VARATO DAL GOVERNO L’ INIQUO… COMPENSO PER GLI AVVOCATI !

Nota a cura di Mario Romano

Per comprendere quanto il provvedimento legislativo varato, nei giorni scorsi, sotto il nome di “Equo Compenso”, costituisca un tradimento delle aspettative dell’avvocatura, e ne penalizzi il lavoro a beneficio del padrone del vapore, Giustiziaoggi ripropone un abstract dell’articolo apparso sul SOLE 24 ORE del 4 agosto u.s..

Ecco, dunque, l’articolo a firma di Giovanni Negri.

“Equo compenso per gli avvocati La disciplina vale nei confronti di banche, assicurazioni e grandi imprese Il disegno di legge su un tema cruciale come l’equo compenso per gli avvocati, annunciato mesi fa dal ministro della Giustizia, Andrea Orlando, adesso arriva all’esame del Consiglio dei ministri in agenda per lunedì con questo unico punto all’ ordine del giorno. Questo proprio a pochi giorni dal via libera alla legge sulla concorrenza.

Il provvedimento intende porre rimedio a situazioni di squilibrio nei rapporti contrattuali tra professionisti legali e clienti forti, che vengono individuati nelle banche e assicurazioni e nelle imprese diverse dalle piccole e medie,

come definite sulla base dei parametri europei. In queste condizioni, si scrive nella relazione al disegno di legge, «il regolamento contrattuale spesso si caratterizza per la presenza di una o più clausole di natura vessatoria che determinano un significativo squilibrio contrattuale tra le parti in favore del cliente e, in aggiunta, per un compenso non equo corrisposto al professionista».

Inoltre, il provvedimento punta a evitare che una concorrenza potenzialmente distorta, da una parte, da possibili condotte di abuso dei soggetti “forti”, dall’altra, dal numero estremamente elevato di avvocati operanti sul territorio italiano,

possa tradursi nell’offerta di prestazioni professionali al ribasso, con rischio di un peggioramento della loro qualità.

Scartata l’ ipotesi di un ritorno sotto diverse forme della tariffe, per i noti problemi di compatibilità con la disciplina comunitaria, il disegno di legge stabilisce di sanzionare con la nullità le clausole vessatorie inserite nei contratti di prestazione professionale stipulati. Quali però le clausole che possono essere colpire dalla misura? Se ne presumono alcune, in particolare quelle che consistono:

a) nella possibilità data al cliente della facoltà di modificare unilateralmente le condizioni del contratto;

b) nell’attribuzione al cliente della facoltà di rifiutare la stipulazione in forma scritta degli elementi essenziali del contratto;

c) nell’ attribuzione al cliente della facoltà di pretendere prestazioni aggiuntive che l’avvocato deve prestare a titolo esclusivamente gratuito;

d) nell’ anticipazione delle spese della controversia a carico dell’avvocato;

e) nella previsione di clausole che impongono all’avvocato la rinuncia al rimborso delle spese;

f) nella previsione di termini di pagamento superiori ai 60 giorni dalla data di ricevimento da parte del cliente della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente;

g) nella previsione secondo cui, nell’ipotesi di liquidazione delle spese di lite in favore del cliente, al legale è riconosciuto solo il minore importo previsto in convenzione, anche nel caso in cui le spese liquidate sono state in tutto o in

parte corrisposte o recuperate dalla parte;

h) nella previsione che, in ipotesi di nuova convenzione sostitutiva di altra stipulata con lo

stesso cliente, la nuova disciplina sui compensi si applica, se inferiore a quella prevista nella precedente convenzione, anche agli incarichi pendenti o, comunque, non ancora definiti o fatturati. Il disegno di legge mette in campo un meccanismo di tutela degli avvocati nei rapporti contrattuali con una clientela ritenuta di forza tale da poter squilibrare a proprio favore i contenuti dell’ accordo. Per il disegno di legge clienti forti devono essere considerate innanzitutto le banche, le assicurazioni e le imprese non identificabili come PMI.”

 

Fin qui il pensiero del giornalista che fotografava lo spirito della riforma, almeno nelle originarie intenzioni del legislatore…!

In realtà – come è stato efficacemente osservato da Vincenzo Ciraolo, presidente del COA di Messina – quella partorita dall’ingegno del Ministro Orlando, ad una attenta lettura, si rivela come una norma che solo apparentemente tutela la classe forense nei confronti dei cosidetti “poteri forti”, con riferimento alla misura degli onorari.

Basti rilevare, infatti, che la recente novella legislativa prevede :

a) la possibilità di derogare l’equo compenso, con la sottoscrizione di apposita clausola, all’interno delle convenzioni che saranno formate tra il Cliente e l’avvocato, il che vanifica , dunque, la tanto sbandierata eccezione di nullità delle clausole vessatorie;

b) la non applicabilità dell’equo compenso nei contratti con la Pubblica Amministrazione, venendo, con ciò stesso, a codificare l’esistenza di Clienti privilegiati ( Ministeri, Regioni, Province,

Comuni ecc.) per legge non uguali agli altri !

A questo punto vien fatto di chiedersi che fine hanno fatto gli incontri, i pareri e le proposte provenienti dalla rappresentanza ufficiale del mondo forense (CNF OCF) e dalle componenti associative (quali ANF, ANAI, AIGA), da mesi mobilitate per il raggiungimento di un traguardo rispetto al quale la nuova legge costituisce un mero cucchiaio vuoto, fatto di sole affermazioni di principio, prive di riscontro sul piano della concretezza fattuale.

Per compiutezza, va dato atto che, all’indomani della emanazione del DDL, l’ OCF, per bocca del

coordinatore Antonio Rosa, non ha mancato di sollevare critiche e perplessità sul testo della recente riforma che erroneamente – secondo l’opinione dello stesso Rosa e dell’estensore di queste brevi note - è stata salutata con favore da alcuni ambienti forensi che, mostrano in tal modo, di non aver letto per intero la legge.

Chi plaude, forse, appartiene ad una categoria di “colleghi” che non avvertono i disagi dell’ avvocatura vera, fatta da professionisti che vivono dei soli compensi del proprio lavoro, senza gratifiche, emolumenti e privilegi legati all’espletamento di munus pubblici (v.: membri del parlamento, componenti

CNF e simili)…

Sembra preistoria l’epoca in cui l’ Avvocato Enrico De Nicola , da (primo) Presidente della Repubblica, sedeva in platea, come un comune cittadino e i componenti del nostro Consiglio Nazionale non avevano alcun appannaggio economico, a differenza di quanto accade di recente, con iniziativa che è eufemistico definire anomala e certamente di dubbio gusto !