DANTE, L’AMICIZIA E L’AMORE - Omaggio all’Alighieri “minore”

Aperte nei giorni scorsi a Ravenna, con la lettura del canto XXXIII del Paradiso da parte dell’attore Remo Germano,  le celebrazioni in onore di Dante Alighieri si dispiegheranno fino all’autunno di questo anno 2021, e precisamente  fino a domenica 12 settembre, allorchè  si terrrà  il concerto diretto dal  Maestro Riccardo Muti, sempre a Ravenna, città  che custodisce la tomba dell’Autore della sublime Divina Commedia.

         C’è, però, un Dante  per così dire  “minore”,  ossia  meno impegnato sul piano  storico, politico e religioso, del quale  ci piace ricordare i versi, parimenti meritevoli di essere esplorati per le fresche emozioni giovanili che ci regalano : è quello    della raccolta “Le Rime” scritta a poco più di vent’anni  per celebrare la più nobile delle pulsioni dell’animo umano, qual è l’amicizia,  saldamente legata al sentimento dell’amore.

       Emblematico, tra tutti, è il sonetto dedicato al fondatore   dello “Stilnovismo  Guido Cavalcanti  del quale Dante evoca il nome nell’incipit della rima, associandolo all’altro grande amico, Lapo Gianni:

 

 "Guido, io vorrei che tu, l’Apo ed Io /

fossimo presi per incantamento /

e messi in un vasèl che ad ogni vento /

per mare andasse al voler vostro e mio /

sì che fortuna ed altro tempo rio /

non ci potesse dare impedimento…"

 

     La lirica descrive  il  sogno di una serena crociera che il Poeta  non si limita ad immaginare con  la sola compagnia dei suoi amici più cari.

    Ad essi associa, infatti, le donne amate (monna Vanna, per Guido e monna Lagia per Lapo) in compresenza con la sua Beatrice, insieme alle quali

 “ragionar sempre d’amore”.

   

  E’ singolare notare che, mentre , riferendosi alle innamorate di Guido e di Lapo, Dante ne rivela apertamente  i  nomi di battesimo, allorchè allude a Beatrice, ricorre ad  uno stratagemma tipicamente giovanile, lasciandone indovinare l’identità con una  perifrasi dal sapore quasi ermetico, indicandola, cioè, come  “quella ch’è sul numer de le trenta”: espressione dal sapore scopertamente goliardico,  quale era l’elenco    delle trenta donne  più belle di Firenze, nel quale Beatrice    occupava il nono posto !

 

       Si tratta, come si vede, di un modo di poetare che potremmo definire quasi scanzonato, ma non per  questo meno profondo sotto l’aspetto culturale, se è vero che – come è stato osservato da uno dei più autorevoli esegeti dell’opera dantesca quale Gianfranco Contini, curatore di un commento delle Rime edito nel 1939 –  nell’espressione  centrale del sonetto ( allorchè  Dante immagina di ”vivere sempre in un talento e in un desìo”) è riconoscibile il concetto ciceroniano del “De amicitia”, rappresentato dall’ ”ldem velle  atque idem nolle”. Si tratta – com’è evidente – della inscindibile fusione che costituisce la base del vincolo dell’amicizia e dell’amore che ritroviamo nei versi degli autori di tutto il mondo tra cui ci piace ricordare quelli  della Poetessa polacca Wislawa Szymbroska (Premio Nobel per la Letteratura  1996) che conclude  un suo carme giovanile con   il seguente interrogativo: “ Sai che l’amicizia va concreata come l’amore?”, evocando , con ciò stesso, le vibrazioni sentimentali del Sommo Poeta fiorentino, a dimostrazione della universalità del verso dantesco  che ha travalicato i confini del nostro Paese, non solo con la sua Commedia, ma anche con la ”superba collezione di extravaganti”, come sono state definite le Rime dal critico De Robertis, nel confrontare la  libertà sistematica  di queste “poesie dell’interiorità rispetto alla uniformità aggregante dell’ altra pregevole opera dantesca, quale il “Convivio”.

 (Mario Romano)