(aggiorn. marzo 2017)

INTERESSANTE PRONUNCIA IN TEMA DI MENDACIO BANCARIO

di ENRICO ROMANO

Con una recente pronuncia, la Suprema Corte ha ritenuto di ribadire l’antigiuridicità del comportamento del cliente (nella specie: il presidente del CdA di una società, richiedente l’erogazione di un finanziamento) allorchè tace l’esistenza di ricorsi di fallimento pendenti a carico della società rappresentata.

La sentenza (la n. 28567 del 12.02.2017 della V sezione penale della Cassazione) ripropone ed amplifica l’orientamento già sancito con precedenti pronunce (del 2006 e del 2007)

secondo cui "Il contraente il cui consenso risulti viziato da dolo può richiedere giudizialmente il risarcimento del danno conseguente all'illecito

della controparte lesivo della libertà negoziale, sulla base della generale previsione in tema di responsabilità aquiliana di cui all'art. 2043 c.c., a

prescindere dalla contemporanea proposizione della domanda di annullamento del

contratto ai sensi dell'art. 1439 c.c. " E’ questa, infatti, la motivazione con cui la Prima sezione

civile della Cassazione ha respinto il ricorso del cliente di un istituto bancario che aveva impugnato la sentenza della Corte di Appello di Catania che aveva ravvisato gli estremi del mendacio bancario nel fatto di aver taciuto l'esistenza di una declaratoria di fallimento, al momento della concessione di un prestito

bancario, e precisamente prima del perfezionamento del contratto:il che spiega

il perchè ricorrano gli estremi della aquiliana.

L'omessa e deliberata comunicazione

- secondo i Giudici di legittimità - rappresenta una aperta violazione del

principio di buona fede contrattuale , a nulla rilevando che - da parte sua -

la Banca non abbia adottato le iniziative di cautela che il caso poteva

suggerire, quale una preventiva visura presso la competente Cancelleria del Tribunale.