NOTE IN TEMA DI GIUSTO PROCESSO E SEPARAZIONE DELLE CARRIERE

di  ENRICO ROMANO

Com’è noto, Il 24 ottobre del 1989, all’indomani del Congresso Nazionale Forense svoltosi nel settembre a Copanello (Catanzaro), con il cd. Codice Vassalli, è stato introdotto il sistema accusatorio nel nostro diritto processuale penale.

In realtà, come si è avuto modo di constatare ben presto, si è trattato di un sistema rivelatosi “accusatorio” solo formalmente, dal momento che Difesa ed Accusa non sono poste concretamente sullo stesso piano. Ed in vero, è sotto gli occhi di tutti la possibile assenza di imparzialità connaturata al fatto dell ’essere giudice e accusatore colleghi appartenenti allo stesso Ordine e facenti capo al medesimo organo di autogoverno in tema di carriera e di procedimenti disciplinari.

L’esperienza dei quasi trent’anni trascorsi dalla riforma dell’ 89 ha dato ineludibile conferma, dunque, della necessità di pervenire ad una effettiva separazione delle due funzioni giudiziarie, realizzabile attraverso percorsi di carriera separati tra giudici e pubblici ministeri e con la creazione due organi di autogoverno distinti, al posto dell’attuale e unico Consiglio Superiore della Magistratura.

In proposito, è’ appena il caso di ricordare che siffatta esigenza rappresenta uno dei cardini del diritto penale su cui si fondano gli ordinamenti dei civilissimi paesi dell’Unione Europei.

Non a caso, infatti, proprio il Parlamento Europeo -che ci suggerisce costantemente la linea da adottare nei più svariati settori della nostra vita di cittadini, dall’economia, all’ambiente al flusso migratorio, con una precisa risoluzione afferente i Diritti dell’Uomo (la n.112 del 04.07.1997) ha affermato la necessità di “garantire l’imparzialità dei giudici, distinguendo tra la carriera dei magistrati che svolgono attività di indagine (i c.d.”examining magistrates e quella

del giudice al fine di assicurare un processo giusto”.

Con rammarico, corre l’obbligo di ricordare gli oltre cinquant’anni dalla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo (che aveva sancito il principio del processo giusto), trascorsi per l’introduzione di tale sacrosanto principio nella nostra Carta Costituzionale, con il novellato art.111 risalente alla legge costituzionale n.2 del 23 novembre 1999 , così come, con altrettanto rammarico, dobbiamo sottolineare l’incompletezza di attuazione dell’innovativo dettato costituzionale, nella parte in cui, nel fissare la ragionevole durata del processo, stabilisce che il processo deve svolgersi “ in contraddittorio delle parti, davanti ad un giudice terzo ed in condizioni di parità”.

Alla luce delle sovraesposte riflessioni, dunque, l’adesione alla riforma della separazione delle carriere, lungi dal rappresentare atto di iniziativa

“politica” (peraltro, più che ammissibile se inteso nel senso nobile del termine), potrà costituire espressione libera e ragionata di civiltà giuridica,

volta al miglior funzionamento della giustizia a favore dei cittadini che è certamente connaturale alla funzione dell’Avvocatura. Ed è a dir poco incomprensibile il ritardo del nostro legislatore di fronte a tali elementari precetti ed alle centinaia di sentenze della Corte di Strasburgo che hanno sanzionato il nostro Paese per le reiterate violazioni del principio di garanzia dei cittadini.