(aggiorn. giugno 2015 )

L’EVOLUZIONE POLICULTURALE DEL FENOMENO MIGRATORIO : SUOI  RIFLESSI NEL CAMPO DEI DIRITTI DELLE PERSONE.

Il crescente radicamento di

gruppi sociali che traggono la propria identità da etnie, culture e religioni diverse e lontane rispetto a quelle

del territorio, sta rivelando, in tutta la sua gravità, un problema di compatibilità tra ordinamento

giuridico della società d’insediamento e cultura della popolazione immigrante.

Dopo una

prima fase di silenzioso e remissivo processo di integrazione, si verifica,

infatti, che i nuovi gruppi etnici non solo chiedano – com’è intuitivo - il rispetto della propria fede religiosa e

delle proprie usanze , ma si spingano a porre in essere atti e comportamenti tipici del loro retroterra

culturale e religioso, talora configgente con i principi e le regole giuridiche degli ordinamenti occidentali.

Si avverte,

così, il riflesso sempre più evidente del cd. “localismo” e

della

“non neutralità”

culturale della normativa giuridica, sia civilistica che penale, laddove i nuovi gruppi etnici, e le minoranze

religiose cui essi fanno capo,

manifestano comportamenti previsti e puniti dalla legge nazionale come

reato ovvero quale illecito civile, laddove essi, nei paesi di loro provenienza,

non essendo considerati come condotte penalmente o civilmente punibili,

sono tollerati alla stregua di facoltà

legittime o addirittura di veri e propri diritti . Accade, allora, che l’elemento religioso si rivela portatore e causa di una differenza di costumi e tradizioni tale

da riverberare sul complesso di entità valoriali fondanti del nostro ordinamento.

Vale, dunque, chiarire che

l’attività svolta per fini religiosi non deve configurare un illecito penale e che, se tale si rivela, sull’esigenza di libertà non potrà che prevalere l’esigenza di tutela del bene giuridico offeso dal comportamento illecito.

Si tratta – con ogni evidenza – di un quadro certamente più complesso di quanto possa apparire, poiché esso configura non solo un adattamento di usanze e tradizioni di natura locale, ma soprattutto un problema legato al cd. “pluralismo normativo” .

A conferma della particolare delicatezza del tema che

sottende un adattamento di usanze e tradizioni di natura locale,va evidenziata la compresenza e contrapposizione di interessi di pari rilevanza, quali, da un

lato, l’interesse del nostro ordinamento al rispetto delle norme di diritto positivo, sia civile che penale e , dall’altro, la tendenza degli stranieri a non soggiacere acriticamente a consuetudini estranee alle loro abitudini di vita.

E’ così che va affermandosi sempre più il rapporto (che talvolta si trasforma in scontro) tra pluralismo religioso e diritto: si ripropone, cioè, uno schema secondo cui il ripetersi di condotte criminose che

comprimono gli altrui diritti, in nome del rispetto e dell’osservanza di un imperativo religioso, postula la sempre più marcata divergenza tra ordinamento

giuridico e ordinamento confessionale, ciascuno dei quali rivendica la propria

sovranità a scapito dell’altro.

E’ sotto i nostri occhi, allora, che l’ incremento dei flussi migratori ha provocato un’esponenziale diffusione di richiesta di tutela delle

identità e della appartenenza dei gruppi, da cui è inevitabilmente scaturita una variegata situazione di convivenza che ha dato vita al

così detto “villaggio globale” di tipo policulturale e pluriconfessionale,

elemento che si va ad aggiungere al crescente fenomeno del nomadismo del

capitale, connaturato alla nuova economia del terzo millennio.

Si è, dunque, in presenza di in nuovo modello giuridico-ordinamentale in cui la religione, abbandonando      di

fatto, l’antico principio della separazione tra Stato e Chiesa, ossia tra valori terreni e confessionali, inizia a rivestire un aspetto fondante nella ricostruzione identitaria dell’individuo, mettendo – con ciò stesso – in discussione il criterio della laicità , proprio del Diritto.

Sul tema, allora, assume enorme valore la risoluzione adottata, nei mesi scorsi, dalla A.E.D.H. (European Association for the Defence of Human Right) con cui è stato rivendicato, per tutti i cittadini

europei, il riconoscimento di una cittadinanza europea per i residenti negli Stati membri, allo scopo di assicurare per gli “eurocittadini” una reale parità di accesso alle risorse economiche,culturali e sociali presenti nel continente.

Si tratta, evidentemente, di innovazioni legislative che , opportunamente ampliate, non potranno escludere una nuova visione del diritto di asilo, in favore delle etnie diverse da quelle europee,

sia pure temperata da precise differenze tra richiedenti, legittimati al diritto di asilo e non, di cui si stanno occupando , in questi giorni, gli incontri serrati in sede UE, da cui è auspicabile prevalga il buon senso e resti sconfitta la

demagogia!

Al di la delle posizioni di mero

ideologismo e di antistorico

protezionismo, c’è da sperare, infatti, che il flusso migratorio (le cui proporzioni hanno trovato innegabilmente impreparati gli Stati membri) non divenga occasione per la frantumazione di una Unione tanto faticosamente raggiunta con il trattato di Schengen: dagli uomini di buona volontà, cui è affidato il compito di governare questo immane

fenomeno, i nuovi cittadini europei hanno il diritto di aspettare iniziative concordate, tese a favorire l’integrazione etnica e non a bloccarla illusoriamente con l’elevazione di muri, inevitabilmente destinati a

trasformarsi in anacronistici

simboli di discriminazione!