RAFFAELE LA CAPRIA: “HO IL MEDITERRANEO NEL CUORE”

 Intervista a cura di STEFANO PIGNATARO (*)

in occasione dell’uscita del suo libro “Di terra e mare” scritto con Silvio Perrella, lo scrittore parla di viaggi, di scrittura e di incontri della sua vita.

 

Più che di un’amicizia, quella tra il critico letterario Silvio Perrella e il decano della letteratura italiana Raffaele La Capria, la si potrebbe definire un percorso di vita comune, una lunga sinergia letteraria ed esistenziale in cui le due menti così raffinate, ma allo stesso tempo così differenti, si studiano completandosi a vicenda.

Il volume appena edito da Laterza “Di terra e mare”, portato a termine dalle loro quattro mani, si presenta come uno straordinario viaggio sull' ironia e sulla felicità, sull’ordine e sul “disordine della vita” ed è davvero straordinario come ogni singolo ricordo nella mente di La Capria risulti così nitido da permettere ad entrambi un turbinio di riflessioni.

 

La Capria, in questo dialogo molto suggestivo che Lei ha con Silvio Perrella, analizza anche la sua scrittura ed il suo stile. Anche superati i

novanta anni, lei ha continuato a scrivere. Ritiene la sua scrittura mutata o sempre fedele allo stile di “Ferito a morte?”

 

 

Voi critici siete sempre molto più attenti di me a cogliere certe sfumature o alcuni mutamenti riguardo la mia scrittura. Francamente non credo

di essermi mai allontanato dal mio modello ideale di scrittura. Ciò che ha contraddistinto i miei libri e la mia parola è la semplicità, la limpidezza

della forma. Sono sempre stato molto contrario all’artificio letterario e, anche se può essere capitato di aver assunto certe tecniche diverse, la mia “voce” è rimasta immutata.

Numerosi gli incontri che, con Silvio Perrella, ripercorre e tanti sono gli scrittori con i quali ha condiviso i suoi anni migliori. Per citarne uno, Goffredo Parise, Le scrisse una lettera che lei conserva gelosamente, sul “doloroso capire”. Cosa ha capito di “doloroso”, durante la sua esistenza?

Goffredo era un caro amico ed il significato di quella lettera datata Salgareda, 1971 è il  seguente: ogni comprensione porta con essa un dolore ed ogni esperienza, anche se a prima vista negativa o terribile, vale la pena di essere vissuta. Dobbiamo però ricordare che ogni soluzione è

solo una sorta di 

“fantasma”, un piacere schopenhaueriano.

L’elemento acqua è una presenza costante ed incisiva nella sua opera e nella sua psiche. Un rapporto fisico e quasi umano. Lei si è molte volte espresso sul nostro mare Mediterraneo, culla

di civiltà. Come vede oggi questo nostro mare, così mutato e così macchiato da molto sangue innocente?

Il Mediterraneo mi è nel cuore specie dopo che, dopo un lungo viaggio dall’ America, mi vidi

entrare nella sua immensità. Il Mediterraneo mi apparve subito bello perché ogni suo nome della sua flora o della sua fauna, trasmetteva un senso poetico. Il Mediterraneo deve recuperare il suo senso arcaico di guida dell’Occidente ed il suo essere guida della civiltà. Non conosco altre soluzioni.

Perrella, nel libro, le fa inseguire un percorso immaginario lungo la sua scrittura ed il suo stile. Per il critico, Lei da “Ferito a morte” a “La mosca nella bottiglia” muta il suo rapporto tra scrittura ed oralità e fa riferimento al rinomato “stile

dell’anatra”. In cosa c’è una svolta?

Se in “Ferito a morte” riportavo ciò che la mia esperienza avvertiva, ad esempio ciò che accadeva attorno al protagonista in una “Napoli da Circolo nautico”, avvertendo una certa insofferenza, in altre scritture lo stile è più semplice; come lo scivolare sull’acqua dell’anatra è fluido ma nasconde sotto il lavoro delle zampe, così la mia scrittura insegue il tutto allo stesso tempo.

Qual è il segreto di uno scrittore per trasmettere un’emozione?

 

Non essere emozionato quando lo fa. Deve sapere cosa sia un’emozione, ma quando scrive deve essere freddo.

Ai giovani di oggi molto spesso limitati da una scuola che incoscientemente priva i giovani dello studio dei classici del Novecento, che suggerimenti può dare?

 

E’ una domanda che appartiene alla sfera personale di ognuno, difficile rispondere. Il consiglio che posso dare ai giovani è di ricercare perennemente quello di cui possano avere più bisogno.

 

(*)

Abstract da La CITTA’ del 21 luglio 2018