(aggiorn. nov. 2013 )

TRA STORIA E PROCESSO

LA PALPITANTE TESTIMONIANZA DI

UN MAGISTRATO E DI UN GIORNALISTA

di Mario Romano (*)

Dopo le opere di Aldo Masullo e -per citare solo le più recenti - quelle di Antonio Falsinetti, Giuseppe D'Alessandro e Liliana De Cristofaro (v. ante , sotto la denominazione di questa rubrica) lo scaffale ci ha regalato, fresco di stampa, un altro pregevolissimo volume, nato da un felice incontro culturale tra un Procuratore della Repubblica (Paolo ALBANO) ed un giornalista (Antimo DELLA VALLE). Ripercorrendo, in forma di racconto, la propria esperienza di magistrato, impegnato nel ruolo della Pubblica Accusa nel processo a carico dei nazisti responsabili del martirio di ventidue caiatini (nell'ottobre del 1943), Albano - quale voce narrante di una storia vera e crudele - non nasconde l'intensa partecipazione emotiva che quel processo suscitò nel suo animo. "Si trattò - come acutamente osserva Ferdinando Imposimato, nella prefazione del libro - di un eccidio a sangue freddo di vittime inermi, anche quelle più vulnerabili come le donne e i bambini... il cui ricordo è rivissuto, attraverso la lettura degli atti del processo (celebratosi dopo cinquant'anni), come un vero atto di giustizia per gli eroici cittadini, vittime della ferocia di Wolfgang Emden ed altri criminali, tedeschi, accecati dalla violenza". Nel proporre, dalle nostre colonne, quest'opera storico-letteraria, tratta da un memorabile processo, Giustiziaoggi avverte la necessità di tributare al Magistrato che ha avuto il coraggio di portare avanti l'iniziativa giudiziaria, il merito di averlo fatto con il rigore di uomo del Diritto e la passione di connazionale e concittadino (1) delle Vittime: l'intenso lavoro di indagine si svolse, infatti, in un clima di incredulità ed indifferenza che era quello che accompagnava - negli anni ottanta - la rivisitazione degli episodi che, con un ingiustificato silenzio, l'opinione pubblica tendeva ad esorcizzare. Quel clima è descritto, con accenti di estrema discrezione, in una pagina centrale del libro (dal titolo "La solitudine del pubblico ministero"), di cui, lasciando a quanti avranno la fortuna di leggere il libro il piacere di cogliere la cocente verità di quanto affermato dall'autore, ci piace citare questo passaggio: "Il caso Caiazzo è anche una vicenda di solitudini e di continui tentativi di dettare silenzi a chi cercava la verità. (...) Fu un periodo costellato spesso da sorrisi ironici sulla riuscita dell'inchiesta. Anche in ambiente giudiziario a molti sembrava inutile indagare dopo mezzo secolo dai fatti.

A me sembrò doveroso, invece, dare giustizia alle vittime e onorarle con un processo ai loro assassini.Oggi è in atto un dibattito storiografico molto intenso sui crimini di guerra  sulle responsabilità

dell' insabbiamento. (...) Sono state fatte numerose ricerche accademiche volte a chiarire molti degli aspetti di quegli anni in cui si decise di chiudere un triste periodo storico in un armadio polveroso del tribunale militare di Roma.(...) Ma, nel periodo in cui fu avviata l'istruttoria vi era una sorta di barriera costituita dall'indifferenza dell'opinione pubblica" * * * Forse non tutti sanno che - come il libro evidenzia - quei crimini erano stati dichiarati prescritti da una sentenza emessa dal Tribunale tedesco di Coblenza del 18 gennaio 1994. Siffatto precedente aggiungeva - com'è intuitivo - all'attività investigativa della Procura italiana (nella specie di Santa Maria Capua Vetere, dove,appunto, operava il dott.Albano - n.d.r.) non poche difficoltà. Per fortuna , la tenacia fu premiata , dopo che - agli inizi degli anni novanta - al filone della ricerca dell'identità dei responsabili si unì quello della possibile cattura degli assassini o, almeno, di quelli viventi : l'inchiesta assunse, così, un risvolto internazionale arriso da un insperato successo, che ha costituito la conquista della verità processuale e, soprattutto, quella storica di cui dobbiamo essere grati a Paolo Albano. La sua opera - per dirlo con Renato Perconte Licatese (autore del mirabile prologo, tratto dal suo Capricci di Temi) - ha costituito una "perfetta integrazione della storiografia col processo (historia ancilla judicii). Non è mai accaduto che i giudici, pur avvezzi a scavare nel passato, siano andati così a ritroso nel tempo, alla ricerca di una verità cui ambivano non per un semplice appagamento teoretico ma per la più pressante esigenza di accertare se e da chi un delitto fosse stato commesso" (...) "Nel nostro caso nessuna delle barriere frapposte dall'ordinamento all'indagare del giudice, per evitare che sprechi a vuoto le sue energie e sprofondi, senza costrutto, sempre più nel passato, identificandosi totalmente con lo storico, ha potuto arrestare il cammino implacabile della legge. Non l'impossibilità di scoprire i colpevoli, perchè i loro nomi, accuratamente tenuti nascosti, sono alla fine emersi; non la provvidenziale morte dei rei, perchè i due militari tedeschi sono sopravvissuti non solo alla guerra ma hanno attraversato indenni anche questi lunghi decenni di pace; non infine la prescrizione, perchè la strage prevede l'ergastolo e l'ergastolo, come si sa, non cade mai in prescrizione" (1) Nel 2005 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Caiazzo

 

(*) v.presidente naz.AssoStampa Forense (ASTAF)