( aggiorn. nov.2011 )

ANDREA DI DOMENICO, PATRIOTA SAMMARITANO

Da quando la nostra rivista on line ha inaugurato (nel settembre del 2006) questa rubrica, dedicata alle pubblicazioni meritevoli di segnalazione, continuano a giungerci volumi freschi di stampa e articoli apparsi su testate di non larga diffusione e, perciò stesso, destinate ad un rapido e immeritato oblio... Questa volta,invece,Giustiziaoggi - senza alcuna richiesta di parte - ha deciso di pubblicare (dopo averne doverosamente informato il professor Alberto Perconte Licatese) un pezzo" , presente nel blog dello stesso Autore, avvertendo l'esigenza di dare la massima diffusione, trattandosi di un ritratto dedicato ad un nostro concittadino illustre , ma non solo per questo: l'opera del Perconte, infatti, che negli ultimi anni ha spaziato negli angoli più reconditi della vita della provincia di Caserta, rappresenta una pagina di storia e di vera cultura cui rendere omaggio.

Buona lettura, il Direttore

 

di Alberto Perconte Licatese

 

Appartenendo ad una generazione di formazione risorgimentale, sia per studi scolastici sia per ambiente familiare, anche se sovente guardo con simpatia al regime borbonico, per quello che esso dal 1735 al 1860 realizzò per la cultura e per le opere, considero Andrea Di Domenico una figura significativa del Risorgimento sammaritano, realizzato da patrioti non sempre conosciuti e non sufficientemente celebrati, come Pietro De Laurentiis, Giuseppe Barabba, Luigi Sticco, Michele di Gennaro, Abramo Rucca ed altri. Andrea Di Domenico, nato a S.Maria di Capua il 30 novembre 1811 da Nicola e da Anna Masullo nella strada della Concenzione (od. via Albana), frequentò le scuole senza poter conseguire particolari diplomi, perché a sedici anni nel 1827, seguendo le imprese patriottiche di Abramo Rucca, partecipò ai moti del Cilento, falliti per la feroce repressione ordinata da Francesco I. Nel 1832 si mise in contatto con Vito Porcari, detenuto nel carcere di S.Maria per motivi politici; nel 1841 aderì alla “Giovane Italia”, fondata da Giuseppe Mazzini; il 15 maggio 1848, con altri patrioti, promosse la memorabile rivolta della “strada ferroviaria”. L’anno dopo, già incriminato, assunse la carica di dignitario della setta “Unità italiana”. Il Procuratore Generale, nell’udienza del 21 ottobre 1850, con una requisitoria accesa, chiese la condanna a morte, ma la Corte Criminale lo condannò “solo” a trenta anni di carcere duro. Nella galera di Ischia, essendo stato oratore della setta “La Propaganda”, diretta da Vito Porcari, considerato elemento pericoloso per il regime, fu trasferito (1852) al “bagno” di Montefusco, presso Avellino, dove convinse due sottufficiali dei Cacciatori, Bucci e Lombardo, a fornirgli notizie sui movimenti politici. Non ho elementi per suffragare la tesi della partecipazione del patriota alla Spedizione di Sapri di Carlo Pisacane (1857), ritenendo che egli in quell’anno fosse incarcerato in Irpini Nel 1857, passato al carcere di Brindisi, preparò proclami rivoluzionari da diffondere nella provincia di Lecce e ciò gli costò due mesi di gattabuia;

alla fine del 1859, appena uscito dalla galera, guadagnò gli animi degli ufficiali dei dragoni Luigi Bonavolta ed Onorato Carovita, i quali nel 1860 a Foggia disertarono coi rispettivi squadroni, passando al duce Giuseppe Garibaldi. Egli, a Santa Maria, fu membro del comitato per la corrispondenza con Napoli, essendo imminente la rivoluzione nella provincia. Nello stesso anno, infatti, come ufficiale della Guardia Nazionale, combattendo con Garibaldi nella giornata memorabile del I ottobre. Quando le armi dei garibaldini stavano per essere sopraffatte, d’ordine del Generale corse a Casagiove e guidò sul campo le munizioni di riserva, ivi depositate, contribuendo alla conclusione felice e fausta per l’unità nazionale italiana. Infine, nel 1867, con il questore di Napoli, Pietro Lacava, contribuì a far disertare le guardie di Pubblica Sicurezza che, vestita la camicia rossa, andarono a Mentana; allora, fu in relazione con Garibaldi, per accelerare l’evento di Roma capitale (20 settembre 1870). La città di Pescara elevò nel 1949 in piazza Unione un’enorme stele, di stile tardo-razionalista, sulla quale è inciso il nome di Andrea Di Domenico e di tantissimi patrioti originari della regione, incarcerati o ghigliottinati o fucilati in essa e nelle province limitrofe. Non altrettanta sensibilità ha mostrato la città natale del “poeta soldato”, per il fatto che per due volte, offendendo non tanto me, quanto la nostra città, ha ignorato la richiesta di una fotografia del monumento. Devo alla squisita gentilezza del prof. Giuseppe Spinelli il quale, appassionato cultore della storia risorgimentale, per primo mi segnalò la presenza della stele e si adoperò, incaricando un parente, per farmi avere vari segmenti fotografati, uno dei quali pubblico con un montaggio. Ritornando al Di Domenico, di questo benemerito patriota, purtroppo non risultano il luogo e la data della morte. Mi piace immaginarlo come un rivoluzionario romantico errante, sia per le leggendarie imprese, sia per le tribolazioni patite, sia per la fine misteriosa, cerchiata da un alone proprio dei puri eroi.