LUCI ED OMBRE DI UNA RIFORMA

Il Disegno di legge cd. “anticorruzione”, attualmente in fase preparatoria, oltre ad introdurre – per le figure delittuose di corruzione di pubblico ufficiale –

l’utilizzo dell’agente sotto copertura, prevede

la non punibilità del soggetto (corrotto e/o corruttore ?) che si autodenunci dopo la commissione del reato, ma prima della iscrizione del suo nominativo nel registro degli indagati.

Nelle intenzioni del Legislatore, la disposizione normativa è, in se stessa, apprezzabile, volta com’è ad indurre l’autore del reato ad allontanarsi da esso e a collaborare con

l’autorità inquirente per debellare le conseguenze del suo illecito comportamento e a rendere noti i compartecipi della corruzione e l’oggetto della medesima In realtà, potremmo dire che la prospettata riforma attinge a piene mani ad un istituto già esistente, da oltre tre anni, nel vigente diritto penale: si tratta del “ravvedimento operoso” di cui all’art.452

decies c.p. introdotta con la Legge 22 maggio 2015 n.68 quella norma era finalizzata a diminuire la lesività di condotte altamente pericolose per l'ambiente, prevedendo una notevole diminuzione della pena le quante volte il colpevole si adoperi affinchè l'attività delittuosa non porti a conseguenze ulteriori oppure, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento

(art. 492), provveda concretamente al ripristino dello status quo ante dei luoghi danneggiati dal punto di vista ambientale, ovvero ancora, aiuti l'autorità giudiziaria nella ricostruzione dei fatti, nell'individuazione dei colpevoli o nella sottrazione di risorse rilevanti per la commissione dei delitti.

Come si vede la norma già in vigore postula la concessione di attenuanti in favore del colpevole operosamente pentito. Quella in fase di elaborazione afferente il reato di corruzione si spinge, invece, ben oltre arrivando a dichiarare la non punibilità del reato ( per vero commesso)

 a condizione che il colpevole ravveduto si autodenunci e riveli agli inquirenti elementi soggettivi e/o oggettivi inerenti il reato.

Si tratta, con ogni evidenza, di una novità di non trascurabile portata che non manca di suscitare

perplessità e dubbi, non meno di quanto suscita la previsione del divieto permanente di partecipare a gare e/o appalti pubblici per i soggetti identificati quali corrotti e corruttori e, come tali, giudicati e condannati.

Anche in questo caso, per vero, nihil novi sub sole, preesistendo – nel nostro ordinamento penale – la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici che, tuttavia, è prevista come perpetua solo in alcune fattispecie di particolare gravità e recidiva il che appare del tutto conforme al principio della proporzionalità della pena, non risultando coerente che la misura della pena accessoria travalichi quella irrogata per il reato! Naturalmente, le Commissioni ed il Parlamento non mancheranno di farsi carico dei necessari emendamenti , sgombrando il campo da furori riformistici di dubbia efficacia, sullo sfondo dei quali si staglia la paura di accostarsi alla realizzazione di opere pubbliche, con conseguente inerzia della Cosa Pubblica che – come di recente è accaduto nella Capitale – per scongiurare fatti di corruzione, ha scelto di rinunziare allo svolgimento delle prossime Olimpiadi! Per sdrammatizzare (ma fino ad un certo punto), chiudiamo queste brevi note con l’aforisma di quell’ immaginario Comandante dei Vigili Urbani, il quale, per porre rimedio al traffico, ordina di disseminare di chiodi acuminati le strade della citta, confidando che il Legislatore non ne imiti le gesta.

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(*) Note a cura del Direttore Avv.Mario Romano