( aggiorn. settembre 2010 )

MALATESTA e la concezione

"etica" dell'Anarchia

Ha inizio, Con questa Rubrica, una Galleria di personaggi che la storiografia ufficiale

sembra aver dimenticato o dei quali, comunque, ci ha consegnato un'immagine

in molta parte diversa da quella reale, privilegiando l'aspetto che meglio colpisce l'immaginario collettivo, a danno delle sue reali entità umane e culturali , oltre che delle sue pulsioni sociali o politiche.

Tra questi personaggi, il pensiero va subito - senza una precisa collocazione cronologica - a uomini come Mazzarino, Rasputin., Machiavelli ed altri, la cui opera ha segnato la

storia degli ultimi secoli, pur non essendone stati protagonisti di primo

piano.

Ad aprire il panorama - per una precisa scelta di tipo... campanilistico del nostro Direttore - è l'anarchico Errico Malatesta, nato a S.Maria Capua Vetere nel 1853 e morto a Roma nel 1932, dopo una tormentata vicenda umana di cui ha lasciato traccia non

trascurabile nei suoi scritti, un po' nascosti dall'intellighenzia politica europea, pur potendo essi - ad una attenta e serena lettura - rappresentare il

seme di dottrine tutt'altro che superate, sia pure con gli immancabili

aggiustamenti che la nuova società post-industriale impone.

Buona lettura.

E' sempre difficile occuparsi di un personaggio "scomodo" come, nella visione dei più, è considerato l'Anarchico Errico Malatesta. La sua vicinanza di concittadino, tuttavia, rende l 'impresa meno ardua, nella prospettiva di farne rivivere la figura, colmando una certa lacuna della memoria, un po' sbiadita, come la lapide marmorea apposta sul modesto piazzale a lui dedicato, nei pressi del ben più importante Corso De Carolis della città di S.Maria Capua Vetere,dove

egli nacque nel 1853. Per la verità, la pubblicistica accademica e divulgativa sembra aver sistematicamente sottovalutato il ruolo del principale rivoluzionario italiano e, insieme all'anarchismo, lo ha progressivamente eliminato dalla storiografia ufficiale, relegandolo in una rappresentazione agiografica di agitatore e uomo d'azione. In realtà egli - come è possibile verificare ripercorrendo la sua opera ed i suoi scritti - fu anche , e soprattutto, il teorico e il pensatore che ha contribuito alla definizione dell' anarchismo nei confronti dell'individualismo, del riformismo e del sindacalismo, tendenze "autoritarie e borghesi".

La sua visione etico-politica emerge in tutto il suo spessore allorchè egli scrive che "l'Anarchia, al pari del Socialismo , ha quale punto di partenza e

fondamento l'eguaglianza di condizioni; ha per faro la solidarietà e per metodo la libertà". Ed ancora :"...incominciando a gustare un po' di libertà, si finisce col volerla tutta"!

Vale , a questo punto, ricordare che il nostro, formatosi alla scuola di Bakunin e di Cafiero, aderì - nel 1872 - a soli diciannove anni, alla Internazionale Socialista e, ancor prima di diventare uno dei capi riconosciuti del movimento anarchico italiano, ebbe a subire vari processi, finendo anche in carcere per la sua attività di pensiero estrinsecatasi,

fin dagli anni giovanili, nella pubblicazione di riviste a sfondo socio-politico, come "La questione sociale", edita a

Firenze nel biennio 1883-1884. Costretto all'esilio, tornò in Italia nel 1894 per

partecipare ai moti di Lunigiana (nel 1894) ed a quelli di Milano (nel 1898).

Condannato al confino, riuscì a fuggire, riparando dapprima in Spagna e quindi in Inghilterra, da dove tornò in Italia, nel 1913 a Milano (dove fondò il quotidiano "La Volontà"), e quindi a Roma, dove morì nel 1932. E' doveroso segnalare che lo studio del pensiero e della vita di Errico Malatesta ha recentemente trovato un autorevole cultore in Gianpiero Berti che, nel suo libro ha offerto all'attenzione dei lettori, sia pure in chiave solo parzialmente sistematica, l'evoluzione storica del grande anarchico, inquadrandone simmetricamente il ruolo di uomo d'azione con quello di protagonista del dibattito teorico del movimento anarchico internazionale, dalla prima formulazione del "comunismo anarchico" al Congresso di Firenze del 1876, fino all' ultima riflessione sul pensiero di

Pietro Kropotkin pubblicata sulla rivista "Studi Sociali" di Montevideo nel 1931.

Un'approfondita esegesi dei testi malatestiani, dunque -e in particolare dei suoi scritti apparsi su Umanità Nova e su Pensiero e Volontà, (in ristampa anastatica , realizzata , nel 1935, senza, peraltro il necessario confronto con gli originali a stampa e con eventuali autografi di Malatesta) - potrà fornire la chiave di lettura per una serena comprensione della figura del Malatesta-Pensatore.

E tuttavia, siffatta analisi, non potrà prescindere da una sorta di individuazione di gerarchia delle fonti, dal momento che la produzione di Malatesta risulta molto differenziata, costituita com'è anche da da scritti d'occasione. Si tratta, infatti, di una massa, all'interno della quale vanno identificati i testi in ragione del contenuto (teorici, strategici, tattici), ed enucleate le strutture comunicative più adatte a rendere comprensibile il contenuto per coloro a cui Malatesta si rivolgeva.

Risulta, così, evidente, già prima facie, la notevole diversità tra gli scritti di Malatesta destinati a dibattiti approfonditi, (come quelli elaborati per relazioni congressuali,illustrazione

 del programma ) e gli scritti di divulgazione, gli articoli più o meno occasionali, fatti di terminologie e linguaggio di maggiore libertà espressiva. Il travaglio che

accompagnò la stesura del Programma Anarchico -al quale Malatesta lavorò fin dal Congresso di Firenze - emerge dalla "premessa" che pone in evidenza la sua ideale continuità con il programma della Prima Internazionale.

Il Programma,tuttavia, raggiunge la sua sistemazione efinitiva in coincidenza con il Congresso dell'U.A.I. del 1920. Questa data è colma di significato: essa rappresenta, infatti, non solo la principale assise anarchica del tempo che adotta il programma di Malatesta, ma dimostra anche che quel Programma costituisce la sintesi di un dibattito sviluppatosi

sulla base delle esperienze di tanti militanti, della evoluzione del movimento di classe, del fallimento della pratica elettorale ed autoritaria e ne consacra il legame con l'organizzazione comunista anarchica. E' innegabile che il Programma ha continuato ad essere un riferimento per molti militanti per i quali Errico Malatesta ha assunto un ruolo particolare di intellettuale, ossia quello di interprete di una riflessione collettiva.

 La scelta del Programma

Anarchico è indubbiamente una scelta politica prima ancora che di indagine scientifica. Dalla sua riflessione è possibile ricavare, infatti, la soluzione di alcune contraddizioni del pensiero di Malatesta,come ad esempio quella sulla questione dell'unità di classe, allorchè afferma,in molte occasioni, che l'unione di tutti i lavoratori è impossibile da ottenere, in numerosi articoli dello stesso periodo si pronuncia più o meno apertamente per l'unità sindacale.

A ben vedere, è questa una contraddizione, che può essere sciolta se si pensa che, nel Programma, si afferma che l'unità dei lavoratori non è un presupposto necessario della rivoluzione, mentre negli articoli a cui si è fatto cenno, Malatesta punta ad obiettivi più immediati: la presenza di un maggior numero di militanti anarchici nella CGdL , per sottrarla al controllo dei dirigenti riformisti, l'alleanza delle strutture sindacali per combattere il fascismo. In quest'ottica, il

Programma Anarchico è , dunque, illuminante anche su altre questioni, quali Il rapporto tra anarchia e storia, ad esempio, laddove si enuncia il seguente concetto: "la più gran parte dei mali che affliggono gli uomini dipende dalla cattiva organizzazione sociale". E' questo un concetto che rappresenta senza dubbio  una situazione che è il prodotto di un'evoluzione storica: "solo ad un dato punto dello sviluppo delle forze produttive -scrive Berti nel suo ottimo saggio - i mali di cui soffrono gli uomini finiscono per essere effetto di cause naturali e divengono effetto di cause sociali; è a tale punto di sviluppo che si presenta la possibilità

dell'anarchia; è a tale punto di sviluppo che nasce l'esigenza di un movimento anarchico specifico. L'evoluzione storica, sociale, che porta

all'affermazione dell'anarchia era d'altra parte ben presente a Malatesta, come liberazione dalla condizione di natura".

Or bene, l'etica è il riferimento di tutta l'azione e la riflessione di Malatesta, ed anche il Programma Anarchico risente di questa impostazione. L'uso di questo concetto è però difficoltoso, in quanto nell'accezione comune rimanda ad un sistema di valori dati a priori, quindi trascendente. L'etica per Malatesta è, invece, immanente alla vita associata degli uomini: basta leggere "L'Anarchia"

per comprendere come il principio di solidarietà non esista da qualche parte indipendentemente, ma si

sia sviluppato e affermato come risultato dell' evoluzione naturale, della lotta degli uomini per sopravvivere. Per il Programma Anarchico è chiaro che l' organizzazione della società (dell'epoca, ma forse anche quella odierna n.d.r.) impedisce agli uomini di impegnarsi per il conseguimento della felicità: di qui la necessità di lottare per eliminare gli ostacoli materiali che si

 oppongono al raggiungimento della felicità, la cui premessa è la libertà. Solo l'uomo libero , infatti, - afferma Malatesta - può scegliere, e quindi scegliere la via che porta all'eliminazione della sofferenza, del male; ma la maggior parte dell'umanità non è libera, l'oppressione economica, lo sfruttamento che i capitalisti operano grazie alla proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio sulla massa dei lavoratori, è la causa principale dell'abiezione morale e materiale degli sfruttati. L'espropriazione dei proprietari è la premessa indispensabile della liberazione dell'individuo. L'etica quindi non è un riferimento a cui tende l'anarchia, ma si forma di

pari passo col processo di liberazione degli uomini. Non vi è etica senza libertà, Malatesta non separa etica e politica: la prima riguarda il comportamento del singolo, la seconda il comportamento della collettività; ma poichè la collettività è l'insieme dei singoli, la felicità della

collettività è data dalla somma della felicità dei singoli. Quindi l'etica presuppone un percorso di liberazione; essa presuppone l'abolizione della proprietà privata e dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo; non solo: il miglioramento economico delle condizioni dei lavoratori è il presupposto della crescita morale dei lavoratori stessi. Secondo questa interpretazione, quindi il comportamento etico dei membri della società è il portato delle condizioni storiche concrete in cui si dà il processo di

liberazione, il comportamento etico dei lavoratori e conseguenza

delle lotte rivendicative del movimento operaio, accompagnate dall'azione

di propaganda, di agitazione e di organizzazione svolta dall' avanguardia rivoluzione. L'etica, quindi, secondo Malatesta - è il prodotto della prassi rivoluzionaria, per questo è così importante che i rivoluzionari adoperino mezzi coerenti con i fini, perchè sono proprio i mezzi, il metodo, la prassi che svolge una funzione educativa, che forma l'abitudine, l'ethos appunto. Concludendo, secondo l'utopica (ed eretica...) concezione Malatestiana, l'azione trasformatrice della società trasforma anche i soggetti agenti e crea quei momenti collettivi che sono le cellule della nuova società. E' questo legame tra società presente e società futura, la mediazione della prassi

rivoluzionaria che rende concreto il programma di Malatesta. Isolare un etica a priori da cui far derivare la scelta anarchica, spogliare l'anarchismo e l'anarchia da ogni legame con la realtà sociale in cui si trova ad operare e trasformarlo in una generica aspirazione umana, togliergli, in altre parole, le determinazioni concrete, lo trasformano in un ideale astratto ed impotente. E' questo il percorso del movimento

anarchico dall'avvento del fascismo, che ha subito

un'indubbia accelerazione dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Di certo, Il movimento anarchico - tuttora presente nel tessuto della moderna società post-industriale - è ben lontano da quello dei tempi di Malatesta, e questo per due ragioni: da una parte il movimento dei lavoratori è riuscito a

migliorare le condizioni di vita degli sfruttati, e in secondo luogo

perchè si è rivelata falsa l'affermazione del Programma Anarchico secondo cui la lotta economica sarebbe stata impotente a produrre il

miglioramento delle condizioni dei lavoratori.

 Ancora oggi, dunque, la

storia dei popoli attinge a piene mani al pensiero di un uomo la cui visione del mondo, adeguatamente rapportata al periodo storico dei primi decenni del novecento in cui visse, ne fa un eroe di un Socialismo Perfetto, e perciò stesso irrealizzabile, in una società in continua trasformazione, dove anche gli stessi ceti sociali sfuggono alle definizioni concettuali tipiche del secolo scorso !