(aggiorn. marzo 2010)

da CAPRICCI DI TEMI

di Opico Erimanteo

 

"ALLEGRO CON BRIO"

PRESENTAZIONE

 

Ancora una...pagina meritevole di essere segnalata e sottratta all'oblio dello scaffale.

 

E' tratta da un libro, che può essere - a pieno titolo - considerato una vera opera letteraria, fatta di riferimenti culturali e giuridici, raccontati con prosa piacevole, spesso venata da amara ironia, che può permettersi chi ha attraversato, in oltre otto lustri di prestigiosa carriera (dalle mura ruvide e disadorne delle care Preture, a quelle imponenti e marmoree della Corte Suprema di Cassazione) il pianeta sconfinato della Giustizia.

 

L' Autore - un magistrato che, in linea con la sua proverbiale riservatezza, ha dato alle stampe questa sua nuova fatica (la prima uscì con il titolo di "Teseo senza Arianna"), con lo stesso pseudonimo di Opico Erimantèo (*) - ha

intitolato questo lavoro "Capricci di Temi", quasi a

sottolineare il taglio semiserio che ha inteso riservare alle sue riflessioni che, al contrario, si rivelano tutte di altissimo spessore psicologico, pur senza alcuna pretesa didascalica.

 

GIUSTIZIAOGGI, ne offre un assaggio, con il brano che segue, ricco di spunti di sana meditazione, con riferimento sia allo stato della giustizia dei nostri giorni (la minuscola è una precisa scelta dell'estensore di queste brevi note di presentazione) sia della Giustizia dell'epoca borbonica !

 

...Buona lettura !

 

Il Direttore

 

 

Scriveva un giurista che "la pena come minaccia legislativa, se non serve per i delinquenti, serve però per quelli che si astengono dal delinquere": cioè l'intimidazione vale soltanto per gli onesti e normali, che non commettono delitti, i quali sarebbero i soli imputabili (B.Cassinelli, Storia della pazzia, p.91).

Questo pensiero, col suo paradosso, esprime una profonda verità altrettanto

paradossale. La legge è sempre superflua, vuoi perchè taluni non ne sentono il bisogno, in quanto vivrebbero honeste anche senza la paura che essa incute; vuoi perchè talaltri , indifferenti al suo richiamo e alle sue sanzioni, che in cuor loro sperano sempre di evitare, non se ne curano affatto.

Insomma gli uni la osserverebbero anche se non ci fosse, gli altri non

la osservano anche se c'è.

Diventa più facile capire cosa voleva dire un avvocato che amava ripetere: "La legge è fatta per i galantuomini!"

 

* * *

"Ogni querela, dopo la sentenza che abbia data, è tarda e vana". Sono le parole di Riccardo II (che B.Cassinelli, nella sua Storia della pazzia, p.222, definisce "imbecille morale") poste a guisa di motivazione della cervellotica condanna, a pene assai difformi, di due colpevoli (ai suoi occhi) dello stesso delitto.

Il re buontempone vuol solo dire che ha deciso

come gli è piaciuto e che non è tenuto a spiegare il perchè.

Or bene, la motivazione non è, contrariamente a quanto si crede, un requisito logicamente

 

 

essenziale della sentenza.

Una sentenza immotivata, sarà illiberale, dispotica, arbitraria quanto si voglia, ma resta una sentenza.

L'esigenza della motivazione è un'acquisizione relativamente recente. Per secoli e secoli le sentenze, civili e penali, ne hanno fatto, con grande sollazzo dei giudici, volentieri a meno : fin quando, nel regno di Napoli, con una prammatica del 27 settembre 1774, non ne fu

introdotto, per la prima volta in Italia e all'estero, l'obbligo ("si spieghi la ragione di decidere o siano i motivi sui quali la decisione è appoggiata").

Le proteste dei giudici, i quali reputavano irrispettosa quella legge, furono così rintuzzate da Re Ferdinando: Vuole S.M. che il Sacro Consiglio abbia per massima che la legislazione è tutta nella sovranità; che il Consiglio non è che giudice e che i giudici sono esecutori delle leggi e non legislatori (...).

Oggi che talune leggi non possono farsi senza il preventivo assenso dei giudici (se non peggio dei soli pubblici ministeri) dov'è finita la sovranità della legislazione ?

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 (*)

Il nome di Opico Erimanteo, inutile nasconderlo alla curiosità del lettore, non è nuovo perchè fu già di uno dei padri dell'Arcadia. Molteplici, anche se non del tutto chiare neppure a lui, le ragioni per cui l'autore s'è rivestito delle

stesse penne: non ultima che quel nome , sotto il velame del suo suono strano , gli è parso assai bene alludere alle sue radici e alla sua indole.

 post-fazione presente in tutti i libri dello stesso Autore: La Secchia rapita, L'Ombra sua non cura , Due scoperte

(n.d.r.)