ACCORDO DI RISTRUTTURAZIONE E PIANO DEL CONSUMATORE

         procedura ex art.14ter L.3/2012: confronto tra Cass.17836 del 03.07.2019

            e precedenti orientamenti della S.C. (Cass. n.10095 del 10.04.2019)

Nota di ENRICO ROMANO

 

Com’è noto,la Legge  n. 3/2012  riconosce  al debitore  la facoltà di richiedere la liquidazione concorsuale dei propri beni in alternativa all'accordo di composizione della crisi da sovraindebitamento (o al piano del consumatore, ove  ne ricorrano i presupposti soggettivi), facoltà che  è accordata  su base pienamente concorsuale.  

Ben vero, lo schema generale delle procedure concorsuali è mutuato dall’art 14 ter e ss.  della legge de qua   non solo con riferimento agli aspetti liquidatori (fallimento, liquidazione coatta amministrativa, amministrazione straordinaria), ma anche in relazione alla struttura procedimentale, che per l’appunto postula un decreto di apertura, una fase di definizione della consistenza dell'attivo, un sub-procedimento di accertamento del passivo, una fase di liquidazione, un sub-procedimento di esdebitazione.  

Con la sentenza n.17836/2019 la Corte di Cassazione ha statuito l’inammissibilità del ricorso ex art. 111, comma VII Cost. presentato avverso la pronuncia con cui il  Tribunale di Santa Maria Capua Vetere aveva respinto il reclamo proposto dalla Fondazione VR  contro la decisione di rigetto della domanda di ammissione alla procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento nelle forme della liquidazione del patrimonio (art. 14-ter della l. n. 3 del 2012). 

Tale rigetto era motivato dal Tribunale di Terra di Lavoro alla stregua della circostanza  dello svolgimento da parte della Fondazione di attività d'impresa di tipo commerciale, così da essere assoggettabile, per dimensioni, alle procedure concorsuali maggiori, e che “a ogni modo la proposta di liquidazione, avendo previsto la continuazione dell'attività dell'ente e la sottrazione alla procedura di beni a ciò funzionali, delle rette scolastiche e dei fondi pubblici stanziati annualmente, si palesava in contrasto con la finalità della norma”.

Come innanzi accennato la S.C. ha dichiarato il ricorso inammissibile e ciò ha fatto alla stregua del proprio consolidato orientamento, che ammette il rimedio in questione avverso i provvedimenti che, pur avendo forma diversa dalla sentenza, presentino tuttavia i requisiti della decisorietà e della definitività, ritenuti non sussistenti nella fattispecie.

In particolare la Corte di Cassazione con la pronuncia in commento ha evidenziato come , in considerazione   della similitudine procedimentale cui si è sopra accennato ,  anche in questa fattispecie   debbano essere applicati i principi desunti dal costante orientamento  con riguardo al decreto di rigetto della domanda di fallimento: “il  decreto reiettivo dell'istanza di fallimento - al pari di quello confermativo del rigetto in sede di reclamo - non è idoneo al giudicato e non è, dunque, ricorribile per cassazione ex art. 111, settimo comma, Cost., trattandosi di provvedimento non definitivo e privo di natura decisoria su diritti soggettivi, dal momento che nessun istante è portatore di un diritto al fallimento (v. Cass. n. 5069-17, Cass. n. 16411-18; cfr. pure Cass. n. 6683-15) e men che meno lo è il debitore”. Ad analoga  conclusione si perviene,osserva correttamente la Corte,  considerando l'orientamento  giurisprudenziale  sullo  specifico tema della soluzione delle crisi da sovraindebitamento ( Cass. n. 30534-2018, Cass. n. 4500-2018), secondo cui : “avverso il decreto del tribunale che abbia dichiarato inammissibile la proposta di accordo di ristrutturazione dei debiti, presentata dal debitore che versi in stato di sovraindebitamento, non è proponibile ricorso per cassazione ex art. 111 cast., perché il provvedimento è privo dei caratteri della decisorietà e definitività, e pertanto non è suscettibile di passaggio in giudicato”.

E’ da evidenziare come la S.C. abbia opportunamente rimarcato come la detta  conclusione  non determini alcun vulnus al diritto di difesa di cui all'art. 24 Cost. poiché “il decreto, in relazione al quale non è prevista alcuna forma di impugnazione, non preclude la riproposizione della medesima domanda, anche prima del decorso dei cinque anni di cui all'art. 7, secondo comma, lett. b), della legge n. 3 del 2012, operando tale termine preclusivo nella sola ipotesi che il debitore abbia concretamente beneficiato degli effetti riconducibili a una procedura della medesima natura”. 

Ebbene la comunanza di funzione , ossia  il superamento    della crisi da sovraindebitamento - rende i detti principi estensibili anche al caso in cui la composizione sia prospettata nella forma della liquidazione del patrimonio.

Con la pronuncia n.10095 del 10.04.2019 la S.C. ha , al contrario, dichiarato ammissibile il ricorso ex art.111 comma VII Cost. avverso il provvedimento che aveva accolto il reclamo contro il decreto di omologa del piano del consumatore ex art.12 bis L.3/2012.

In particolare il Tribunale di Benevento  aveva accolto il reclamo presentato dalla Banca P.S. avverso il provvedimento con cui, nell’ambito della  procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento, il giudice delegato aveva omologato il piano del consumatore presentato dal  ricorrente. In via di riforma del decreto di omologa il Tribunale riteneva  che nella specie non sussistessero le condizioni richieste dalla norma dell'art. 12 bis legge n. 3/2012 e successive modifiche.

Nella fattispecie in esame  la Corte di Cassazione, nel richiamare il proprio orientamento (in particolare:  Cass., l febbraio 2016, n. 1869; Cass., 14 marzo 2017, n. 6516; Cass., 8 agosto 2017, n. 19470; Cass., 7 novembre 2017, n. 26201; Cass., 7 settembre 2017, n. 20917  che, tra le altre, espressamente ha rilevato: il «decreto reiettivo del reclamo avverso il provvedimento di rigetto dell'ammissibilità del piano del consumatore di cui agli artt. 6, 7, comma l bis, e 8 legge n. 3/2012, non precludendo a quest'ultimo - benché nei limiti temporali previsti dall'art. 7, comma 2, lett. b., medesima legge - di presentare un altro e diverso piano di ristrutturazione dei suoi debiti, è privo dei caratteri della decisorietà e della definitività, sicché non è ricorribile per cassazione»), ha evidenziato come lo stesso si sia, in realtà, formato  con riguardo al

provvedimento di ammissione alla procedura, laddove la fattispecie in esame si riferisce  non a questo tipo di provvedimento, ma a quello successivo di   omologazione del piano presentato dal consumatore ex art. 12 bis, commi 3 e seguenti, della citata legge. Nel caso de quo, a differenza della fattispecie sopra esaminata, il ricorso ex art.111 Cost.  ha riguardato , infatti,  il provvedimento che ha accolto il reclamo proposto da taluni creditori contro il decreto che aveva accordato l'omologa. 

In relazione al  motivo di ricorso che si sostanzia nel sostenere che il decreto impugnato non avrebbe tenuto conto del fatto che il caso del ricorrente rientrerebbe nell'ambito del sovraindebitamento senza colpa, poiché il debitore «è stato vittima di uno sfortunato accadimento umano che ne ha compromesso la capacità di reddito (infarto)», per aggiungere, altresì, che l'aiuto economico, che il ricorrente è venuto a fornire alla propria figlia, non può essere in ogni caso considerato «indice di mancata meritevolezza», posto che si è trattato di far fronte a «esigenze di carattere familiare», la Corte lo ha respinto alla stregua della chiara ricostruzione operata dal Tribunale di Benevento che, pur riconoscendo la non imputabilità al B. del suo prepensionamento per sopravvenuti problemi di salute, ha , tuttavia, rilevato come sia «sicuramente rimproverabile allo stesso, perché contrario all'ordinaria diligenza, il comportamento tenuto successivamente» con riferimento al T.f.s, sottolineando, a tale proposito  come «nessuna prova» sia stata tra l'altro fornita circa «le modalità di utilizzo della ... somma residua di t.f.s, di poco superiore a € 38.000,00 che pure risulta essere stata incassata dal ricorrente». Dunque, imputet sibi !

Ciò che rileva evidenziare in relazione alla procedura è la precisazione della S.C. secondo cui è  <<senz'altro da escludere l'idea di trasportare in modo automatico l'esito raggiunto per il provvedimento di ammissione al provvedimento di omologa, ché gli stessi non risultano tra loro «comunicabili», in ragione della diversità sia della posizione procedimentale, sia pure della funzione e dei contenuti >>.   

Di qui una puntuale ricostruzione degli orientamenti giurisprudenziali di legittimità in analoghe  fattispecie: con diretto e immediato riferimento ai provvedimenti inerenti all'omologa si sono espresse: Cass., l agosto 2017, n. 19117 (con riferimento alla sottospecie del piano del consumatore),  Cass., 20 dicembre 2016, n. 26328 e  Cass. 23 febbraio 2018, n. 4451 (entrambe con riguardo alla sottospecie dell'accordo di ristrutturazione proposta dal debitore).

La prima di queste, evidenzia la S.C.,  ha valutato di per sé stesso inammissibile il ricorso avverso il decreto di annullamento di quello di omologa del presentato piano. Le altre due decisioni sono andate in contrario avviso, ritenendo invece ammissibile la ricorribilità ex art. 111 nei confronti del provvedimento sul reclamo di quello relativo all'omologa. A sostegno della soluzione negativa l'ordinanza di Cass. n. 19117/2017 ha posto, essenzialmente, il rilievo che «ai sensi dell'art. 12 comma 2, della legge citata il procedimento di omologazione ... è soggetto alle norme generali dei procedimenti in camera di consiglio (artt. 737 ss. cod. proc. civ.)»; e, ancor più in particolare, che «in base all'art. 742 cod. proc. civ., rientrante tra le disposizioni esplicitamente richiamate dall'art. 12, comma 2, i decreti emessi a seguito dei procedimenti in camera di consiglio possono essere in ogni tempo modificati o revocati, salvi i diritti acquistati dai terzi di buona fede in forza di convenzioni anteriori alla modifica o alla revoca». In senso contrario la   pronuncia di Cass. n. 4451/2018 ha però rilevato come la citata norma dell'art. 12 contenga, in realtà, due indicazioni di segno contrario alla prospettiva adottata dall'ordinanza. La prima è che la stessa fa «affiorare il dubbio se l'applicazione della disciplina camerale sia riferibile (anche) al provvedimento che decide sul reclamo dell'omologa o se a quest'ultimo non sia invece riservato un destino a sé stante». L'altra è che la norma «sottolinea con forza che, comunque, l'applicazione

della disciplina camerale non è automatica, ma frutto (per sé, eventuale) di riscontri specifici e ragionati, in quanto espressamente subordinata al rispetto del limite dell'effettiva sua compatibilità con le caratteristiche della procedura del sovraindebitamento».  Del resto    l'ordinanza n. 4451/2018  ha evidenziato come la «recente giurisprudenza di questa Corte non esclude a priori la ricorribilità ex art. 111 Cost. dei provvedimenti camerali, riconoscendola per contro laddove si tratti di provvedimenti non già gestori, bensì decisori e puntualizzando, al riguardo, che ci si trova di fronte a ipotesi di produzione di "giudicato rebus si c stantibus"». In positivo, l'ordinanza n.4451/2018 ha ritenuto che, nella procedura di sovraindebitamento, il provvedimento relativo all'omologa risulta dotato sia del requisito della definitività (essendo questo «non altrimenti impugnabile»), sia pure di quello rappresentato dalla decisorietà. Con riferimento a quest'ultimo requisito in particolare, la detta pronuncia - richiamandosi in modo espresso a quella di Cass. SS. UU. 28 dicembre 2016 n. 27073 - ha rilevato come il profilo del carattere contenzioso risulti soddisfatto dalla prescrizione di cui all'art. 10 della citata legge, in specie là dove questa prescrive che il giudice «fissa immediatamente con decreto l'udienza, disponendo la comunicazione, almeno trenta giorni prima, ai creditori ... della proposta e del decreto di ammissione». E’, altresì, evidente come il requisito inerente alla idoneità del provvedimento di statuire su diritti soggettivi sia soddisfatto dal fatto stesso che l'art. 12 della legge in questione dispone il blocco delle azioni esecutive individuali e l'«obbligatorietà» del piano omologato per tutti i creditori anteriori alla procedura.  La Corte osserva, inoltre, come le considerazioni svolte da Cass. n. 4451/2018, con immediato riferimento al caso di accordo di ristrutturazione, non diversamente valgono per l'ipotesi di piano del consumatore: <<le due figure di composizione della crisi da sovraindebitamento non risultano presentare differenze di rilievo>>.  In particolare, evidenzia la Corte,  il carattere contenzioso del procedimento risulta sicuro, in ragione della disciplina dettata nell'art. 12 bis della legge, sulla falsariga sostanziale della norma dell'art.10. Onde << l'idoneità del provvedimento a incidere su diritti soggettivi risulta poi dalla norma dell'art. 12 ter , in particolare, là dove dispone che dalla data dell'omologazione del piano i creditori con causa o titolo anteriore non possono iniziare o proseguire azioni esecutive individuali. Ad iniziativa dei medesimi creditori non possono essere iniziate o proseguite azioni cautelari né acquistati diritti di prelazione sul patrimonio del debitore che ha presentato la proposta del piano  >>.