(aggiorn.febbraio 2012)

BESTIARIO GIURIDICO

di: GIUSEPPE D'ALESSANDRO

Ancora un volume dal contenuto inconsueto, degno - a parere di questa rivista - di essere segnalato, per sottrarlo al possibile rischio dell'oblio legato allo scaffale e regalarlo al pubblico astrattamente sconfinato della rete internet. Lo facciamo ancor più volentieri, poichè l'Autore è un Avvocato che, per i tipi dell'Editore Angelo Colla - ha pazientemente raccolto fatti e, soprattutto, espressioni che hanno colpito la sua immaginazione di scrittore , ancor prima che di uomo di diritto! Il materiale è tratto da oltre novecento sentenze di corti di merito e di legittimità , nel corpo delle quali D'Alessandro ha espunto il riferimento di frasi ingiuriose, diffamanti o, addirittura, di vilipendio configuranti la fattispecie di reato portata alla cognizione dei giudici , culminata con la relativa pronuncia di condanna o, talora, di assoluzione. Il contenuto del libro - come si legge nel risvolto di copertina - rappresenta un interessante esempio della "superba creatività italica nel confezionare l'insulto". Con garbata ironia, ma lasciando intendere di parlare più seriamente di quanto ci si attenderebbe dato l'argomento, D'Alessandro intitola il primo capitolo " L'offesa all'origine della civiltà" e si applica nel sostenere che - in qualche modo - l'evoluzione culturale dell'uomo passa attraverso l'uso della parola ingiuriosa, capace di arrecar danno anche maggiore di un fendente o di un colpo d'arma da fuoco: la massima secondo cui uccide più la lingua che la spada, a tal proposito ci torna in mente e sembra fotografare plasticamente una tesi il cui significato, per vero, nel libro , è attribuito ad uno studioso del calibro di John Jackson.

A ben vedere, dunque, con il suo scritto, il Collega D'Alessandro mostra di tendere un invisibile filo che unifica, talvolta, la satira e l'ingiuria, quando quest'ultima non è fine a se stessa, ma cela un significato di critica tutt'altro che gratuita verso il fatti o la persona oggetto del...dileggio! Non sembri un rigurgito di autoreferenzialità, ma non possiamo fare a meno - a questo punto - di ricordare (anche con un bozzetto che accompagnava il pezzo) un articolo ("Turpiloquio & Cassazione" , in questa rivista: aggiornamento, luglio 2002 ), dove si dava conto di una pronuncia del maggio 2002, con cui la S.C., riformando una sentenza dei Giudici di Perugia,aveva mandato assolto l'imputato che aveva apostrofato un suo antagonista con la colorita espressione "non mi rompere i C.......", che citiamo testualmente omettendo il termine completo per un innato pudore (peraltro ingiustificato, dopo la citata sentenza degli Ermellini), con l'uso della maiuscola in omaggio ad un non represso rispetto di tipo maschilista... Speriamo che la vivida penna di D'Alessandro vorrà trarre spunto per arricchire la prossima edizione del suo bel volume, da questo riferimento e - perchè no ? - dal bozzetto (qui riprodotto), con cui ,provocatoriamente, si suggeriva di concludere una memoria difensiva, senza incorrere nel reato di ingiuria !