aggiorn. novembre 2018

PRESCRIZIONE , ci rimette solo l’Avvocato !

Com’è noto, per l’espletamento delle indagini preliminari esistono termini di durata precisi

(mesi sei) prorogabili per pari periodo in presenza di consistenti motivi connessi alla complessità delle indagini (artt.405 e segg. c.p.p,) e altrettanto dicasi per la custodia cautelare la cui durata è limitata nel tempo (artt.303 e segg. c.p.p.), non essendo ragionevole ipotizzare un’indagine e/o una carcerazione preventiva sine die, senza una pronuncia di proscioglimento o di rinvio a giudizio.

A questo punto, viene da chiedersi se tra i

diritti del cittadino sia da riconoscere il diritto

ad essere processato e se l’ omessa celebrazione del giudizio, dopo il rinvio o dopo l’appello, sia da

considerare, in certo modo, alla stregua di una violazione di un diritto/dovere da parte di chi ha l’onere di provvedervi e, in tal caso, quale sia il rimedio esperibile in caso di decenni di stallo processuale, dopo il rinvio a giudizio o dopo una sentenza di primo grado, in caso di interposto gravame da parte dell’imputato o della pubblica accusa. Inutile dire che la risposta alla domanda

di cui sopra non c’è, poiché nessuna norma impone al magistrato un termine entro il quale fissare (e portare a termine) un processo, ad onta della statuizione costituzionale (art.111) che, a proposito del “giusto processo”, ne evoca la “durata ragionevole”. La violazione del termine fissato in sede UE (tre anni per il primo grado, due per l’appello ed uno per la cassazione), infatti, comporta pesanti sanzioni economiche per lo Stato italiano ma non postula alcuna cogenza e tanto meno sanzione per l’ufficio giudiziario “autore” del ritardo, al quale, forse, andrebbe applicata se non la disposizione dell’art.328 c.p. (ovemai la fissazione del processo possa annoverarsi tra gli atti d’ufficio), quanto meno quella di cui all’art.1176 c.c. che impone (solo…) al professionista la diligenza del buon poadre di famiglia.

A proposito di quest’ultimo articolo del codice civile,mentre non si può fare a meno di sottolineare le incongruenze legislative che rappresentano la croce dell’ attività difensiva (perenzione per violazione dei termini imposti all’avvocato; alcuna sanzione per quelli relativi agli atti del magistrato), assume rilievo una recente sentenza della Corte di Cassazione civile (la n.23449 del 28 settembre 2018) che,facendo riferimento proprio al dovere di diligenza di cui all’art.1176 c.c., ha dichiarato obbligato a risarcire il proprio cliente l’avvocato che abbia omesso di interrompere la prescrizione di un diritto del cliente stesso, quando il termine di prescrizione è ben preciso e facilmente (ri)conoscibile.

Quest’ultima precisazione della S.C., mi ha fatto tornare in mente (per quanto attiene il penale) che, sul fascicolo di ciascun processo, figura una casella (solitamente in alto a destra) dove viene indicata la data di prescrizione del reato cui il fascicolo stesso si riferisce. Mi son chiesto, allora, se -salvo i casi dovuti a documentata difficoltà per numero di imputati, complessità della tipologia di reati , carenza numerica di magistrati e personale ausiliario- non sarebbe utile stabilire un termine per l’esaurimento dei vari gradi di giudizio ed una sanzione (di tipo disciplinare, economico, risarcitorio) a carico dell’ufficio che ometta o ritardi il compimento degli atti processuali, oltre i limiti ragionevoli di durata o, quanto meno oltre quelli della prescrizione attualmente vigente che - giova ricordarlo - per i singoli reati è tutt’altro che breve (dai dieci anni per i reati minori,fino ai a 20 e più per quelli di maggiore gravità come estorsione, sequestro di persona aggravata, vilolenza sessuale su minore ecc).

Sono trascorsi quasi trent’anni da quando, al Congresso di Copanello in Calabria, il Ministro della Giustizia Giuliano Vassalli annunciò con soddisfazione l’ introduzione della riforma del codice di rito che avrebbe posto sullo stesso piano, nel processo, la Pubblica accusa e il Difensore. In realtà ,fatta eccezione per la c.d. “cross examination”, quella parità per l’Avvocato rappresenta un traguardo ancora tutto da conquistare, al pari della sua collocazione all’interno della Costituzione, ancora di recente reclamata Forense di Catania.

Duole constatare, infatti, che - sia pure in buona fede - le riforme della Giustizia (parafrasando il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa), tendano a cambiare tutto affinchè tutto resti com’è, se è vero che in questi giorni in Parlamento, in occasione della votazione della riforma sulla prescrizione, sono stati respinti gli emendamenti che, in attuazione dell’art. 111 della Costituzione, suggerivano la fissazione di un termine certo per i processi, nei vari gradi di giudizio.

Il rigetto per inammissibilità, da parte della presidenza di turno, ha rappresentato un’ occasione perduta anche per la motivazione di tipo avvocatesco ( nel senso peggiore del termine e non diremo: da azzeccacavilli…), laddove si è sostenuto trattarsi di “argomento non direttamente pertinente all’oggetto, peraltro già delibato e respinto dal presidente della Commissione competente, di cui non è dato porre in dubbio la terzietà”, quasi che - osserviamo - il Parlamento rappresenti, invece, una parte e non l’ intero Paese!