(aggiorn. aprile 2015)

BORGIA, L’UDIENZA E’ TOLTA !

In Memoria di MAURO BORGIA

di Renato Perconte Licatese

E’ passato un mese da quando, in un mite pomeriggio di ottobre, Mauro Borgia ha chiuso i conti con questa terra per presentarsi, da avvocato, al giudizio cui nessuno sfugge. Si sapeva da un pezzo che l’ossuta Falciatrice gli aveva puntato gli occhi addosso e se l’era prenotato.

“Ripasserò fra un anno” gli aveva sussurrato in un orecchio, poggiandogli una mano sulla spalla. Avvezzo a sentir pronunciare a ad accettare sentenze, Mauro anche stavolta non aveva battuto ciglio. Vinto lo sgomento,s’era rimesso a lavorare in mezzo al suo lavoro, tra udienze tempestose e arringhe tumultuose, s’era preparato al gran passo, senza privarsi di nessuna delle gioie e delle croci della quotidiana, tribolata vita di avvocato, cui s’era votato da sempre con tutta l’anima .

Ora che le sue energie si dissolvevano, sperava che l’aria del Tribunale, dove era entrato a mani vuote tanti anni prima sulle orme del genitore Edilio, guadagnandosi subito il prestigio dovuto alle sue doti che si riassumevano in una coscienza adamantina e in una vivida, ardente

intelligenza, gli infondesse lo slancio necessario per sostenere l’estrema prova.

 Con Mauro Borgia si chiude una pagina di storia cittadina, non soltanto giudiziaria. Noi, che pur non abbiamo la memoria corta,non proveremo

a rinvangare i suoi primi cimenti politici né il fervore con cui condivise le idee paterne, sentendosi vincolato a un obbligo di coerenza o, per meglio dire, di continuità umana e filiale prim’ancora che politica.

 

Per non sprofondare nella preistoria, non staremo a ricordare con quale rigore e quanta dedizione al bene pubblico, chiamato quand’aveva meno di trent’anni, a responsabilità amministrative nella prima e unica giunta di destra che abbia avuto questa città, esplicò il suo mandato, senza compiacenze demagogiche, con l’imparzialità e lo scrupolo che gli erano congeniali, per averli ricevuti e assimilati da una tradizione familiare di specchiato disinteresse personale.

 

Scaduto il quadriennio, per una mutazione genetica di cui ancora sfuggono le occulte scaturigini, il volubile vento elettorale innalzerà al

potere municipale le prime avanguardie di una ben diversa schiatta di governanti, propugnatrice di nuovi spudorati metodi di coagulazione di consensi, alla quale moltissimi si prostituiranno senza ritegno e che, perpetuandosi per più di sette interminabili lustri, ridurrà la Città a un cimitero di macerie materiali e morali. E così nemmeno andremo a rievocare, per il

rispetto dovuto all’uomo e alle sue scelte, la sua inopinata clamorosa e traumatica conversione, che segnò una netta svolta della sua tensione

spirituale, ma fu vissuta con pudico riserbo, non inquinata da ambizioni inconfessabili o da rinnegamenti delle giovanili esperienze.

 

Vogliamo, invece, commemorare, noi giudici, l’avvocato generoso, limpido, fortificato da un’intransigente concezione della Giustizia, cui si

tenne fedele fino all’ultimo, anche a costo di alienarsi facili simpatie, che in verità, per il suo temperamento fiero,nemmeno cercava.

Si accostava al suo naturale interlocutore, il giudice, da pari a pari, senza piaggerie insulse o

affettazioni interessate. La sua istintiva vis polemica, che sfavillava nella difesa delle cause più ingrate, non si separava mai da un’equilibrata compostezza di toni, anche quando lo sdegno per un’ingiustizia, vera o creduta in buona fede, vera, gli faceva ribollire il sangue. Non si lasciò invischiare nelle chiassose e sterili dispute di cui

fu ricco, specie negli ultimi anni, il Foro sammaritano. Fu leale e severo più che con gli altri, con se stesso.

La gentilezza non servile del tratto e lo stile impeccabile lo segnalavano tra tanti sciatti e vociferanti sacerdoti di una Temi sempre più mortificata e tradita.

Quella sua cravatta a fiocco, che lui solo poteva sfoggiare con disinvoltura e che con commozione gli vedemmo al collo smagrito anche sul letto di morte, non era un vezzo ma il distintivo d’un gentiluomo, il vessillo d’un patrimonio morale e professionale inconsueto. La sua voce non squillante ma capace di impensate modulazioni sapeva farsi, all’occasione, assai più robusta dell’esile petto dal quale emanava, per ricomporsi subito dopo, smorzato o attenuato l’empito passionale, in ritmi flessuosi e suadenti,

Sarebbe piaciuta, ne siamo sicuri, a Mattia Limoncelli, che fu il teorico e l’esegeta di questa miracolosa e divina dote , oggi scaduta, in troppe aule di Giustizia, a bolso fraseggio, quando non a chiacchierata dimessa e invertebrata.

 

Tutto questo, noi che non glielo dicemmo da vivo, vogliamo attestare oggi che non c’è più , all’avvocato Mauro Borgia,augurandoci che nell’aldilà ne prenda nota. Chissà che a lui elegante cultore della parola e uomo di buone letture, non abbia donato conforto, nel mesto crepuscolo, la visione cui il grande Castelnuovo Tedesco, alle soglie della morte, si abbandonava persi coraggio e rendersi familiare l’idea del distacco:”Forse sarà come ritrovarsi in una delle mie aule, deserta coi seggi vuoti, con la toga sul

tavolo. C’è una grande porta, in fondo, che si spalanca lentissimamente verso un azzurro sconfinatamente sereno; ed una buona voce ignota ripete per l’ultima volta, per me, quelle stesse parole tranquille che in tante giornate ho sentito echeggiare sul destino di altri uomini e sulla fine del mio lavoro: l’udienza è tolta !

 

Ora che l’avvocato Mauro Borgia è uscito da quella porta, se ne ricordino la Città dormiente e il Foro distratto, non certo prodighi di uomini come lui.

 

 

Renato Perconte Licatese

 

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(*) Per una precisa scelta editoriale di Giustiziaoggi, gli articoli che riguardano il pianeta

giustizia e i suoi protagonisti sono preceduti dal disegno di copertina del libro "I Racconti di un

Giudice" di G.Pellegrino - Ediz.Cedam