(aggiorn.dicembre 2013 )  

LA COSTITUZIONE di PARTE CIVILE del SINDACATO

nei PROCEDIMENTI per INFORTUNI sul LAVORO / PROFILI di

INAMMISSIBILITA'

di: DOMENICO QUARRACINO

Nei processi per infortuni sul lavoro sono, ormai, una presenza costante le organizzazioni sindacali,cui la Cassazione ha riconosciuto esplicitamente il diritto, nonché la facoltà, di costituirsi Parte Civile in procedimenti relativi alla violazione della normativa antinfortunistica a tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori, anche se il lavoratore infortunato non è iscritto ad alcuna associazione sindacale. (in tal senso: sent. Cass.pen.- sez. IV 11.6.2010 n. 22558 ). Com'è noto, il codice di rito prevede che possano essere presenti in un procedimento penale altri soggetti oltre alla persona offesa nel reato. Tra questi vi è l’ente rappresentativo di interessi lesi dal reato (art. 91 c.p.p.). Tale ente ha dei poteri processuali simili a quelli esercitabili dalla persona offesa dal reato. L’art. 91 c.p.p., infatti, prevede che “l’ente può esercitare in ogni grado e stato del procedimento, i diritti e le facoltà attribuiti alla persona offesa dal reato”, mentre l’art. 505 c.p.p., riporta le facoltà degli enti e delle associazioni rappresentativi di interessi lesi dal reato. L’intervento di enti esponenziali di interessi lesi, però, è subordinato a determinati requisiti, così come previsti dal codice di procedura penale e precisamente:

1) Che l’ente collettivo sia riconosciuto in forza di legge e che il riconoscimento sia avvenuto prima della commissione del reato per cui si procede (art. 91 c.p.p.);

2) Che l’ente non abbia scopo di lucro e che sia rappresentativo, ossia abbia quale finalità la tutela degli interessi lesi dal reato (art. 91 c.p.p);

3) Da ultimo, il consenso della persona offesa (art. 92 c.p.p.);

L’art. 93 c.p.p., inoltre, elenca in modo tassativo e a pena di inammissibilità i requisiti che deve contenere l’atto d’intervento che l’associazione o l’ente presenta all’autorità procedente. In particolare, al comma 2 dello stesso articolo, è disposto che “Unitamente all’atto di intervento sono presentate la dichiarazione di consenso della persona offesa e la procura al difensore se questa è stata conferita nelle forme previste dall’art. 100 comma 1”. La persona offesa può prestare il proprio consenso a non più di un ente o associazione, deve risultare da atto pubblico o da scrittura privata autenticata e può essere revocato in qualsiasi momento, con il limite che in tal caso la persona offesa non può più prestarlo successivamente né allo stesso né ad altro ente o associazione (art. 92 co. 2,3 e 4). Come si evince, pertanto, dal dettato dell’art. 92 c.p.p. che disciplina la fattispecie, qualora l’Ente esponenziale intenda esercitare in giudizio i diritti della persona offesa, tale iniziativa processuale è subordinata all’acquisizione del consenso della vittima del reato, risultante da atto pubblico o scrittura privata autenticata. Giova altresì precisare che le richiamate condizioni per il legittimo intervento degli organismi superindividuali, in virtù di quanto stabilito dall’art. 212 delle disp. attuative al c.p.p., devono essere rispettate anche laddove la relativa legittimazione processuale, come nel caso di specie, derivi da leggi o decreti e, dunque, al di fuori delle ipotesi contemplate dall’art. 74 del codice di rito. La giurisprudenza ormai consolidata (a partire dalla nota sent. Iori, n. 6168 del 21.5.1988), infatti, fa discendere la legittimazione delle organizzazioni sindacali ad intervenire nel processo penale nell’interesse della persona offesa, da quelle disposizioni legislative (extracodicistiche) che, nell’intento di salvaguardare l’incolumità e la salute dei lavoratori, impongono specifici obblighi di protezione in capo ai datori ed ai loro delegati (tra cui art. 2087 c.c., art. 9 dello Statuto dei Lavoratori, D.lgs. 81/08). Il richiamato orientamento giurisprudenziale, in particolare, asserisce che i predetti Enti siano portatori di un interesse collettivo alla protezione dell’integrità psicofisica dei dipendenti che, laddove compromesso da condotte delittuose omissive improprie quali quelle conseguenti al mancato adempimento dei richiamati obblighi di protezione, che si traducano in una lesione o nella morte degli lavoratori coinvolti, determina la possibilità per le stesse organizzazioni di agire in giudizio a tutela della riconosciuta posizione giuridica di vantaggio. Le svolte considerazioni di carattere sostanziale, tuttavia, devono necessariamente essere raccordate con le richiamate previsioni del codice di rito (artt. 91 e ss. c.p.p.) che indicano gli adempimenti formali cui siano tenuti gli organismi superindividuali laddove intendano partecipare al processo ed affinchè possa dirsi, dunque, legittimamente esperito l’intervento dei medesimi. I requisiti predetti, invero, in ossequio al principio costituzionale del giusto processo ed, in particolare, alle esigenze di economia processuale (art. 101 Cost.), costituiscono un filtro volto a contenere quelle iniziative che appaiono sproporzionate ed indebite. Segnatamente, laddove si esige il consenso della persona offesa (art. 92 c.p.p.), s’intende evidentemente limitare l’esperimento della facoltà processuale in commento alle sole organizzazioni collettive che siano state specificamente autorizzate dalla vittima del reato, non essendo le medesime portatrici di un interesse che possa dirsi proprio, ma quanto piuttosto funzionalmente connesso al pregiudizio in concreto patito dalla persona offesa. In numerosi interventi, la giurisprudenza ha avuto modo di rilevare che, pur potendo riconoscere in capo alle associazioni un interesse collettivo coincidente con il proprio fine istituzionale che le legittimi ad intervenire nel processo penale, non si possa comunque prescindere dal requisito del consenso di cui all’art. 92 c.p.p. (così Cass. Pen. Sez.I sent. del 03.04.2003);

tale adempimento formale, infatti, potrebbe venire meno solo qualora l’ente agisca iure proprio, ovvero quando sia diretto titolare del diritto soggettivo che si assume leso in conseguenza del reato (così Cass. Pen. Sez. III sent. del 18.04.1994).Per quanto concerne, invece, l’eventuale lesione all’immagine ed alla credibilità del sindacato, su cui la parte civile parimenti può fondare la propria richiesta risarcitoria (cosa che sta accadendo sempre più spesso), giova precisare che la presunta ripercussione del reato de quo sull’attività svolta dal medesimo deve essere provata in concreto, attestando, ad esempio, il calo delle iscrizioni o delle adesioni da parte dei lavoratori all’organizzazione stessa che, in una logica di stretta causalità, siano peraltro derivati direttamente ed immediatamente ex art. 1223 c.c. dalla condotta illecita dell’imputato.Laddove, dunque, condividendo le conclusioni cui perviene l’orientamento giurisprudenziale su citato (da ultimo si veda Cassazione penale, sez. IV, sentenza 11.06.2010 n° 22558) rispetto alla possibilità che gli Enti esponenziali, oltre all’intervento di cui agli artt. 91 e ss. c.p.p., accedano anche alla tutela prevista dall’art. 74 c.p.p. in quanto personalmente danneggiati dal reato, poiché titolari di un diritto soggettivo iure proprio direttamente pregiudicato, la costituenda parte civile non potrà giovarsi di mere clausole di stile, ma dovrà indicare con esattezza i danni patrimoniali (ex art. 2043 c.c.) e non (ex artt. 2059 c.c. e 185 c.p.) concretamente patiti, provando altresì la sussistenza degli elementi (oggettivi e soggettivi) richiesti per la configurazione delle predette ipotesi di responsabilità. Appare opportuno, inoltre, trattare l’ipotesi discussa, ma frequente nelle aule giudiziarie, della costituzione di parte civile del sindacato non avverso il datore di lavoro o un soggetto apicale dell’azienda, ma nei confronti di un preposto. A tal proposito è d’uopo richiamare il D.Lgs 81/08 che, all'art. 2 lett.e).definisce il preposto come "la persona che, in ragione delle competenze professionali e nei limiti dei poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell'incarico conferitogli, sovraintende all'attività lavorativa e garantisce l'attuazione delle direttive ricevute, controllandone la corretta esecuzione da parte dei lavoratori ed esercitando un funzionale potere di iniziativa". Segnatamente, si tratta , in genere, di un operaio specializzato che sovraintende il lavoro degli altro, sorvegliando sulla corretta osservanza da parte degli altri lavoratori delle misure e procedure di sicurezza predisposte dai vertici aziendali. Ovviamente, tale figura va incontro a sanzioni in caso di inadempienze nello svolgimento delle proprie mansioni, ma non è da confondere nè con il datore di lavoro, nè con i dirigenti che, occupando posizioni apicali all'interno del complesso aziendale, hanno un autentico potere decisionale e di spesa. Ne deriva che il presunto danno all’immagine che l’associazione sindacale assumerebbe di aver patito in conseguenza all’illecito, non sarebbe comunque addebitabile all’imputato-lavoratore che, in quanto preposto del responsabile dell’impresa, non potrebbe essere chiamato a risarcire in concreto i danni richiesti dalla medesima. Giova precisare in merito che dei fatti illeciti realizzati dai dipendenti nell’espletamento delle proprie mansioni, secondo quanto disposto dall’art. 2049 c.c., è chiamato a rispondere solo ed esclusivamente il datore di lavoro in favore del quale tale attività sia stata posta in essere. Ne consegue che, in ossequio alla richiamata disposizione, anche laddove il sindacato costituitosi parte civile provi effettivamente di aver subito i pregiudizi richiesti, dovrà comunque essere solo il titolare dell’impresa a corrispondere il quantum riconosciuto e non l’imputato-lavoratore, contro il quale, dunque, erroneamente sarebbe formulata l’istanza risarcitoria. Appare corretto,quindi - a nostro sommesso parere - considerare comunque tale figura come un mero lavoratore, seppur maggiormente qualificato; ne consegue che, pertanto, debba escludersi in radice l’ammissibilità di una costituzione di parte civile dei sindacati anche nei confronti del “preposto”, in quanto non pare revocabile in dubbio, infatti, che anche colui il quale adempia alla mansione di preposto sia comunque da qualificarsi come un mero dipendente dell’azienda e, in quanto tale, appartenente proprio a quella categoria di soggetti che i sindacati si propongono di tutelare. A conferma di tale assunto, qualora l’imputato lavoratore preposto non utilizzi i dpi come per legge, incorre nella relativa sanzione prevista appunto per i lavoratori che non ottemperino a tale obbligo. Sarebbe, infatti, paradossale che un’associazione sindacale rivendicasse proprio nei confronti del dipendente che avrebbe dovuto cautelare e che in concreto rappresenta, un danno alla sua immagine ed alla sua credibilità; si deve piuttosto ritenere che tale tipologia di pregiudizio possa essere configurabile solo rispetto alle condotte lesive poste in essere da soggetti terzi che possano compromettere, pertanto, quel rapporto fiduciario tra sindacato e lavoratori su cui si fonda e da cui trae legittimazione la stessa organizzazione. In conclusione, alla luce delle illustrate argomentazioni, un simile intervento da parte del sindacato di categoria, oltre ad essere ingiustificato in punto di diritto, si porrebbe esso stesso come causa di un discredito all’immagine dell’associazione, in quanto si tradurrebbe in un attacco ad un proprio iscritto (potenziale o reale) piuttosto che in una tutela del medesimo, in contraddizione, pertanto, con quello scopo istituzionale di protezione dei dipendenti che il sindacato dovrebbe al contrario realizzare (*) Avvocato del Foro di Santa Maria Capua Vetere