OPINIONI & (PRE)SENTENZE

 

di MARIO ROMANO

 

Dalla finestra socchiusa, il sole filtrava pigramente, tingendo di giallo la stampa in bianco e nero della battaglia di Lepanto sulla parete del mio studio, mentre - in poltrona - mi concedevo la mezz'ora di siesta , o meglio di contr'ora : perchè rubare l'espressione ai madrileni, quando ne abbiamo una tanto efficace nel nostro dolce idioma campano ? Nel silenzio, assaporavo il piacere della lettura distratta del giornale, alternata ad un dormi-veglia che aiuta a pensare, ricordare e - perchè no - a sognare. E d'improvviso... ho avuto un sogno: no non c'entrava Luter King! Il mio era il ricordo, un po' confuso,di qualche giorno prima,al Palazzaccio,quando, con un collega dal piacevole accento lagunare ingannavo l'attesa del turno della discussione del nostro ricorso (eravamo decimi), dissertando sulla moda, ormai dilagante, del giornalismo d'inchiesta - cartaceo e televisivo - di trasformare reporters e opionionisti (sempre più autoreferenziali...) in giudici pieni di distaccata supponenza, capaci di istillare nei lettori e negli spettatori il virus del "tifo" pro o contro l'imputato del processo mediatico del momento, sovvertendo il sacro principio della presunzione di innocenza ! Al simpatico collega veneto, che si accaldava a sostenere il diritto di cronaca , mi ostinavo - con pari vigore - a controbattere, evidenziando il pericolo che una pre-sentenza di condanna poteva produrre non solo nell'opinione pubblica, ma, anche e soprattutto, nel presunto colpevole , che rischiava di rimanere tale anche dopo una sentenza di assoluzione...Mentre , con gli occhi socchiusi, ricordavo quella discussione, finita in perfetta parità, poichè ciascuno di noi due era rimasto fermo nelle proprie convinzioni, il suono lacerante di una sirena mi riportò alla realtà e il mio sguardo cadde su un titolo del giornale che avevo tra le mani: la Corte di Cassazione, con una sentenza di qualche giorno prima (e precisamente la n. 3674 del 27 ottobre 2010) aveva proclamato che Un giornalista può riferire gli atti delle indagini, ma non anticiparne le conclusioni in chiave colpevolista.Si trattava di una pronuncia con cui i Giudici di legittimità avevano respinto il ricorso del giornalista Peter Gomez,che chiedeva l'assoluzione dal reato di diffamazione nei confronti del Cavaliere.. Nel dar conto dei presunti finanziamenti della mafia al gruppo Fininvest, l'articolista aveva riportato dichiarazioni di altri soggetti coinvolti nella vicenda e riferendo il contenuto di alcuni documenti, era pervenuto ad una conclusione in grado di "orientare" il lettore. La causa per diffamazione era approdata in Corte d'Appello, dove il reato era stato dichiarato estinto per prescrizione. Peter Gomez aveva, invece, chiesto agli ermellini un'assoluzione piena in virtù del riconoscimento del diritto di cronaca.

E' singolare come Il collegio di piazza Cavour, nel respingere il ricorso, abbia colto anche l'occasione per definire i confini del legittimo esercizio della cronaca giudiziaria. I Giudici, infatti, hanno ribadito il diritto dei cittadini a essere informati sulle vicende di chi è coinvolto in un procedimento penale o civile, soprattutto quando il protagonista riveste incarichi pubblici di particolare rilievo nella vita sociale o politica ed hanno escluso che il personaggio"nell'occhio del ciclone", abbia il diritto alla tutela della reputazione, sempre che la lesione sia prodotta rispettando, però, determinati limiti. Via libera - secondo gli ermellini - anche ai giudizi critici purché questi siano "in correlazione" con l'andamento del procedimento. "Rientra - si legge nella sentenza - nell'esercizio di cronaca giudiziaria riferire atti di indagini e atti censori, provenienti dalla pubblica autorità, ma non è consentito effettuare ricostruzioni, analisi e valutazioni tendenti ad affiancare e precedere attività di polizia e magistratura, indipendentemente dai risultati di tali attività". Per il Supremo collegio è dunque in stridente contrasto con il diritto-dovere di narrare i fatti, l'opera del giornalista che confonda "cronaca su eventi accaduti e prognosi su eventi a venire". "In tal modo - precisa la Cassazione - egli, in maniera autonoma, prospetta e anticipa l'evoluzione e l'esito delle indagini in chiave colpevolista, a fronte di indagini ufficiali né iniziate né concluse, senza essere in grado di dimostrare l'affidabilità di queste indagini private e la corrispondenza a verità storica del loro esito. Si propone ai cittadini un processo agarantista, dinanzi al quale il cittadino interessato ha, come unica garanzia di difesa, la querela per diffamazione". Peter Gomez - a parere del Collegio - ha integrato i dati della sua fonte con altri riscontri, assumendo un ruolo di "investigazione e valutazione" che compete esclusivamente all'autorità giudiziaria. Con l'inchiesta "incriminata" - spiegano i giudici di piazza Cavour - si tendeva in maniera inequivoca ad affermare la veridicità delle tesi riportate. A ciascuno il suo - conclude la Cassazione - agli inquirenti il compito di effettuare gli accertamenti, ai giudici quello di verificarne la fondatezza. Al giornalista non resta che darne notizia, senza suggestionare la collettività. Fin qui la sentenza. Resta , per noi, l'amarezza di constatare che la notizia non sembra aver suscitato l'interesse della stampa di larga diffusione, se è vero che è stata publicata solamente su un organo di stampa di addetti ai lavori, quale il Sole 24 Ore, dove è apparsa lo scorso 3 febbraio, senza che ad essa abbiano dedicato un rigo o un minuto di trasmsiione i soloni della carta stampata e gli infedeli conduttori e opinionisti di Nostra Signora Televisione!