano ridotti a 7.900,115 ducati ed al 2 aprile successivo, con la venuta di Vittorio Emanuele II, a meno di 6.ooo ducati. Un cavallo di forza della presunta arretratezza del Sud pre-unitario sono i dati sull’analfabetismo delle popolazioni meridionali. Il fatto inoppugnabile è che prima del 1860 non esistono in tutt’Italia statistiche attendibili sui dati dell’alfabetizzazione. I primi dati certi si riferiscono al 1870 dopo i dieci anni di chiusura di tutte le scuole imposti dal governo sabaudo, per problemi organizzativi e per precisa scelta politica.Il dato dell’80% di analfabeti riportato da alcuni in riferimento al periodo pre-unitario era un dato nazionale che valeva anche per il Regno Sardo ed il Lombardo-Veneto e non un’esclusività delle “provincie meridionali” e , per dirlo con i termini usati dal Barone Ricasoli, il “civilissimo” Granducato di Toscana non era diverso dall’ ”incivile” Reame Napoletano. L’italiano era parlato da una esigua minoranza di letterati: il 2,5% in antitesi ai particolarismi dialettali che caratterizzavano la vita e la comunicazione, per secoli solo verbale, di tutti gli Stati preunitari. Di certo è che sin dal 1816 Un’apposita Commissione Suprema di Pubblica Istruzione curava l’intera organizzazione scolastica. In ogni Comune del Regno esistevano “scuole normali” paragonabili alle scuole comunali, istituite anni dopo nel Regno d’Italia, dove si insegnava il leggere, lo scrivere, l’aritmetica pratica, il catechismo di religione, il catechismo dei doveri comuni a tutti ed il catechismo dei doveri di ciascun stato, ovvero quello che poi sarebbe diventata l’Educazione Civica. Non mancavano le istruzioni per l’agricoltura, per i campagnoli e quelle per le varie arti e mestieri. In tutto il Regno operavano 14 licei con 233 cattedre, compresi i collegi. L’Università di Napoli era tra le più rinomate d’Europa e Napoli stessa era la sede di congressi e convegni scientifici di rilevanza europea.

  Il sistema fiscale in atto era il più blando non solo dell’Italia ma di tutta l’Europa (esisteva una unica imposta diretta la fondiaria e le imposte indirette sulle dogane, sui tabacchi, sul sale, sul registro, sulla lotteria e sulle poste) Potrei continuare ad elencare i primati e le opere del Regno delle due Sicilie ma vi annoierei più del dovuto. Ma a questo punto mi obietterete, se le cose andavano così bene come è possibile che Garibaldi con solo mille uomini sia riuscito a sconfiggere i Borbone ed a conquistare il Sud? Qui entrano in gioco le ambizioni espansionistiche del Regno di Sardegna, sull’orlo del tracollo finanziario dopo le disastrose campagne della I guerra d’indipendenza, e le mire commerciali di due grandi nazioni: L’Inghilterra e la Francia. “ O la guerra o la bancarotta” scrisse il deputato cavouriano Pier Carlo Boggi nel 1859, in un libretto dal titolo “fra un mese”. Il regno delle due Sicilie era il più ricco d’Italia, Il Piemonte aveva nove decimi del debito di tutti gli stati preunitari messi insieme. Con l’Unità il tutto sarebbe stato unificato. L’ Inghilterra, che dopo la questione delle miniere di zolfo non aveva più buoni rapporti con il Regno delle due Sicilie, mirava alla creazione di uno stato unitario che, oltre ad essere a lei politicamente più vicino e malleabile, avrebbe costituito un più ampio mercato finanziario certamente più appetibile di uno Stato protezionista, con barriere doganali e finanziariamente in ascesa come il Regno delle due Sicilie. Per di più le buone relazioni tra il Regno delle due Sicile e l’Impero Russo facevano temere all’Inghilterra la possibilità dell’ingombrante presenza della flotta russa nel Mediterraneo che avrebbe potuto contare sui porti meridionali come base d’appoggio. La Francia, dal canto suo, oltre ad avere le stesse mire commerciali dell’Inghilterra, in più pensava che un forte Stato sul mare potesse in qualche modo mitigare lo strapotere inglese sul Mediterraneo.

Da qui l’intesa tra i tre Stati tradotto con l’appoggio politico e finanziario dell’Inghilterra e della Francia al Regno di Sardegna a favore dell’Unità d’Italia, la campagna denigratoria nei confronti del governo borbonico definito “la negazione di Dio”, le manovre di corruzione degli alti gradi dell’Esercito e della Marina Borbonica e gli accordi con i Baroni e la mafia preparatori per lo sbarco dei Mille a Marsala (11 maggio 1860) Veniamo ora alla lettera del Ministro Gladstone al primo ministro inglese Aberdeen nella quale definiva il Governo del Regno di Napoli come “la negazione di Dio” dopo aver visitato, così riferisce nella lettera, le carceri napoletane . Nella sua visita nel Regno delle due Sicilie Gladstone, per sua stessa successiva ammissione, non ha mai visitato alcun carcere napoletano preferendo godersi le comodità dell’ambasciata britannica a Napoli e basando la sua famosa relazione su quanto gli veniva riferito dai liberali e cospiratori napoletani. Le condizioni delle carceri napoletane non erano certo peggiori delle carceri londinesi o francesi o quelle di qualsiasi nazione europea.

Al contrario, Luigi Settembrini ricorda i caffè ed il cibo offertogli dai direttori carcerari nel periodo in cui fu rinchiuso e lo stesso Francesco De Sanctis ebbe modo di apprezzare il vitto carcerario nel quale era previsto più volte addirittura la carne. Sul presunto rigore del sistema giudiziario napoletano vale la pena di ricordare che dopo la rivoluzione del 48 non furono eseguite condanne a morte nel Regno delle due Sicilie, eccetto quello di Agesilao Milano condannato per tentato regicidio così come avrebbero fatto tutti i paesi del mondo in quelli anni e non solo in quelli anni.

Delle 42 condanne a morte comminate dai tribunali, Ferdinando II ne commuta 19 in ergastolo, 11 in 30 anni ai ferri, 12 in pene minori. Negli stessi anni vennero graziati dal Re 2713 condannati per reati politici e 7181 condannati per reati comuni. In Una relazione compilata da un deputato piemontese nella quale si confrontavano le esecuzioni capitali eseguite in Francia e quelle eseguite in Piemonte nel solo anno 1853, il risultato emerso fu di 45 esecuzioni eseguite in Francia e 28 in Piemonte, dato che se rapportato alla popolazione, otto volte superiore in Francia, è come se fossero state eseguite in Piemonte in un solo anno 224 condanne a morte.

Nella stessa relazione si legge che le esecuzioni capitali eseguite dal 1851 al 1855 nel regno di Sardegna sono state 113. Sempre A proposito della campagna di calunnie a danno dei Borbone, a Ferdinando II fu appioppato il nomignolo di “re Bomba” per aver autorizzato il bombardamento di Messina il 5 settembre 1848. Il bombardamento fu ordinato a copertura dello sbarco dei soldati napoletani per la riconquista di Messina nelle mani degli insorti separatisti che risposero al fuoco con l’uso di 16 cannoniere.

Si trattò quindi di una operazione militare tra due eserciti, certamente con meno vittime di quelle provocate dai cinici e ostinati bombardamenti contro i civili negli assedi di Capua e di Gaeta. Centinaia e centinaia di morti tra i civili, morti senza nome e senza volti sacrificati nell’urgenza di affrettare la resa di Francesco II per la convocazione del primo Parlamento italiano.

Vittorio Emanuele II, il re galantuomo, per sedare i moti di Genova del 1849 ordinò di bombardare le piazze dove si radunavano gli insorti facendo più di 500 morti. Comportamento analogo a Torino nel 1864 per coloro che protestavano per il trasferimento della capitale a Firenze ed anni dopo nel 1898 a Milano dove il generale Bava Beccaris usò i cannoni contro i popolani che manifestavano per fame su ordine, buon sangue non mente, del Re Umberto I , il Re buono , provocando 80 morti e 350 feriti. La spedizione dei Mille non fu pertanto una eroica impresa dettata dal desiderio di portare la libertà ai fratelli meridionali, o perlomeno non solo, ma, attentamente preparata e finanziata, fu il frutto dell’intesa, per le ragioni spiegate prima, raggiunta tra Inghilterra, Francia e Piemonte, anche se ufficialmente osteggiata dal governo piemontese. Si spiegano così le manovre di appoggio e protezione allo sbarco dei garibaldini da parte delle navi inglesi nella rada di Marsala, la scarsa o nulla operatività della Marina Borbonica, i cui alti gradi si erano tutti venduti ai piemontesi, e che si limitò solo a qualche simbolica cannonata per salvare le apparenze. La stessa Marsala era stata scelta perché era una specie di enclave britannica risalente alla donazione fatta da Ferdinando I alla famiglia Hamilton nel periodo napoleonico. I Mille rimasero tali solo per poco. Ad essi si aggiunsero subito bande di picciotti messe a disposizione dai capi mafia dei vari mandamenti o semplicemente allettati dalla promessa della distribuzione di terre ed avventurieri , in specie inglesi ed ungheresi in cerca di facili guadagni. In quattro giorni il numero dei mille si era già triplicato. Nei giorni successivi ci fu un continuo andirivieni di navi che sbarcavano presunti disertori e congedati dell’esercito piemontese che, al termine delle operazioni militari, furono prontamente condonati e reintegrati nell’esercito . Dal 26 giugno al 21 agosto sbarcarono in Sicilia altri 21mila “volontari” piemontesi.

Da come viene riportato dai testi scolastici sembrerebbe che i Mille fossero rimasti numericamente tali da Quarto al Volturno. Eppure dei Mille, o poco più, partiti da Quarto ne arrivarono a Palermo 750. Il primo scontro tra borbonici e garibaldini avvenne a Calatafimi sulla strada di Palermo. Al comando dei Napoletani c’era il generale Landi che, attestatosi ad Alcamo con il grosso delle truppe (3.000 uomini), mandò incontro ai garibaldini un solo battaglione (circa 500 uomini) al comando del maggiore Sforza con l’ordine di limitarsi al “solo avvistamento del nemico”. L’incontro con i garibaldini (1400 uomini rinforzati dai picciotti del barone di Sant’Anna) avvenne il 15 maggio. Il maggiore Sforza, con il pieno appoggio dei suoi uomini, assalì i garibaldini che nello scontro ebbero 30 morti ed incominciarono ad arretrare. Alla richiesta di rinforzi per completare il successo, il generale Landi ordinò la ritirata senza neanche avvertire lo Sforza il quale, avendo esaurito le munizioni, fu costretto a riportare i suoi verso il grosso delle truppe che si stava incredibilmente allontanando.

Al suono della tromba che squillava la ritirata, i garibaldini, convinti che il segnale provenisse dal loro trombettiere, si accingevano a loro volta a ritirarsi quando si accorsero, prima increduli e con stupore poi con grande gioia, che a ritirarsi erano le truppe borboniche. Il giorno 17 il Landi si ritirò incomprensibilmente a Palermo. Le ragioni di questo comportamento si compresero in seguito quando il Landi andò a riscuotere una fede di credito, a suo dire avuta da Garibaldi, di 14.000 ducati d’oro, il prezzo pattuito per il suo tradimento, e che tra l’altro risultò essere stato falsificata (da 14 ducati a 14.000) con grande dolore del Landi che, si disse, ne morì di crepacuore. A Landi subentrò il generale Lanza. Dopo alcuni scontri in cui morì Rosolino Pilo e gran parte dei suoi picciotti sconfitti dalle truppe del maggiore Beneventano del Bosco, Garibaldi nella notte tra il 26 e 27 maggio assalì Palermo entrando in città attraverso le porte di Sant’Antonino e Termini presidiate, guarda caso, da solo 260 reclute mentre il Lanza teneva i suoi 16.000 uomini tassativamente chiusi nei forti della città. Garibaldi entra in città e si insedia a palazzo Pretorio dove fissa il quartier generale. All’alba del 30 le truppe borboniche del generale Von Meckel, nel frattempo rientrate dopo aver sbaragliato la colonna Orsini, attaccarono i garibaldini, sfondarono con i cannoni porta Termini e si apprestarono ad assalire il palazzo Pretorio dove si era insediato Garibaldi con il suo Quartier Generale. A quel punto arrivarono i capitani di Stato Maggiore Bellucci e Nicoletti con l’ordine di Lanza di sospendere i combattimenti perché era stato fatto un armistizio “inspiegabile e stranamente provvidenziale” per i garibaldini. Armistizio prorogato, su richiesta del generale Lanza per ulteriori tre giorni ed accordato, bontà sua, da Garibaldi con l’impegno da parte borbonica di lasciare Palermo.

L'8 giugno le truppe duosiciliane lasciano la città. Sono 24.000 uomini perfettamente equipaggiati e certamente in grado di contrastare i garibaldini. La rabbia tra le truppe è tale che un soldato dell’8° di linea, al passaggio a cavallo di Lanza, uscì dalle file e disse: “ Eccellè, ‘o vii quante simme. E ce n’avimma ì accussì?”; l’ineffabile comandante gli rispose: “ Và via, ubriacò! Seguirono i fatti di Milazzo dove il colonnello Beneventano del Bosco, dopo aver sconfitto il Medici, si apprestò a contrastare Garibaldi in persona. Il comandante della piazza di Messina Clary alla richiesta di rinforzi rispose negativamente , lasciando inoperosi 22.000 uomini.

Il 20 luglio vi fu una cruenta battaglia dove i borbonici, in rapporto di 5 a 1 a favore dei garibaldini, ebbero 120 morti ed i garibaldini 780;

  il mancato arrivo dei rinforzi costrinse i borbonici a ritirarsi nel forte anche perché oggetto del bombardamento del traditore Amilcare Anguissola dalla nave Veloce, ribattezzata Tukory, dopo il tradimento di questo e della gran parte degli ufficiali della Marina Borbonica. E’ opportuno ricordare che, al contrario degli ufficiali, la stragrande maggioranza dei marinai rimase fedele ai Borbone manifestando la sua fedeltà anche con episodi di ammutinamento nei confronti degli ufficiali traditori. Il 24 luglio l’ineffabile Clary completò la sua opera disfattista dichiarando impossibile la difesa di Messina e concordando la resa delle truppe che avrebbero lasciato la Sicilia tranne il presidio della cittadella; i soldati indignati costrinsero il comandante a fuggire a Napoli.

La sera del 18 agosto Garibaldi attraversò con le sue truppe lo stretto di Messina con la tacita collabora-zione della Marina Borbonica come lui stesso ebbe a ricordare nelle sue “Memorie”. Seguirono la resa del comandante di Reggio Gallotti e di altri comandanti tanto che la truppa, esasperata dal tradimento e dall’insipienza dei capi, fece giustizia sommaria di uno di loro, il generale Briganti, il cui corpo crivellato di colpi venne fatto a pezzi a Mileto dove, a cavallo ed in borghese, incrociò, per sua sfortuna,un gruppo di soldati lealisti. Il Il resto della campagna garibaldina ,culminata con l’ingresso a Napoli di Garibaldi il 7 settembre 1860, fu una passeggiata militare. Il re Francesco II aveva lasciato Napoli nella notte tra il 5 ed il 6 per evitare a Napoli la sciagura di un bombardamento e di una guerra all’interno della città.

Il 12 ottobre le truppe di Vittorio Emanuele, senza dichiarazione formale di guerra e senza l’avallo di alcuna volontà popolare, varcarono il Tronto ed invasero il Regno delle due Sicilie. Si trattava di ben 46 battaglioni con 39.000 uomini che uniti alle camicie rosse, diventate ormai 25.000, costituivano una forza di 64.000 uomini contro circa 50.000 napoletani.

Inutili furono i successi dei napoletani nel settembre 1860: a Caiazzo, Roccaromana,Pontelatone, sotto le mura di Capua, dove i garibaldini avevano avuto la peggio. Successivamente , nell’assedio della fortezza di Capua, le camicie rosse passarono la mano all’esercito regolare piemontese per la conduzione delle operazioni di guerra. Le vicende della battaglia del Volturno sono note. Dopo una prima giornata favorevole ai napoletani, l’uso delle riserve garibaldine equilibrò le sorti della battaglia che si concluse il 2 ottobre 1860 con un nulla di fatto con gli eserciti contrapposti nelle medesime posizioni di partenza.

Con l’appoggio dal mare delle navi passate ai piemontesi le truppe dei generali Cialdini e Morozzo sconfissero i borbonici sul Garigliano. Prive oramai di copertura dal mare, arriva il disastro di Montesecco e Mola di Gaeta (attuale Formia). Con l’epopea dell’assedio di Gaeta dall’11 novembre 1860 al 14 febbraio 1861 si conclude ufficialmente la conquista del Sud. Un epilogo di grande dignità ed onore per gli eroici difensori da Francesco II , alla regina Maria Sofia fino all’ultimo fantaccino; molto meno dignità e molto meno onore per gli assedianti che massacrarono con i loro cannoni rigati militari e civili anche durante e dopo le trattative di resa. Il regno Così conquistato aveva bisogno di una parvenza di legalità che legittimasse la forzata annessione. Si ricorse così al plebiscito nella forma già collaudata nella cessione ai francesi di Nizza e Savoia e nell’acquisizione al regno di Sardegna delle regioni del Centro.

Il 21 ottobre fu il giorno dedicato al voto. Nei seggi vennero disposte due urne contrassegnate con le scritte SI’ e NO in lettere cubitali che contenevano una le schede già stampate per chi voleva rispondere “sì” e l’altra per il “no”.

Il cittadino , sotto gli occhi di tutti, raccogliendo applausi in un caso e rischiando bastonate o peggio nell’altro, doveva farsi consegnare il certificato con la risposta e poi depositarla in una terza urna, più grande, disposta in mezzo tra le altre due. Escludendo, in questo modo la segretezza stupisce che in queste circostanze ci siano stati dei voti contrari. Ai 40.000 soldati di Francesco II asserragliati a Gaeta non fu certo concesso di votare. In compenso vennero ammessi a votare i garibaldini ed un gran numero di stranieri che, già che c’erano, si divertirono a votare più volte. La percentuale dei votanti fu del 19% degli aventi diritto. A Napoli il risultato da esibire in quelle condizioni fu imponente: un milione e 300.000 sì e 10.000 no. Con la caduta delle ultime fortezze in mano ai soldati borbonici, Messina e Civitella del Tronto, si compì la conquista del Sud ed iniziò la spoliazione del Meridione. Lo stabilimento siderurgico di Mongiana in Calabria, il più grande d’Italia, fu svenduto ad un sarto garibaldino pregiudicato per truffa allo Stato, e chiuso; le più grandi officine meccaniche del Napoletano come Pietrarsa , furono sacrificate in favore dell’Ansaldo di Genova e si sparò agli operai che protestavano. La stessa fine fecero i cantieri navali e gli opifici. Tutto quello che valeva qualcosa finì altrove. Ai contadini, ai quali Garibaldi aveva promesso la distribuzione delle terre, non solo non venne mantenuta la promessa e si fucilò coloro che autonomamente credettero di potersene appropriare (fatti di Bronte) ma si vendettero all’asta anche i terreni demaniali e le proprietà della Chiesa togliendone l’uso ai più poveri ed ingrassando latifondisti, speculatori e baroni. Al sud, che aveva il sistema fiscale meno gravoso d’Italia, si imposero tasse persino per pagare la guerra di conquista che aveva subito. Così, a parità di popolazione, la Sicilia pagava 3,5 volte le tasse delle Venezie . Criterio inverso nei finanziamenti. I 458 milioni per le bonifiche vennero ripartiti 455 al Nord e 3 al Sud. Stesso criterio per la ripartizione dei fondi per il piano ferroviario, per l’istruzione e per tutti i finanziamenti in genere. Criterio proseguito fino ai nostri giorni. Dal 1860 al 1988 lo stato ha speso in Campania 200 volte in meno che in Lombardia, 300 volte in meno che in Emilia, 400 volte in meno che in Veneto. Si procedette alla piemontesizzazione forzata di tutte le istituzioni anche di quelle, ed erano la maggioranza, migliori delle nuove. In tutte le commesse e le gare di appalto furono favorite le imprese del Nord o le straniere, il più delle volte senza neppure invitare le imprese del Sud. In tutti i gradi dell’amministrazione pubblica furono inviati funzionari del Nord destituendo gli ex funzionari della passata amministrazione con l’accusa di essere filo-borbonici. Persino le balie negli orfanatrofi pubblici del sud vennero fatte venire dal Friuli. Evidentemente il latte delle meridionali era meno buono.

Gli ufficiali ed i soldati che, mantenendo fede al loro giuramento, avevano combattuto per i Borbone e per quella che consideravano la loro vera Patria e che si erano rifiutati di passare nell’esercito piemontese, furono rinchiusi nelle fortezze di Fenestrelle ed in altri campi di concentramento esposti al freddo ed alla fame e condannati a morire di stenti :la durata media della vita a Fenestrelle in quelle condizioni era di circa tre mesi. Non meraviglia che, a fronte di tutte queste angherie e soprusi , nascesse una resistenza armata , passata alla storia come “brigantaggio” per aver ragione della quale ci vollero oltre dieci anni di guerra , l’impiego di 120.000 soldati, il ricorso a leggi speciali come la legge Pica che aboliva qualsiasi garanzia costituzionale ed autorizzava la fucilazione anche dei soli sospetti su giudizio dei militari, la distruzione di 51 paesi (vale per tutti il ricordo di Casalduni e Pontelandolfo, rasi al suolo con più di 900 morti tra fucilati, persone arse vive nell’incendio delle loro case e donne uccise dopo essere state stuprate. Il tutto in assenza di briganti e per rappresaglia all’uccisione di 41 militari caduti in un agguato. Peggio che alle fosse Ardeatine). La guerra di repressione del brigantaggio, condotta con inaudita violenza ed efferatezze da ambedue le parti, causò 266.370 morti tra i “briganti” e 23.013 tra i militari piemontesi . L’esercito piemontese perse più uomini nella repressione del cosiddetto “brigantaggio” che nelle cosiddette “guerre di indipendenza”.

Garibaldi, otto anni dopo la sua impresa, scriveva che “ gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male. Nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”. Con la perdita dei suoi uomini migliori, i più audaci uccisi gli altri emigrati, e con la spoliazione delle sue ricchezze nasce la Questione Meridionale.

Nel primo decennio del 900 (leggi speciali) e nel II Dopoguerra (cassa per il Mezzogiorno) si vararono interventi per colmare il baratro così creato. La persistenza della questione Meridionale a 150 anni dall’unità fa pensare che se non si è risolta , forse non la si vuole risolvere.

La Germania Ovest in 20 anni ha risolto il divario che la divideva dalla Germania dell’Est rallentando volutamente la sua crescita industriale e dirottando i finanziamenti all’Est.

Provate a chiedere la stessa cosa agli industriali del Nord ed ai leghisti. Finisco con la citazione di due autorevoli meridionalisti che di certo non possono essere accusati di simpatie borboniche: Luigi Settembrini , in una lezione successiva all’Unità, agli studenti che gli chiedevano le ragioni per le tristi condizioni in cui versava il Sud in rapporto al passato benessere, rispose: “ Figli miei , bestemmiate la memoria di Ferdinando II, perché è sua la colpa di questo”; allo stupore degli allievi, aggiunse: “ Se egli ci avesse impiccato noi altri, oggi non si sarebbe a questo: fu clemente e noi facemmo peggio”.

L’altro autorevole personaggio è Francesco Saverio Nitti, autore di Nord e Sud, che scrisse queste profetiche parole: "Ora l’industria si è formata e Lombardia, Liguria e Piemonte potranno anche, fra breve, non ricordare le ragioni prime della loro presente prosperità, le cui origini si sono volute vedere non dove erano, nelle dogane, nella finanza, nella politica, ma in una superiorità etnica che non è mai esistita". E ancora è accaduto che chi più ha dato è parso anche uno sfruttatore.

(*) Abstract dalla Relazione tenuta dal Dott.Enrico Posillico il 23 marzo 2011 al Convegno "Unità d'Italia, prima e dopo" presso il Centro Polivalente "Paolo Borsellino" in Pastorano (Caserta).